Eppure c’è un giudice, a L’Aia!

Il procuratore della Corte Penale Internazionale ha definitivamente respinto la richiesta di riaprire l’indagine sul caso della Mavi Marmara

Di Tova Tzimuki

Il procuratore della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda

Non si nasconde la soddisfazione, a Gerusalemme, per la decisione presa a fine novembre dalla Corte Penale Internazionale di non perseguire Israele per il raid del 2010 su una nave della flottiglia filo-Hamas che sosteneva di portare aiuti umanitari alla striscia di Gaza. La decisione è stata annunciata dal procuratore della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda.

La nave Mavi Marmara salpò dalla Turchia alla volta di Gaza nel maggio 2010 con il dichiarato intento di violare il blocco navale anti-Hamas decretato da Israele. Dopo i regolari avvertimenti da parte della Marina israeliana, rispettati dalle altre cinque navi della flottiglia, un commando israeliano abbordò la Mavi Marmara che si rifiutava di sbarcare il carico nel porto di Ashdod, da dove sarebbe stato trasportato a Gaza via terra dopo le necessarie ispezioni anti-armi. Ne seguì un violento scontro a bordo della nave, con il ferimento di dieci soldati israeliani e la morte di nove attivisti del gruppo islamista turco IHH, strettamente legato a organizzazioni jihadiste come Hamas e altre.

Tre anni dopo, nel maggio 2013, lo stato islamico Unione delle Comore chiese alla Corte Penale Internazionale di avviare un’indagine sull’incidente. Il procuratore Bensouda procedette con un esame preliminare e decise, circa 18 mesi dopo, di non avviare l’indagine spiegando che, per quanto esistesse qualche probabilità che sulla nave fossero stati commessi degli eccessi, il caso non era di gravità tale da impegnare la Corte.

L’Unione delle Comore, verosimilmente sotto l’influenza di organizzazioni palestinesi, non volle accettare questa conclusione e impugnò la decisione. Una Camera preliminare della Corte Penale Internazionale accolse la richiesta e chiese al procuratore di riconsiderare la decisione, ipotizzando un errore di valutazione sulla gravità dell’incidente.

Fermo-immagine del momento in cui jihadisti IHH scaraventano fuoribordo un soldato israeliano ferito, durante gli scontri del 31 maggio 2010 sulla Mavi Marmara

Durante il riesame del caso, Bensouda è stata inondata da circa 5.000 pagine di materiale aggiuntivo, tra cui centinaia di testimonianze di passeggeri della Mavi Marmara e rapporti autoptici approntati dai turchi. Dal canto suo la squadra israeliana, guidata dal procuratore generale Avichai Mandelblit (che era avvocato generale militare al momento del primo esame) e dal suo primo consulente, l’avvocato Gil Limon, presentò argomenti molto forti. Il principale argomento era che le competenti autorità israeliane avevano già investigato il caso e condotto tutte le indagini necessarie, il che rendeva inutile un’ulteriore inchiesta.

Alla fine di novembre, Bensouda ha emesso una dichiarazione in cui respinge il ricorso, ribadendo la sua decisione iniziale. Bensouda ha scritto fra l’altro che molte persone che hanno chiesto di costituirsi parte lesa nel procedimento sembrano aver agito sotto dettatura nella formulazione delle loro testimonianze, e non solo nella compilazione dei moduli. Ad esempio, sottolinea Bensouda, ben 206 presunte vittime hanno usato termini assolutamente identici per descrivere le persone a loro dire responsabili di ciò che è accaduto sulla Mavi Marmara e 60 presunte vittime hanno usato espressioni che si ripetevano in modo improbabile. Inoltre, 24 moduli non recavano né firma né alcun segno di identificazione, ma solo il timbro di uno studio legale che in passato ha rappresentato l’Unione delle Comore in procedimenti giudiziari presso la Corte Penale Internazionale. Bensouda ha respinto altre testimonianze perché portate da persone coinvolte negli atti di violenza a bordo della Mavi Marmara e dunque parte in causa, e ha affermato che altre persone ancora hanno fornito testimonianze su fatti a cui non possono aver assistito di persona.

Sul piano legale, il procuratore ha respinto i criteri adottati dai giudici della Camera preliminare per mettere in discussione la sua valutazione della “gravità” della condotta dei soldati israeliani sulla nave. Secondo Bensouda, i giudici hanno ignorato il quadro generale, non c’è nulla che faccia pensare che gli attivisti della flottiglia siano stati “torturati” e il fatto che hanno subito una lesione alla loro “dignità personale” non è motivo per un’indagine della Corte Penale Internazionale. Bensouda spiega che i giudici della Camera preliminare non hanno preso adeguatamente in considerazione il contesto in cui i soldati delle Forze di Difesa israeliane avrebbero commesso i presunti “crimini” e l’opposizione violenta che hanno incontrato sulla nave. Bensouda definisce particolarmente sorprendente l’indifferenza dei giudici per la violenza degli attivisti, visto che hanno creduto di giudicare “eccessivo” il ricorso alla forza fatto dai soldati israeliani.

Comunque, il risultato più significativo per Israele è quello d’aver convinto il procuratore che le competenti autorità israeliane hanno già indagato su tutti gli aspetti dell’incidente in modo corretto e approfondito, sia nell’ambito dell’esercito che attraverso la Commissione Turkel, e d’averne tratto le conclusioni in modo tale da rendere superflua ogni ulteriore indagine.

Israele, come gli Stati Uniti, non fa parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Ciò nonostante, sono state presentate centinaia di denunce contro Israele, principalmente da parte di organizzazioni palestinesi.

La decisione che respinge la richiesta di avviare un’inchiesta sull’incidente della Mavi Marmara è stata diramata dal tribunale anche in ebraico, arabo e turco in modo che tutte le parti interessate fossero in grado di leggerla nella rispettiva lingua.

(Da: YnetNews, 19.12.17)