C’è un dibattito interno palestinese

Da questo (e dalle politiche occidentali) dipendono le sorti della pace possibile

di Max Singer

image_2801Un modo utile per valutare le possibilità di pace fra Israele e palestinesi è quello di figurarsi il dibattito interno in cui i palestinesi sono da tempo coinvolti. I due schieramenti sono: quelli che pensano di dover continuare lo sforzo per eliminare Israele, e quelli che invece ritengono che la lotta per distruggere Israele sia durata abbastanza, e che sia tempo che i palestinesi perseguano i loro interessi in pace e prosperità.
Questi due schieramenti si sono continuamente scambiate le appartenenze, ognuna con i propri interessi organizzativi e politici a complicare le rispettive scelte. In una certa misura, molti palestinesi albergano dentro di sè opinioni divise sulla questione, sicché il dibattito generale riverbera nell’animo di ogni singolo individuo.
È importante notare che il dibattito ha luogo, di norma, in un ambiente dove le discussioni pubbliche (e anche quelle private) sono lungi dall’essere libere. Diffondere certe informazioni o esprimere certe opinioni può essere rischioso per molti palestinesi.
La pace dipende da chi risulta meglio attrezzato per prevalere in questo dibattito interno. Finché hanno la meglio coloro che preferiscono continuare a combattere, non vi sono possibilità per una composizione negoziata del conflitto. Veri negoziati potranno iniziare solo quando l’opinione predominante sarà quella secondo cui è necessario abbandonare il tentativo di distruggere Israele.
Il dibattito è dominato da due questioni principali. Una è se, continuando a combattere, vi sia una concreta possibilità di vincere. L’altra è se fare la pace sia onorevole oppure ignobile.
I palestinesi che preferirebbero optare per la pace non hanno speranza di vincere la discussione interna finché restano loro stessi convinti che lo sforzo protratto per distruggere Israele possa avere successo. Potranno essere efficaci solo se si convinceranno e affermeranno in modo convincente: “Non abbiamo nessuna chance di sconfiggere Israele”; oppure: “Non è vero che disponete di una plausibile teoria per la vittoria, è giunta l’ora di essere pragmatici”.
Pertanto uno dei principali obiettivi che deve porsi chiunque voglia promuovere la pace è capire e contrastare la teoria della vittoria che sorregge coloro che vogliono continuare a combattere. Allo stato attuale i palestinesi non credono di poter sconfiggere militarmente Israele, né che i paesi arabi e islamici manderanno i loro eserciti per costringere Israele alla resa. La loro volontà di continuare a combattere è oggi sostenuta da altre due speranze. La minore è che Israele si stia rammollendo e dividendo al proprio interno per cui, mantenendo la pressione dell’odio e del terrorismo, perderà la sua risolutezza a difendersi, oppure il paese verrà abbandonato da un numero di israeliani tale da indebolirlo in modo fatale. La speranza più forte è che la loro campagna internazionale volta a delegittimare Israele conduca a pressioni internazionali tali da imporre a Israele una serie di ritiri e concessioni che alla fine lo metterebbero nell’impossibilità di difendersi.
Esiste una terza speranza: che un attacco nucleare iraniano provochi talmente tante morti e diserzioni da mettere Israele nell’impossibilità di reggersi. Ma questa speranza non è in cima ai pensieri dei palestinesi e potrebbe essere troppo remota per avere un’influenza decisiva.
