Alla disperata ricerca del palestinese moderato

Ormai anche diversi esponenti di Fatah lasciano cadere il doppiopetto della (finta) moderazione.

Di Isi Leibler

image_3291Temo, ahimè, che esaminando l’intero ventaglio della leadership politica, religiosa e intellettuale palestinese, non si riesca a trovare un solo leader palestinese realmente moderato che sia sinceramente impegnato ad arrivare ad un’autentica pace con Israele.
Ci viene continuamente ripetuto che il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e l’Autorità Palestinese sono i nostri genuini interlocutori per la pace, e che ci sarà praticamente impossibile trovare dei palestinesi più moderati di loro con cui negoziare. Ma Abu Mazen, che conseguì il suo “dottorato” a Mosca, nel 1982, con una tesi che tendeva ad avallare tesi negazioniste sulla Shoà, si rifiuta di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, insiste a parlare dell’“occupazione” come di qualcosa che è iniziato nel 1948 (e non nel 1967), nega addirittura ogni legame fra ebrei e Terra Santa. Abu Mazen santifica terroristi che si vantano d’aver assassinato donne e bambini israeliani, conferendo onore a degli stragisti e concedendo pensioni di stato alle loro famiglie; governa su un’Autorità nella quale mass-media, moschee e sistema educativo, tutti sotto stretto controllo governativo, fomentano l’odio verso gli ebrei e negano il diritto di Israele ad esistere; approva la condanna a morte dei palestinesi che commettono il “reato” di vendere terra ad ebrei; promette alla sua gente che qualunque futuro stato palestinese sarà completamente “ripulito” dalla presenza di ebrei; è impegnato in un processo di ricongiungimento politico con un’organizzazione islamista e genocida come Hamas, il cui statuto propugna l’uccisione degli ebrei e l’eliminazione di Israele. Anche quando ha effettivamente negoziato con Israele, Abu Mazen ha di fatto respinto l’offerta avanzata dall’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert di cedergli fino al 95% delle terre conquistate da Israele nel ‘67 quando dovette difendersi dall’aggressione della Giordania, che quelle terre occupava.
In effetti più gli israeliani cedono, più gli arabi pretendono. Oggi Abu Mazen ha innalzato il cosiddetto “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi (e loro discendenti) al livello di rivendicazione non negoziabile, pur sapendo che ciò porterebbe alla fine della sovranità ebraica su qualunque porzione del paese, cosa che nessun governo israeliano potrà mai prendere in considerazione.
In apparenza, l’Autorità Palestinese sembra moderata rispetto a Hamas, ma i loro obiettivi in fondo sono gli stessi. Abu Mazen parla con doppiezza e resta volutamente nel vago circa i suoi obiettivi a lungo termine, quando si rivolge a un pubblico non arabo; mentre Hamas è del tutto schietta e si vanta di non voler per nulla negoziare e di voler continuare a combattere fino a quando lo stato ebraico non sarà distrutto.
Ma ultimamente diversi leader dell’Autorità Palestinese vanno abbandonando molte delle loro remore. Solo poche settimane fa un importante esponente di Fatah ha esplicitamente proclamato che uno stato palestinese non rappresenterà altro che il primo passo verso l’obiettivo ultimo di eliminare lo stato ebraico. Purtroppo, tutti i sondaggi d’opinione mostrano che le masse palestinesi sono state indottrinate a sostenere questo modo di vedere.
Il professor Sari Nusseibeh, presidente dell’Università Bir Zeit (presso Ramallah), era stato salutato da molti ingenui, israeliani e non, come un modello di moderazione palestinese. Yossi Beilin ne parlava come di un testimone vivente del fatto che il processo di pace di Oslo non era stato un fallimento. Una decina d’anni fa ho personalmente messo in dubbio la buona fede di Nusseibeh sottolineando che era stato nominato da Yasser Arafat, che a questi rispondeva e che da questi prendeva istruzioni. Facendo notare che sotto Arafat i dissidenti politici avevano una aspettativa di vita estremamente limitata, avanzavo l’ipotesi che il ruolo assolto da Nusseibeh fosse quello di garantire all’Autorità Palestinese un volto moderato da presentare al mondo occidentale. Il suo modo di fare amabile e rassicurante aveva evidentemente lo scopo di risvegliare negli israeliani il caro ricordo dell’“irreversibile processo di pace” e della (cinica) “pace dei coraggiosi” di Arafat. È vero che Nusseibeh aveva invocato la fine delle violenze, condannando persino il boicottaggio. Ma è anche stato registrato in un programma della tv palestinese mentre esprimeva simpatia ed encomi per la madre di un attentatore suicida da lui definito “un soldato caduto in battaglia”; ed è sempre stato attento a non emettere giudizi sugli attentatori suicidi, limitandosi a mettere in dubbio i vantaggi di quella strategia, non la sua moralità.
