Aiuti maldestri: ora è la volta del Libano

Troppo spesso aiuti stranieri dati con le migliori intenzioni finiscono nelle mani più sbagliate.

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2989Esistono paesi che sono notoriamente focolai di instabilità, quando non vere e proprie polveriere di calamità. Investire su quei paesi è, nella migliore delle ipotesi, un’opzione discutibile. Fin troppo spesso accade che aiuti stranieri animati dalle migliori intenzioni finiscano con l’innescare conseguenze esplosive, specialmente quando si tratta di forniture militari. La storia recente è piena di esempi di armamenti malaccortamente inviati per sostenere regimi instabili e che sono poi finiti nelle mani sbagliate, peggiorando in modo incalcolabile una situazione già brutta di per sé. Iran, Afghanistan e Iraq non sono che alcuni di questi casi. Ora il vicino settentrionale d’Israele, il Libano, sembra destinato ad aggiungersi all’elenco.
La Russia ha appena annunciato un generoso “omaggio” a Beirut di elicotteri, carri armati e munizioni. L’annuncio segue a ruota la decisione del Congresso americano di rimuovere ogni impedimento al versamento di 100 milioni di dollari alle Forze Armate Libanesi. Sulla carta, russi e americani – impegnati in una sorta di riedizione in sedicesimo della guerra fredda in competizione per il cuore degli arabi – possono accampare il più degno degli obiettivi: rafforzare le Forze Armate Libanesi per metterle in condizione di troncare il massiccio traffico di armi che ha assurdamente ripristinato Hezbollah (che pare attualmente in possesso di 40.000 razzi in grado di seminare distruzione fin nel cuore dell’entroterra israeliano).
Il problema con queste motivazioni apparentemente impeccabili è che sono come minimo insincere, per usare un eufemismo. Chiunque avesse sinceramente intenzione di contrastare con efficacia il riarmo di Hezbollah avrebbe dovuto e potuto farlo, col dovuto vigore, subito dopo la seconda guerra d’Israele contro Hezbollah in Libano dell’estate 2006. Di più. Russia e America sanno bene che il primo responsabile di quel traffico d’armi è la Siria, la quale fra l’altro controlla il regime di Beirut e il suo esercito. Dunque rafforzare il Libano comporta, se non la certezza, perlomeno un rischio significativo di fornire aiuto militare indirettamente alla Siria. A sua volta, il regime del presidente Bashar Assad è in stretta combutta col fulcro stesso dell’asse del male, l’Iran. Pertanto l’amara conclusione è che gli armamenti russi e americani finiranno quasi certamente col rafforzare e incoraggiare le forze più oscure e pericolose del Medio Oriente.
E questo è solo un aspetto del groviglio libanese. La Siria, che si divide fra socio dell’Iran e protettore di Hezbollah, tira le redini dietro le quinte a Beirut. Lo stesso Hezbollah, sotto la guida del suo primo patrocinatore, l’Iran, minaccia apertamente di impadronirsi del governo libanese. La comunità internazionale farebbe bene a prestare attenzione alle osservazioni fatte lunedì capo di stato maggiore israeliano, il solitamente compassato Gabi Ashkenazi, il quale ha avvertito che Hezbollah potrebbe realizzare una violenta presa del potere in Libano qualora l’inchiesta Onu sull’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri incriminasse, come ci si aspetta, degli operativi di Hezbollah come implicati in quell’attentato.
Tutto questo rende il Libano un destinatario di doni militari dall’estero ben poco stabile e sicuro. L’obiettivo di dare forza a un regime moderato affinché resista alle forze votate alla sua distruzione è naturalmente encomiabile. Ma armare un regime fatiscente, a cui purtroppo manca la capacità e/o la volontà di opporsi a quelle forze, è del tutto controproducente. Senza contare che gran parte delle Forze Armate Libanesi, con i soldati e ufficiali sciiti che ne costituiscono la spina dorsale, hanno fin troppe affinità con Hezbollah per essere considerate un suo avversario lontanamente credibile.
Difficile credere che nulla di tutto questo appaia chiaro a Washington e a Mosca. Evidentemente hanno deciso di andare avanti lo stesso con il riarmo delle inaffidabile Forze Armate Libanesi: un atteggiamento in stridente contrasto con i colloqui israelo-americani attualmente in corso che ruotano attorno alla questione di un secondo congelamento della attività edilizie ebraiche in Cisgiordania, e che vedono il governo israeliano impegnato in ardui negoziati per ottenere gli strumenti militari e le garanzie di sicurezza che ritiene necessari per la sua sopravvivenza. Curioso come Israele, unico paese democratico del Medio Oriente e unico affidabile baluardo contro gli estremisti che stanno gradualmente prendendo il controllo in paesi come il Libano, debba faticosamente contrattare questo aiuto, mentre le grandi potenze si fanno in quattro per spedire armamenti gratis a Beirut: a un regime che minaccia di diventare un vassallo siro-iraniano, e che già adesso è ben lungi dall’avere pieno controllo del proprio stesso destino.

(Da: Jerusalem Post, 17.11.10)

Nella foto in alto: il primo ministro russo Vladimir Putin stringe la mano al suo omologo libanese Saad Hariri in visita a Mosca

Si veda anche:

Un messaggio ai diretti interessati, e al resto del mondo

http://www.israele.net/articolo,2972.htm