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La sinagoga di Hurva (nel cerchio) – risalente al XVIII secolo, distrutta dagli arabi, ora ricostruita – non c'entra con le moschee di Gerusalemme


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  Un razzo Qassam palestinese lanciato domenica sera dalla striscia di Gaza verso Israele si è abbattuto nella zona di Zikim, presso Ashkelon.
22/03/2010

Terroristi palestinesi hanno aperto il fuoco per due volte, domenica sera, contro pattuglie delle Forze di Difesa israeliane nella zona di Aduraim, a ovest di Hebron (Cisgiordania ).
22/03/2010

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha incontrato domenica pomeriggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha ringraziato per gli sforzi volti a ottenere la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit (nelle mani di Hamas a Gaza da più di tre anni e mezzo). Ban Ki-moon dal canto suo ha detto che le Nazioni Unite e il Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) sono a favore di negoziati tra Israele e palestinesi.
22/03/2010

Dopo il suo incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l'inviato Usa per il Medio Oriente, George Mitchell, ha sottolineato domenica la solidità dei legami tra Washington e Gerusalemme. “Il nostro impegno verso la sicurezza di Israele non può essere messo in dubbio” ha detto, esprimendo l'auspicio che i negoziati vengano ripresi al più presto “per mettere finalmente fine al conflitto”.
22/03/2010

Ancora tafferugli causati da sassate palestinesi, domenica a Issaouya, a nord di Gerusalemme.
22/03/2010


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15/12/2009

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01-07-2009
Una richiesta lapalissianamente giusta
di Evelyn Gordon
Per l’israeliano medio, la richiesta di Binyamin Netanyahu che i palestinesi riconoscano Israele come uno stato ebraico è lapalissianamente giusta. Eppure molti in occidente, nel mondo arabo e nella sinistra israeliana la respingono completamente.
Incontrandosi in Lussemburgo la scorsa settimana, i ministri degli esteri europei hanno detto che condizioni come questa sono inaccettabili. Ha fatto loro eco l’ex presidente Usa Jimmy Carter. Il presidente egiziano Hosni Mubarak ha dichiarato che “nessuno, in Egitto o altrove, potrà mai riconoscere Israele come lo stato degli ebrei”. Giornali filo-governativi in Giordania e Arabia Saudita hanno pubblicato commenti analoghi. I palestinesi hanno detto che non accetteranno mai questa richiesta. Persino alcuni israeliani hanno avuto da obiettare: il presidente del “Peres Center for Peace”, Uri Savir, sul Jerusalem Post l’ha definita “non necessaria”; l’editorialista Yoel Marcus su Haaretz l’ha definita “stupida”; Yonatan Touval, dell’Iniziativa di Ginevra, sul New York Times l’ha chiamata “assurda” e “profondamente dannosa”.
Questi critici muovono fondamentalmente tre obiezioni. Primo, Israele non ha chiesto il riconoscimento come stato ebraico nei trattati di pace firmati con Egitto e Giordania, per cui tale richiesta sarebbe chiaramente non essenziale per la pace. Secondo, i palestinesi non la accetteranno mai, per cui non solo essa non sarebbe necessaria, ma sarebbe anche un ostacolo alla pace. Terzo, i palestinesi non devono accettarla perché minerebbe i diritti della minoranza araba in Israele.
La pecca nei primi due argomenti è che essi trascurano una differenza cruciale: né l’Egitto, né la Giordania cercavano di eliminare il carattere ebraico di Israele mediante i loro trattati di pace. Le loro richieste si limitavano a questioni ordinarie come territori e diritti sull’acqua. Viceversa i palestinesi cercano attivamente di eliminare il carattere ebraico di Israele attraverso il trattato di pace. In particolare chiedono il diritto di ricollocare in Israele 4,6 milioni tra profughi palestinesi e loro discendenti (cifre UNRWA): una richiesta da cui non hanno mai receduto in sedici anni di negoziati. Questo flusso, unito al milione e mezzo di cittadini arabi che già vivono in Israele, farebbe dei 5,6 milioni di ebrei israeliani una minoranza nel loro stesso paese, conseguendo lo scopo di eliminare lo stato ebraico.
Dunque sono i palestinesi, e non Israele, quelli che hanno gettato sul tavolo del negoziato la questione del carattere ebraico dello stato. Quello che fa Netanyahu, lungi dal sollevare richieste estemporanee e irrilevanti, non è altro che rispondere alle rivendicazioni dei palestinesi. E la richiesta di Netanyahu, lungi dal costituire un ostacolo alla pace, è anzi essenziale alla pace, giacché lo stato ebraico non accetterà mai di essere abolito per mezzo di un trattato di pace: quindi, finché i palestinesi non cesseranno di pretendere che lo faccia, nessun trattato sarà possibile.
Il terzo argomento, invece, è semplicemente risibile. Dal momento che Israele è già uno stato ebraico, il riconoscimento palestinese di questa realtà di fatto non può in alcun modo intaccare la situazione attuale degli arabi israeliani. Né impedirebbe loro di usare tutti gli strumenti democratici per cercare di modificare dall’interno il suo carattere ebraico: essi non sono cittadini della Palestina, per cui gli impegni dei palestinesi non li vincolano.
In verità, l’unico effetto che potrebbe avere sugli arabi israeliani il riconoscimento palestinese del carattere ebraico di Israele sarebbe di costringerli ad abbandonare l’illusione di poter un giorno eliminare Israele mediante un’immigrazione di massa di palestinesi. Ma, dato che nemmeno la più ampia definizione di diritti democratici prevede la possibilità per le minoranze nazionali di assumere il controllo del paese importando milioni di loro connazionali, privare gli arabi israeliani di questa illusione non viola in alcun modo i loro diritti.
[…] Ma, se il riconoscimento del carattere ebraico di Israele è così importante, perché questa richiesta non è stata avanzata nel 1993, quando i colloqui ebbero inizio? La risposta è che allora si presupponeva che entrambe le parti negoziassero in buona fede, rendendo superfluo enunciare esplicitamente l’ovvio risultato dei due stati, uno ebraico e l’altro palestinese. E in effetti, il testo originario dell’Accordo di Oslo non faceva menzione né di uno stato ebraico né di uno stato palestinese. Sedici anni più tardi, tuttavia, quel presupposto si è dimostrato vero soltanto a metà: i successivi governi israeliani si sono impegnati esplicitamente verso l’obiettivo di uno stato palestinese, ma i palestinesi non hanno mai abbandonato la loro pretesa di eliminare demograficamente lo stato ebraico. Così è diventato sempre più evidente che il vero problema non sono i profughi, bensì la indisponibilità palestinese ad accettare l’esistenza stessa di uno stato ebraico. E dal momento che Israele non accetterà di commettere suicidio, ulteriori colloqui non hanno alcun senso a meno che tale indisponibilità non venga rettificata. […] Lo stato ebraico non può essere l’unico al mondo (stato palestinese compreso) la cui esistenza è soggetta a negoziato. E il popolo ebraico non può essere l’unico popolo al mondo il cui diritto a un proprio stato nazione viene considerato oggetto di negoziato.

(Da: Jerusalem Post, 24.06.09)

Nelle immagini in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese relativa al cosiddetto diritto al ritorno (simbolicamente rappresentato dalla chiave) illustrano senza reticenze l’obiettivo di occupare totalmente Israele

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