Cadono i dittatori, non cade l’odio anti-ebraico

L’antisemitismo riemerge nel mondo arabo, tra una rivolta e l’altra.

Di Or Avi-Guy

image_3312Una consolidata tradizione della politica mediorientale è quella di attribuire a Israele, ai “sionisti” e agli “ebrei” la colpa di tutti i problemi che affliggono il mondo arabo e musulmano. Gli “ebrei” sono stati a lungo utilizzati da regimi ostili come utile diversivo per distogliere l’attenzione dalla miseria in cui versano le loro popolazioni e dalle sue cause. Molti speravano che la “primavera araba” segnasse la fine di questa tradizione razzista e autolesionista, giacché all’inizio delle manifestazioni di protesta anti-regime nei paesi arabi Israele non veniva quasi neanche menzionato come causa dei problemi di quelle società. Per una volta, il dito veniva correttamente puntato contro i loro regimi dittatoriali.
Purtroppo, però, come ha recentemente osservato il giornalista americano Jeffrey Goldberg (Bloomberg News, 28.11.11), oggi appare chiaramente che in tutti i paesi liberati dai dittatori arabi, “gli ebrei” sono tornati ad essere il capro espiatorio regionale.
In Libia adesso si sostiene diffusamente che il deposto dittatore Gheddafi fosse di origini ebraiche, e il suo regime viene accusato d’aver agito a sostegno del sionismo. Il fatto che Gheddafi invocasse la distruzione di Israele, avesse fatto approvare leggi discriminatorie ai danni della popolazione ebraica espulsa dalla Libia ed esprimesse apertamente posizioni antisemite non scalfisce la popolarità di queste voci. Dopo la caduta di Gheddafi, David Gerbi, un ebreo libico (espulso in Italia nel 1967) è tornato a Tripoli alla fine di agosto convinto di poter contribuire alla rivolta e di restaurare la sinagoga principale della città. Ben presto tuttavia si è trovato circondato da una folla ostile con cartelli che dicevano: “Non c’è posto per gli ebrei in Libia”. L’odio verso gli ebrei emerge con forza anche dai testi di popolari canzoni rap, come ad esempio questa: “La rabbia non morirà, quelli che moriranno sono Gheddafi, i suoi sostenitori e gli ebrei”.
In Siria l’opposizione sta facendo circolare la voce che Assad, certamente non un amico di Israele ed anzi un risoluto sostenitore di gruppi terroristi come Hamas e Hezbollah, sarebbe un agente degli ebrei. Lo scrittore siriano Osama al-Malouhi ha scritto di recente su un sito web dell’opposizione che gli ebrei “vogliono che quel succhiatore di sangue siriano rimanga e continui a depredare e succhiare il sangue”. Ed ha aggiunto: “Chiedendomi come mai il sostegno ebraico a Bashar [Assad] sia cresciuto dopo che hanno visto i fiumi di sangue siriano che questo assassino di massa ha fatto sgorgare nelle città siriane, mi è tornata in mente una vecchia immagine: quella degli ebrei che dissanguano delle persone e usano il sangue per impastare le azzime”.
Il trend non ha risparmiato la Tunisia, dove Rashid Ghannouchi, il leader del partito islamista Ennahdha (che ha ottenuto il 41% dei voti nelle elezioni dello scorso ottobre e che viene spesso definito “moderato”) ha recentemente affermato: “Porto la buona novella che la regione araba si sbarazzerà del germe di Israele”. La bozza della nuova costituzione tunisina prevede il divieto di stabilire rapporti diplomatici con Israele, a quanto pare anche in caso di pace coi palestinesi.
I mass-media arabi permangono pieni di politici e di personalità pubbliche, religiose e accademiche che esprimono opinioni antisemite. Ad esempio, Tamer Mustafa, un “ricercatore sul sionismo” intervistato lo scorso 12 ottobre dalla tv libanese Al Manar, ha causticamente sostenuto che “il razzismo è profondamente radicato nelle anime dei seguaci della religione ebraica”, cosa che egli imputa alla Torah (la Bibbia) dicendo che è intrisa di “spirito razzista”. Poi, con un classico esempio di pensiero contradditorio antisemita sulla Shoà, ha sostenuto che i sionisti hanno aiutato “i nazisti ad uccidere gruppi di ebrei in modo da costringere gli altri ad emigrare in Palestina” e nello stesso tempo che la Shoà non è mai avvenuta e che si tratta soltanto di “menzogne”.