Nusseibeh si presentava spesso in accoppiata con il rappresentante di Arafat a Gerusalemme, il deceduto Faisal Husseini, anch’esso considerato per tutta la vita un “moderato”. Ma dopo la sua morte, un giornale egiziano ha pubblicato un’intervista dove Husseini affermava che “bisogna distinguere la nostra strategia e i nostri obiettivi a lungo termine dagli obiettivi politici graduali che siamo costretti ad accettare a causa delle pressioni internazionali”. E continuava: “L’obiettivo ultimo è la liberazione di tutta la Palestina storica… Oslo deve essere visto come un cavallo di Troia”. [Sul “Piano a fasi” dell’Olp, si veda il rimando alla Documentazione, qui sotto]
In un lungo articolo pubblicato di recente sul sito web di al-Jazeera, Nusseibeh – come Faisal Husseini – ha messo da parte il doppiopetto moderato dimostrando, a dispetto di tutte le chiacchiere sofisticate, di non essere più moderato dei suoi colleghi palestinesi. Il suo articolo è tutto un appassionato attacco contro il riconoscimento di Israele come stato ebraico. Gli argomenti che impiega per sostenere che gli ebrei sarebbero l’unico popolo a cui è giusto negare il diritto all’indipendenza dimostrano che la sua moderazione è una mistificazione. Nusseibeh ammonisce che, se Israele dovesse essere riconosciuto come stato ebraico, diventerebbe un’entità da apartheid: non solo – dice – gli arabi israeliani verrebbero privati della loro cittadinanza e di altri diritti, ma verrebbero anche uccisi come furono uccisi gli antichi cananei e gebusei secondo il racconto biblico. Nusseibeh si guarda bene dal citare il fatto che la creazione di uno “stato ebraico” era appunto la ragione fondamentale che stava alla base della nascita di Israele votata dalle Nazioni Unite nel 1947, e si guarda bene dal rilevare l’incoerenza di una nuova entità palestinese che sin d’ora si dichiara araba e islamica [si veda la Documentazione, qui sotto], che sarebbe governata da leggi fondate sulla shari’a e che sarebbe “etnicamente ripulita” di tutti gli ebrei; né crede di dover ricordare che non esiste un solo stato arabo che riconosca anche lontanamente alle proprie minoranze interne diritti comparabili a quelli di cui godono le minoranze interne in Israele. Di più. Nusseibeh ha la sfrontatezza di denunciare quella che definisce l’intolleranza ebraica verso altre fedi a Gerusalemme, senza nessuna considerazione del fatto che è solo da quando Gerusalemme è passata tutta sotto sovranità ebraica (nel 1967) che, per la prima volta, la libertà di culto e di associazione religiosa è stata riconosciuta a tutte le fedi, in drammatico contrasto con il modo in cui gli arabi avevano governato fino ad allora la parte della città occupata dalla Giordania. Non è tutto. Facendo suo l’approccio di Abu Mazen alle Nazioni Unite, Nusseibeh ha anche rinnegato il suo precedente appello ai palestinesi perché cessassero di promuovere il “diritto al ritorno” dei profughi (e loro discendenti) all’interno di Israele. Anzi, ora sostiene che – tenetevi forte – sono sette milioni i palestinesi della “diaspora” che avrebbero diritto al “rimpatrio” o a un indennizzo.
Il voltafaccia di Nusseibeh conferma che non c’è un solo leader palestinese di rilievo politico, religioso o intellettuale che possa essere definito moderato e che sarebbe realmente disposto a sostenere un compromesso negoziato, per arrivare a un autentico accordo di pace con lo stato ebraico. Ma in questo folle ambiente internazionale da Alice nel Paese delle meraviglie, ci viene detto che dobbiamo trattare con questi fanatici come se fossero genuini interlocutori di pace. La realtà è che assecondare questi ipocriti, lungi dall’avvicinarci alla pace non fa che incoraggiare gli estremisti che ci mettono di fronte a pretese sempre crescenti, che ben pochi degli architetti di Oslo – e certamente non Yitzhak Rabin – si sarebbero mai sognati di concedere. Al mondo, e a tutti coloro che ci dicono di fare altre concessioni unilaterali, lancio una sfida: per cortesia, trovatemi un solo leader o intellettuale palestinese che abbia veramente sostenuto l’approccio moderato e che non sia stato prontamente eliminato dagli estremisti.

