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MARCO PAGANONI
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| 22-03-2007 |
| Quando le trattative stanno a zero |
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Da un articolo di Shlomo Avineri |
Per la fine del mese di marzo è previsto Riyad un summit dei paesi arabi che dovrebbe rinnovare, in un modo o nell’altro, l’iniziativa saudita che servì da base per la risoluzione della Lega Araba adottata a Beirut nel marzo 2002.
Come al solito, dalle nostre parti la discussione sulla risoluzione di Beirut si svolge lungo l’asse tradizionale che vede contrapposti falchi e colombe rispetto al processo negoziale. Ma evidentemente alcuni di coloro che discutono non hanno nemmeno letto il testo della risoluzione araba. Infatti ciò che manca del tutto, in quel documento, è proprio la disponibilità ad avviare un negoziato con Israele.
La risoluzione di Beirut chiede a Israele di accettare tre richieste: il completo ritiro da tutti i territori; una “giusta soluzione” basata sulla risoluzione Onu del 1949 che prevedeva il ritorno dei profughi in Israele; e un accordo per la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme. Solo dopo che Israele avrà accettato queste richieste, gli stati arabi annunceranno la fine del conflitto e la normalizzazione dei rapporti con Israele.
Lasciamo da parte per il momento il merito delle richiese e le implicazioni della “normalizzazione” (ad esempio, comporterebbe anche rapporti diplomatici fra Siria e Libano?). Qui il punto più importante è che la risoluzione di Beirut mette Israele di fronte a delle richieste arabe, ma non dice una sola parola su eventuali negoziati con Israele.
Una posizione araba che avanzasse le suddette richieste come base per colloqui negoziali con Israele sarebbe perfettamente comprensibile. Chiaramente Israele arriverebbe a quei colloqui con le sue proprie richieste, e se le parti arrivassero a un compromesso, potrebbe essere raggiunto un accordo.
Ma la risoluzione di Beirut non dice questo. Essa ribadisce le tradizionali richieste arabe e chiede a Israele di accettarle alla lettera. Successivamente (e solo successivamente) il conflitto potrà finire e iniziare la normalizzazione. Non è esattamente un ultimatum imposto a Israele, ma nella sostanza gli assomiglia molto.
La pace non è mai stata raggiunta in questo modo. Se c’è pace fra Israele, Egitto e Giordania è perché i protagonisti hanno intrattenuto dei negoziati coi quali ciascuna ha ottenuto una parte di ciò che chiedeva e ha ceduto altre parti. Questa è la natura delle trattative diplomatiche. La risoluzione di Beirut sembra invece dimostrare che in generale la Lega Araba – a differenza di Egitto e Giordania – non è ancora matura per delle trattative che, per loro stessa natura, comportano un processo di dare e avere.
Dunque il test a Riyad non verterà sul fatto se verrà emendata o meno questa o quella frase delle rivendicazioni arabe rivolte a Israele. Il vero test sarà se la leadership araba sarà abbastanza saggia da cambiare il proprio atteggiamento da quello di chi semplicemente pretende, a quello di chi è pronto a intavolare negoziati, che conducono inevitabilmente verso il compromesso. Senza negoziati e senza compromesso, non si arriverà alla pace in questa regione.
(Da: YnetNews, 20.03.07)
Vedi anche:
Hamas e il piano saudita http://www.israele.net/sections.php?id_article=1204&ion_cat=18
Ora in: M. Paganoni, "Ad rivum eundem: cronache da Israele", Proedi, Milano http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7
Intoccabile il cosiddetto diritto al ritorno
Tzipi Livni:'Inaccettabile in questa forma liniziativa araba del 2002 |
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Indice di Sviluppo Umano: buona la performance di Israele anche quando il dato viene corretto in base alla sostenibilità ambientale

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Gilad Shalit al suo arrivo nella base israeliana di Tel Nof, ricevuto da Netanyahu (clicca sulla foto per il commento di Marco Paganoni)
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