Ambasciatore d’Israele all’Onu: “Israele accolse i suoi profughi, gli arabi no”

Prosor: “Se sentite un leader palestinese dire ‘due stati per due popoli’, telefonatemi subito”.

image_3300“La differenza fra le due popolazioni fu, ed è ancora oggi, che Israele assorbì e integrò nel proprio tessuto sociale i profughi ebrei cacciati dai paesi arabi, mentre i nostri vicini si rifiutarono di fare altrettanto”. Lo ha rimarcato martedì l’ambasciatore d’Israele, Ron Prosor, intervenendo alle Nazioni Unite in occasione del 64esimo anniversario del Piano di spartizione (approvato dall’Assemblea Generale il 29 novembre 1947).
“I campi profughi allestiti in Israele – ha ricordato Prosor – diedero vita successivamente a fiorenti villaggi e città. I campi profughi allestiti dai paesi arabi, invece, hanno dato vita a sempre più profughi palestinesi. Noi abbiamo liberato l’enorme potenziale dei nostri nuovi immigrati. Il mondo arabo, invece, ha intenzionalmente e consapevolmente mantenuto la popolazione palestinese nella condizione di seconda classe di profughi eterni”. Prosor ha sottolineato come nella stragrande maggioranza dei paesi arabi, ai palestinesi siano tuttora negati i più elementari diritti di cittadinanza. “Non è per caso – ha aggiunto – se le responsabilità del mondo arabo verso gli ‘inalienabili diritti’ dei palestinesi non compaiono mai nelle risoluzioni che vengono proposte a questa Assemblea”.
A proposito del piano di spartizione del 1947, che prevedeva la creazione di uno stato ebraico accanto a uno stato arabo nel territorio dell’allora Mandato Britannico sulla Palestina, l’ambasciatore israeliano ha ricordato che “la popolazione ebraica accettò il piano e proclamò un nuovo stato nell’antica terra patria, giacché quel piano corrispondeva alla convinzione sionista che fosse al contempo necessario e possibile vivere in pace coi nostri vicini nella terra dei nostri padri. Gli abitanti arabi, invece, respinsero il piano e scatenarono una guerra d’annientamento contro il neonato stato ebraico, presto raggiunti dagli eserciti di cinque stati arabi, membri delle Nazioni Unite. L’uno per cento dell’intera popolazione israeliana di allora cadde nei combattimenti contro quell’aggressione da parte di cinque eserciti. Si rifletta sul prezzo pagato in vite umane: sarebbe come se oggi morissero 600.000 soldati francesi [o italiani], o tre milioni di soldati americani, o 13 milioni di soldati cinesi. A causa di quella guerra, degli arabi divennero profughi e un numero analogo di ebrei che vivevano nei paesi arabi vennero costretti ad abbandonare le loro case: anch’essi divennero profughi”.
Prosor ha affermato che in questi 64 anni la questione fondamentale che sta alla base del conflitto arabo-israeliano non è sostanzialmente cambiata: “Forse che gli arabi, e in particolare i palestinesi, hanno assimilato il concetto che Israele è destinato a durare e a rimanere lo stato nazionale del popolo ebraico? Ancora non si capisce se sono ispirati dalla prospettiva di edificare un nuovo stato, o piuttosto dall’obiettivo di distruggere uno stato che esiste. Due mesi fa il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando da questo stesso podio, ha cercato di cancellare il legame inscindibile e ininterrotto fra il popolo ebraico e la Terra d’Israele. Ha detto: ‘Oggi vengo davanti a voi dalla Terra Santa, la terra di Palestina, la terra dei messaggi divini, dell’ascensione del Profeta Maometto, della nascita di nascita di Gesù Cristo’. Punto. Badate bene, non è stata una dimenticanza, non si è trattato di un lapsus. È stato l’ennesimo deliberato tentativo di negare e cancellare più di tremila anni di storia ebraica”.
“La risoluzione 181 del 1947 che dà significato al 29 novembre – ha ripreso l’ambasciatore israeliano – menziona almeno 25 volte la creazione di uno ‘stato ebraico’. Ma noi ancora oggi non sentiamo nessun leader palestinese pronunciare questa espressione. La leadership palestinese si rifiuta di riconoscere il carattere di Israele come stato ebraico”. Alcuni di loro parlano della soluzione “a due stati”, ma non li sentirete mai dire “due stati per due popoli”. “Se sentite un leader palestinese dire ‘due stati per due popoli’ – ha esclamato Prosor – per favore telefonatemi immediatamente”. E ha proseguito: “I leader palestinesi chiedono uno stato indipendente palestinese, ma insistono che il popolo palestinese torni dentro lo stato ebraico. È una proposta che nessuno che creda veramente nel diritto di Israele ad esistere potrebbe mai accettare. L’idea che Israele venga invaso da milioni di palestinesi è irricevibile. La comunità internazionale lo sa. Lo sa la leadership palestinese. Ma il popolo palestinese non se lo sente dire. In questo momento, il divario fra la sua percezione e la realtà rimane il più grande ostacolo alla pace. Lasciatemelo ripetere: il cosiddetto diritto al ritorno è e rimane il maggiore ostacolo alla pace”.
Il rappresentante israeliano ha concluso il suo intervento con un appello alle Nazioni Unite a “raccogliere finalmente la verità di questa giornata storica, per coltivare i semi della pace nella nostra regione che possono sbocciare in un futuro più luminoso”.

(Da: YnetNews, MFA, 30.11.11)

Nella foto in alto: L’ambasciatore d’Israele all’Onu, Ron Prosor

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Abu Mazen: “Noi ci rifiutiamo di riconoscere uno stato ebraico!”

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