Obiettivamente parlando, lo schieramento del “continuare a combattere” non manca di buoni argomenti. Dati i progressi fatti negli ultimi anni nel fomentare sentimenti anti-israeliani in Europa, il “campo per la pace” certamente non può sostenere con convinzione che non esista alcuna possibilità che l’Onu adotti misure drastiche contro Israele. Non solo in Europa e Stati Uniti si sentono ben poche voci, ammesso che ve ne siano, che dicono ai palestinesi che sbagliano e che devono accettare definitivamente l’esistenza di uno stato ebraico. Ma anzi, gli europei pagano profumatamente per sostenerli, e segnalano in ogni modo la loro mancanza di volontà di sfidare il mondo islamico. È vero che gli Stati Uniti continuano a ribadire il loro impegno per la sicurezza d’Israele, e che nessun governo europeo ha finora preteso il ritiro dietro le linee del 1967. Ma i palestinesi hanno tutte le ragioni per credere che, continuando a fare come hanno fatto finora, nel giro di qualche anno l’opinione pubblica internazionale si sposterà abbastanza da intervenire con modalità tali che saranno fatali per Israele.
Nel corso dell’ultimo anno questa teoria della vittoria è stata corroborata dalla politica americana del presidente Barack Obama, che si è allontanata dalla tradizionale vicinanza a Israele, ed è stata rafforzata da quella che appare come l’intenzione di Obama di costringere Israele a fare importanti concessioni senza nulla in cambio.
La seconda questione cruciale è se i palestinesi credono che sarebbe onorevole fare la pace. La risposta dipende dal fatto se gli ebrei vengono considerati dei predoni colonialisti che hanno rubato la terra con la sola forza, oppure come un popolo che storicamente e nato e vissuto in questa terra e che ad essa è profondamente legato. Se i palestinesi capiranno che vi sono due popoli con durevoli rivendicazioni storiche e morali sulla stessa terra, allora apparirà loro onorevole riconoscere che combattere è inutile, e che il compromesso è il modo giusto per comporre la disputa. Allo stato attuale, la loro dirigenza e la loro èlite insistono inflessibilmente che non esiste nessun popolo ebraico e che non c’era nessuna presenza ebraica in questa terra prima (e dopo) l’islam. E negano ufficialmente ed energicamente che sia mai esistito un Tempio ebraico sul Monte del Tempio (a Gerusalemme), a dispetto delle tante fonti islamiche delle scorse generazioni che invece riconoscevano apertamente la sua ubicazione in epoca pre-islamica. Di proposito la leadership palestinese rende impossibile una pace onorevole negando falsamente che gli ebrei abbiano titolo legittimo a una qualunque porzione di questa terra.
Quando sarà possibile una discussione libera, diventerà impossibile nascondere il dato storico dei profondi e duraturi legami ebraici con questa terra. Coloro che desiderano la pace potranno allora sostenere che la pace può presentarsi come un onorevole compromesso tra due popoli che accampano giusti diritti sulla terra, e non come un mero piegarsi codardo alla forza.
Anche questa risposta è nelle mani di europei e americani. Se essi rammentassero costantemente alla dirigenza e all’opinione pubblica palestinese i diritti morali e storici degli ebrei sulla terra, riconosciuti dalla Società delle Nazioni nella Palestina Mandataria, la dirigenza palestinese non potrebbe continuare a tenere la propria gente all’oscuro della verità. Finché invece essa può continuare a perpetuare la menzogna della conquista coloniale, il resto del mondo ne riceve il segnale inequivocabile che i palestinesi non sono ancora disposti a fare la pace. La pace non sarà possibile finché i palestinesi non si diranno l’un l’altro che anche gli ebrei hanno un profondo legame storico con questa terra.
La strada per la pace è chiara. La pace diventerà possibile quando i palestinesi si renderanno conto che non c’è alcuna possibilità che gli europei o gli iraniani impediscano a Israele di difendersi, e quando riconosceranno che loro non sono l’unico popolo che abbia un diritto legale e morale su questa terra. Fino ad allora i negoziati resteranno una finzione, e le concessioni non potranno far nulla per “migliorare le chance di successo”.

(Da: Jerusalem Post, 14.4.10)

Nell’immagine in alto: tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese manifestano la negazione del diritto ebraico ad uno stato indipendente su una parte della terra

Si veda anche:

Hamas: Ebrei destinati alla distruzione

http://www.israele.net/articolo,2776.htm

“Il Tempio di Gerusalemme? Mai esistito”

http://www.israele.net/articolo,2309.htm