Molte delle peggiori manifestazioni di antisemitismo arrivano dall’Egitto, un terreno tradizionalmente fertile per le teorie cospirative anti-ebraiche. In Egitto anche i leader e i politici liberali sembrano convinti che gli ebrei complottino contro l’economia egiziana. Tawfiq Okasha, candidato alla presidenza e proprietario della tv Al Faraeen, ha illustrato la sua scoperta sul presunto controllo ebraico sull’occidente e sull’economia globale parlando sulla sua emittente il 31 ottobre scorso. “Gli ebrei – ha detto – che hanno ideato la filosofia economica americana, hanno messo una piramide e un occhio sul retro della banconota del dollaro, simboli della massoneria globale. … Gli Stati Uniti hanno adottato una politica economica che è stata creata e viene gestita da esperti economisti ebrei con lo scopo di subordinare tale politica alla filosofia globale della massoneria, che permette loro di mantenere il dominio sulle nazioni”. Okasha incolpa inoltre gli ebrei per le divisioni storiche interne al cristianesimo, sostenendo che “traduttori ebrei” introdussero deliberatamente differenze di linguaggio nei testi cristiani “allo scopo di alterare l’essenza della fede cristiana”.
Anche il chierico egiziano Amin al-Ansari è un fan delle teorie cospirative, mescolate con un po’ di buon vecchio sessismo. In un’intervista sulla tv Al-Rahma lo scorso 26 ottobre, citando “I Protocolli dei Savi di Sion” ha sostenuto che gli ebrei manipolano le donne allo scopo di mantenere il controllo sul mondo, ed ha aggiunto: “Quando sionismo ed ebraismo si avvantaggiano, significa la decadenza non solo delle donne musulmane, ma dell’umanità intera”.
In Egitto l’antisemitismo si incontra anche nella vita quotidiana. Mentre era in servizio al Cairo, il giornalista della BBC Thomas Dinham è stato aggredito perché ritenuto ebreo. “Qualcuno mi ha spinto da dietro con tale forza che per poco non cadevo. Girandomi, mi sono visto circondato da cinque uomini, uno dei quali stava per darmi un pugno in faccia. L’ho fermato facendo notare quanto fosse vergognoso per un musulmano aggredire un ospite nel suo paese, specie durante il Ramadan … Sono rimasto allibito dalle scuse offerte da uno degli aggressori: Spiacente, ha detto contrito porgendomi la mano, avevamo pensato che fossi un ebreo”.
Intanto, alla vigilia delle elezioni parlamentari, Ahmed al-Tayeb, capo dell’Università Al-Azhar del Cairo e dunque una delle più prestigiose autorità religiose del mondo islamico sunnita, arringava una folla di cinquemila persone che gridavano “Tel Aviv, Tel Aviv, il giorno del giudizio è arrivato” e la frase coranica “Un giorno uccideremo tutti gli ebrei”. Curiosamente Tayeb ha accusato gli ebrei di voler impedire l’unità islamica ed egiziana con il controllo sulla moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme.
A quanto sembra, dunque, mentre diversi radicati dittatori sono stati rovesciati con successo, il radicato antisemitismo che essi avevano contribuito a coltivare nelle loro società è molto più difficile da sradicare.

(Da: Jerusalem Post, 14.12.11)

Si veda anche:

Campagne per la distruzione di Israele alla faccia del processo di pace
Documentati in un libro istigazione all’odio, venerazione del terrorismo, negazione di Israele nella pubblicistica dell’Autorità Palestinese

http://www.israele.net/articolo,3306.htm

Hamas si vanta d’aver ucciso 1.365 “sionisti” in 1.117 attentati terroristici
Alla sua annuale adunata oceanica, il neo-alleato di Abu Mazen giura lotta fino alla distruzione di Israele

http://www.israele.net/articolo,3311.htm

Eravamo pessimisti? In realtà è andata peggio di quel che si temeva
Ora una cosa la sappiamo: questa è la democrazia in versione egiziana

http://www.israele.net/articolo,3302.htm

“Uccideremo tutti gli ebrei”
In un raduno al Cairo, i Fratelli Musulmani invocano la jihad contro Israele

http://www.israele.net/articolo,3296.htm

L’odio più duraturo
La società arabo-islamica è praticamente l’unica al mondo dove l’antisemitismo viene sostenuto pubblicamente

http://www.israele.net/articolo,3216.htm