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MITZPÉ – OSSERVATORIO
Gli articoli del direttore
MARCO PAGANONI
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» Nel 2011 Gerusalemme aveva 801.000 abitanti. Lo ha comunicato l'Ufficio Centrale di Statistica israeliano, specificando che la popolazione ebraica della città conta 497.000 persone (62%), quella musulmana 281.000 persone (37%), quella cristiana 14.000 persone (2%) più 9.000 persone (1%) non identificate religiosamente dal ministero dell'interno. La popolazione totale della capitale è aumentata di 14.500 unità durante lo scorso anno.
17/05/2012

» La Siria rimane il primo destinatario di forniture d’armi iraniane in violazione delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È quanto emergerebbe da un rapporto confidenziale di esperti delle Nazioni Unite, secondo la Reuters.
17/05/2012

» Rimpasto di governo nell’Autorità Palestinese. Il nuovo governo, sempre guidato dal primo ministro Salam Fayyad, ha prestato giuramento mercoledì davanti al presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a Ramallah.
17/05/2012

» Libano. Ripresi martedì gli scontri a fuoco a Tripoli (nel nord del paese) fra quartieri pro e anti regime siriano.
17/05/2012

» Agenti della polizia di frontiera israeliana hanno arrestato in tempo, martedì a Tapuah (Cisgiordania), due palestinesi in possesso di quattro ordigni esplosivi, una pistola e munizioni. E’ la quinta volta nelle ultime tre settimane che in quest’area vengono fermati dei palestinesi armati di bombe.
17/05/2012




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  Economia
  Sezione temporaneamente sospesa per ristrutturazione
15/12/2009

Dove nasce la diseguaglianza dell’odierno Israele?
16/01/2008

Israele tra i primi nella classifica degli investimenti VC americani
08/12/2007

La lezione del boom economico d'Israele
07/09/2007

Il Governatore Fischer spiega il miracolo economico d’Israele
04/06/2007



27-06-2004
Quando Arafat rifiutò pace e indipendenza
Di Bill Clinton
Il 23 dicembre 2000 - scrive l'ex preidente americano Bill Clinton nel suo libre di memorie recentemente pubblicato negli Stati Uniti - fu un giorno fatale per il processo di pace in Medio Oriente. Invitai le due parti a Washington per un ultimo tentativo, e, dopo che ebbero negoziato per diversi giorni, io e il mio team ci convincemmo che se non avessimo ristretto l' ambito delle trattative, forzando le parti a scendere a compromessi sostanziali, non vi sarebbe mai stato un accordo. Arafat temeva di essere criticato da altri leader arabi; Barak stava perdendo terreno in patria a favore di Sharon. Pertanto feci ciò che non molto tempo prima sarebbe stato impensabile: invitai la delegazione palestinese e quella israeliana ad accomodarsi nella Cabinet Room e lessi loro i miei «parametri» per l' avanzamento del negoziato, messi a punto dopo lunghe conversazioni private tenute separatamente con le due parti dopo Camp David. Se li avessero accettati entro quattro giorni, avremmo proseguito. In caso contrario, l' incontro era chiuso. Il 27, l' esecutivo di Barak accettò i parametri con alcune riserve, che apparivano negoziabili. Si trattava di un fatto storico: un governo israeliano aveva dichiarato che per raggiungere la pace avrebbe accettato la nascita di uno Stato palestinese in circa il 97% della Cisgiordania e in tutta la striscia di Gaza, dove c' erano insediamenti israeliani. Ora la palla passava ad Arafat. (...) Ancora non avevo avuto notizie da Arafat. Il Capodanno del 2001 lo invitai alla Casa Bianca per il giorno dopo. (...) Quando Arafat arrivò, mi pose molte domande sulla mia proposta. A volte sembrava confuso, come se non avesse il completo controllo degli avvenimenti. (...) Forse non era semplicemente capace di compiere il salto finale da rivoluzionario a uomo di Stato. (...) Quando Arafat partì, non avevo ancora idea di quali fossero le sue intenzioni. Le espressioni del suo volto e i suoi gesti mi dicevano che non avrebbe accettato, ma l' accordo era così buono che non riuscivo a credere che qualcuno potesse essere così sciocco da lasciarselo sfuggire. In una delle nostre ultime conversazioni Arafat mi ringraziò per tutti i miei sforzi e mi disse che ero un grand' uomo. «Signor presidente - risposi -, non sono un grand' uomo. Sono un fallimento, e questo grazie a lei». Lo avvertii che stava praticamente spianando la strada all' elezione di Ariel Sharon e che avrebbe raccolto quello che aveva seminato. In febbraio Sharon fu eletto primo ministro a stragrande maggioranza. Gli israeliani avevano deciso che se Arafat non avesse accettato la mia offerta, non avrebbe ottenuto proprio niente, e che, in mancanza di una controparte disposta a concludere la pace, sarebbe stato meglio essere guidati dal leader più aggressivo e intransigente sulla piazza. (...) Quasi un anno dopo la fine della mia presidenza, Arafat mi disse di essere pronto a negoziare sulla base dei parametri da me proposti; ma era troppo tardi: in Israele c' erano un governo che non sarebbe stato morbido con lui e un' opinione pubblica che non credeva che avrebbe tenuto fede alla parola data. Il rifiuto di Arafat fu un errore di dimensioni storiche. Ma non tutto è perduto. Molti palestinesi e israeliani sono ancora impegnati per la pace. Un giorno la pace si realizzerà e probabilmente sarà il frutto di un accordo non molto dissimile dalle proposte che uscirono da Camp David nel luglio 2000 e nei sei lunghi mesi successivi".

(Da: Corriere della Sera, 24.06.04 - Traduzione di Language Consulting Congressi © 2004 William Jefferson Clinton © 2004 Arnoldo Mondadori Editore)

Un saluto da Matanyahu, che viveva a Gerusalemme 2.700 anni fa
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Gilad Shalit al suo arrivo nella base israeliana di Tel Nof, ricevuto da Netanyahu (clicca sulla foto per il commento di Marco Paganoni)