(Da: Jerusalem Post, 9.11.11)

Nella foto in alto: Isi Leibler, autore di questo articolo

DOCUMENTAZIONE

Legge Fondamentale Palestinese
Ramallah, 29 maggio 2002
Art. 1 – La Palestina è parte del grande Mondo Arabo e il popolo palestinese è parte della Nazione Araba. L’Unità Araba è un obiettivo per il cui conseguimento si adopererà il popolo palestinese.
Art. 2 – Il popolo palestinese è la fonte di ogni potere, che sarà esercitato attraverso le autorità legislative, esecutive e giudiziarie in base del principio della separazione dei poteri, nei modi fissati da questa Legge Fondamentale.
Art. 3 – Gerusalemme è la capitale della Palestina.
Art. 4 – a) L’Islam è la religione ufficiale in Palestina. Sarà preservato il rispetto e la santità di tutte le altre religioni celesti. b) I principi della Shari’a islamica saranno la principale fonte della legge. c) L’arabo sarà la lingua ufficiale. […]
(Da: mideastweb)

Per il testo del “Piano a fasi” dell’Olp (1974) e un suo inquadramento, si veda:
IL PIANO A FASI PER LA DISTRUZIONE DI ISRAELE, in:
Documento dei detenuti palestinesi

http://www.israele.net/articolo,1247.htm

Si veda inoltre:

Condoleeza Rice: “Restai scioccata dal no di Abu Mazen all’offerta di Olmert”

http://www.israele.net/articolo,3270.htm

Esponente Olp rilancia la conquista, per fasi, di tutta la terra

http://www.israele.net/articolo,2074.htm

Ecco lo Stato rifiutato dai palestinesi: Haaretz ha pubblicato la mappa dell’offerta di Olmert lasciata cadere da Abu Mazen

http://www.israele.net/articolo,2698.htm

Abu Mazen, alla tv dell’Autorità Palestinese: “Ci rifiutiamo di riconoscere uno stato ebraico”

http://www.israele.net/articolo,3150.htm

I nuovi ”no” del Fatah di Abu Mazen. Il Consiglio di Fatah ha detto no a stato ebraico, scambi di terre, confini provvisori, garanzie Usa

http://www.israele.net/articolo,2996.htm

“Fatah non ha mai riconosciuto Israele”: lo dicono i suoi capi, che non intendono rinunciare alla “lotta armata in ogni forma”

http://www.israele.net/articolo,2561.htm

L’apartheid politicamente corretto dei palestinesi. Perché il mondo accetta che il futuro stato palestinese sia una teocrazia Judenrein?

http://www.israele.net/articolo,2542.htm