Basta guardare cosa fanno al loro stesso popolo

A Gaza, Hamas dimostra di non essere un affidabile interlocutore di pace.

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2832Solo nell’ultimo mese cinque abitanti della striscia di Gaza sono stati giustiziati con formale sentenza ad opera delle autorità di Hamas che controllano Gaza. Tre di questi sono stati fucilati martedì scorso, alla presenza dei famigliari delle vittime dei loro reati. I loro corpi insanguinati sono stati poi scaricati senza tante cerimonie nel locale ospedale di Shifa.
Queste esecuzioni non vanno confuse con la caccia all’uomo ufficialmente decretata da Hamas contro chiunque sia anche solo vagamente sospettato di collaborare con Israele (nella lotta al terrorismo). In quei casi basta una semplice insinuazione, senza nemmeno la sceneggiata di un doveroso processo.
I tre palestinesi messi a morte la scorsa settimana erano invece accusati di crimini “comuni” ed erano stati processati da tribunali civili. Uno, condannato a morte sette anni fa da un tribunale dell’Autorità Palestinese, era accusato d’aver ucciso una donna. Gli altri due erano accusati d’aver ucciso dei cambiavalute.
In alcuni paesi, in particolare negli Stati Uniti, a differenza che in Israele l’omicidio è passibile di pena capitale. Tuttavia, le i criteri di prova giudiziari sono esigenti e il procedimento legale è prolungato e severo. I diritti di appello sono abbondantemente garantiti. Anche i tre giustiziati la settimana scorsa a Gaza avevano ripetutamente fatto ricorso a gradi di giudizio più elevato, ma invano. A Gaza le procedure legali sono invariabilmente delle finzioni sommarie, tipo processo-farsa. Una volta che un individuo è accusato, sostanzialmente la sua sorte è segnata.
In modo piuttosto sorprendente, tutto questo non suscita particolare biasimo nel mondo delle democrazie, quello stesso che sovente è prontissimo a condannare Israele per le sue supposte reazioni “sproporzionate” contro la striscia di Gaza. Uno sporadico mormorio di protesta è giunto solo da un non meglio identificato “alto funzionario Onu per i diritti umani”, che ha dichiarato all’Associated Press che “a Gaza processi equi sono pressoché impossibili”. E, sempre secondo la Associated Press, Hamdi Shakour, del vessato Centro Palestinese per i Diritti Umani, ha definito queste esecuzioni “la peggior violazione del diritto alla vita”. In generale, tuttavia, il concetto di giustizia imperante a Gaza sembra non provocare quasi nessuno scandalo affronto nell’occidente illuminato. Cosa perfettamente coerente con l’assordante silenzio che ha accompagnato la graduale imposizione nella striscia di Gaza di restrizioni e divieti che riecheggiano molti aspetti della shari’a (la legge islamica). Una cortina di rigorosa teocrazia sta lentamente calando su Gaza, ma tanti campioni dei diritti umani preferiscono ancora dipingere il territorio dominato da Hamas come se fosse un assediato bastione di combattenti per la libertà. Al giorno d’oggi a Gaza le donne vestite in modo “immodesto” suscitano riprovazione. Passeggiare in compagnia di un uomo e persino farsi portare in moto dal proprio marito può significare essere sottoposte a interrogatorio. Ronde “della morale” ispezionano le auto per scovare donne non sposate in compagnia di uomini che non sono loro parenti. Acconciatori uomini sono banditi dai negozi di parrucchiere. In alcune occasioni è stato imposto di indossare il velo a donne avvocato. Hijab e abiti ampi sono obbligatori nelle scuole secondarie. Agli uomini è vietato nuotare in mare a torso nudo. Nelle moschee il grado di devozione e l’attitudine alla preghiera dei fedeli vengono attentamente controllati da appositi commissari. Internet-caffè e istituzioni cristiane sono bersagli particolarmente popolari.
Ma questa è solo la punta dell’iceberg, e non soltanto a parere dei rapporti dei servizi di intelligence israeliani. L’emergere di un dispotismo islamista a Gaza è confermata anche da pubblicazioni arabe sia in Medio Oriente che altrove, compresi i quotidiani pan-arabi editi a Londra Al-Hayat e Al-Quds al-Arabi. Oltre a Hamas (un ramo dei Fratelli Musulmani) e a gruppi più estremisti jihadisti-salafiti di produzione locale, Gaza è diventata una calamita per i fanatici da tutto il mondo islamico, compresi Afghanistan e Pakistan.
Ecco perché sbalordisce il fatto che, mentre voci sempre più numerose in tutto il mondo, Russia compresa, caldeggiano l’inclusione di Hamas nel processo di pace regionale, per quello che è, non si presti nessuna attenzione alla trasformazione in senso oscurantista che Gaza sta subendo sotto l’ predominio di Hamas. Una svista incomprensibile e illogica da parte di governi che si professano progrediti ed evoluti, e un fallimento non meno grave da parte di sedicenti attivisti dei diritti umani che asseriscono di essere motivati esclusivamente dal cruccio per le condizioni di vita e umanitarie degli abitanti della striscia di Gaza. Con la loro inerzia, quei governi e quelle Ong mandano a Hamas un chiaro segnale: che la repressione interna ad opera del suo regime dispotico è perfettamente tollerabile, agli occhi della comunità internazionale.
Ma la comunità internazionale non può seriamente aspettarsi che un siffatto regime costituisca un interlocutore affidabile con cui Israele possa realmente negoziare accordi di coesistenza in buona fede: basta guardare a quel che stanno facendo al loro stesso popolo.

(Da: Jerusalem Post, 23.5.10)

Si veda anche:

Stampa araba e “pacifisti” pro-Hamas affossano le speranze di pace

http://www.israele.net/articolo,2722.htm