Aspettando il Godot palestinese

Perché continuiamo a stupirci ogni volta che Abu Mazen si sottrae alla firma di un accordo di pace con Israele?

Di Ari Shavit

Ari Shavit, autore di questo articolo

Ari Shavit, autore di questo articolo

Ci sono momenti che un giornalista non può dimenticare. Agli inizi del 1997 Yossi Beilin decise di fidarsi di me e mi mostrò il documento che dimostrava che la pace era veramente a portata di mano. Colui che allora era il politico più eminente e creativo del laburismo israeliano aprì una cassaforte, tirò fuori una pila di pagine stampate e le posò sul tavolo come farebbe un giocatore che cala un poker d’assi. All’epoca ogni giorno circolavano voci circa il fantomatico accordo Beilin-Abu Mazen, ma solo pochi ebbero l’opportunità di vedere con i propri occhi quel documento e tenerlo nelle proprie mani. Io fui uno di quei pochi.

Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Yossi Beilin nel 1995

Con la bocca spalancata, lessi lo schema globale che era stato formulato diciotto mesi prima dai due brillanti campioni della pace: uno israeliano e uno palestinese. Il documento non lasciava adito a dubbi: Abu Mazen era pronto a firmare un accordo di pace definitivo. Il profugo da Safed si era lasciato alle spalle i fantasmi e le idee del passato ed era pronto a costruire un futuro comune israelo-palestinese fondato sulla coesistenza. Se solo fossimo riusciti a liberarci del Likud e allontanare Benjamin Netanyahu dalla carica di primo ministro, Abu Mazen si sarebbe unito a noi e insieme, mano nella mano, ci saremmo incamminati verso la soluzione a due stati. Abu Mazen era l’interlocutore serio per una pace autentica, quello con cui avremmo potuto imprimere una svolta storica verso la riconciliazione.

Noi israeliani capimmo e facemmo ciò che era necessario. Con le elezioni del 1999 spodestammo il Likud e Netanyahu. Nel luglio 2000 andammo fiduciosi al vertice di pace di Camp David. Ma, ohibò, sorpresa: Abu Mazen non arrivò a Camp David con il piano di Beilin-Abu Mazen né qualunque altra proposta di pace. Avvenne il contrario: fu uno dei più tenaci oppositori del compromesso e la sua pretesa del “diritto al ritorno” impedì qualsiasi progresso.

Yasser Arafat e Abu Mazen di ritorno dal fallito vertice di Camp David. «Poi Bill Clinton indicò Arafat come responsabile del fallimento del summit. Ma la verità è che Yasser Arafat fu più flessibile di quanto non fossi io, a Camp David» (Abu Mazen, intervista al quotidiano giordano Al-Rai, 27.9.2004)

Yasser Arafat e Abu Mazen di ritorno dal fallito vertice di Camp David. «Poi Bill Clinton indicò Arafat come responsabile del fallimento del summit. Ma la verità è che Yasser Arafat fu più flessibile di quanto non fossi io, a Camp David» (Abu Mazen, intervista al quotidiano giordano Al-Rai, 27.9.2004)

Ma non si creda che noi ci si sia arresi così in fretta. Nell’autunno 2003, mentre veniva formulato l’accordo di Ginevra, ci apparve chiaro che non c’erano più scuse e che ora Abu Mazen avrebbe firmato il nuovo accordo di pace e adottato i suoi principi. Ma, ohibò, sorpresa: Abu Mazen mandò Yasser Abed Rabbo (un ex ministro dell’Autorità Palestinese), mentre lui rimaneva nel suo comodo ufficio di Ramallah. Nessuna firma, nessun accordo.

Ma siamo gente tosta e non abbandoniamo i nostri sogni. Così nel 2008 sostenemmo Ehud Olmert e la sua maratona di trattative con Abu Mazen, e quell’offerta che non poteva essere rifiutata. Ma, ohibò, sorpresa: Abu Mazen non è che l’abbia propriamente rifiutata: semplicemente è sparito. Non ha detto di sì, non ha detto di no: si è dileguato senza lasciare traccia.

Iniziammo forse a capire che avevamo a che fare con il Signor No palestinese? Nient’affatto. Nell’estate 2009 appoggiammo anche Netanyahu quando aprì ad Abu Mazen con il suo discorso all’Università Bar-Ilan e nel 2010 quando congelò le costruzioni negli insediamenti. Ma, ohibò, sorpresa: il distinto contraddittore non batté ciglio e non ebbe la minima incertezza: semplicemente si rifiutò di ballare il tango della pace con il leader della destra israeliana.

Abu Mazen e Ehud Olmert

Abu Mazen e Ehud Olmert nel 2008

Aprimmo finalmente gli occhi? Naturalmente no. Ancora una volta attribuimmo la colpa a Netanyahu e al Likud, convinti che nel 2014 Abu Mazen non avrebbe osato dire di no: non a John Kerry, non a Barack Obama. Ma, ohibò, sorpresa: coi suoi modi distinti e cortesi, nei mesi scorsi Abu Mazen ha detto di no sia a Kerry che a Obama. Ancora una volta la posizione del presidente palestinese è chiara e coerente: i palestinesi non sono tenuti a fare concessioni. È un gioco intricato: estorcere sempre nuovi compromessi dagli israeliani senza che i palestinesi concedano da parte loro neanche un solo, autentico compromesso.

Si faccia caso: vent’anni di infruttuose trattative non hanno portato a nulla. Non esiste alcun documento che contenga una vera concessione palestinese con la firma di Abu Mazen. Neanche uno. Non c’è mai stato, e mai ci sarà.

Durante i diciassette anni trascorsi da quando trasse quel documento dalla sua cassetta di sicurezza, Beilin ha divorziato, si è risposato, ha avuto dei nipoti. Anch’io ho divorziato, mi sono risposato e ho messo al mondo altri figli. Il tempo passa, e le esperienze che abbiamo fatto hanno insegnato un po’ più di un paio di cose sia a Beilin che me. Invece tanti altri non hanno imparato nulla. Ancora permettono ad Abu Mazen di farli fessi, e intanto continuano ad aspettare il Godot palestinese, che non arriverà mai.

(Da: Ha’aretz, 24.4.14)