Cedere i territori. Ma a chi?

Israele non può tollerare che Qassam e Katyusha piovano su Tel Aviv, Gerusalemme e l’aeroporto Ben-Gurion

Da un articolo di Aluf Benn

image_1747(…) Esiste un crescente consenso, in Israele, attorno all’idea che un ritiro dalla Cisgiordania di fatto non sia più possibile. Si può forse eclissare i palestinesi al di là di una barriera di sicurezza, ma è impossibile cedere il controllo su di loro.
Quasi tutti più o meno condividono questa valutazione, su tutto l’arco dello spettro politico israeliano. Quelle che cambiano sono le argomentazioni. La destra ideologicamente motivata considera gli insediamenti una sorta di dovere religioso. La destra di Benjamin Netanyahu parla del “vallo difensivo” garantito dalla catena montuosa di Giudea e Samaria (Cisgiordania). Ehud Olmert, che promise di ritirarsi dalla Cisgiordania e di sgomberare la maggior parte degli insediamenti, ha lasciato cadere quel progetto dopo la seconda guerra in Libano e gli attacchi di missili Qassam dalla striscia di Gaza. Nemmeno la sinistra del Meterz parla più di una composizione definitiva del conflitto, ma solo di un accordo teorico che garantisca legittimità internazionale a Israele, riconoscendo che Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non sarà in grado di applicarlo.
Ciò che hanno in comune tutte queste opinioni, di destra e di sinistra, è che mettono in conto che l’attuale situazione duri ancora a lungo, con gli insediamenti, i posti di blocco e migliaia di soldati schierati al di là della barriera.
Fino a poco tempo fa In Israele si diceva che dall’altra parte non c’è nessun interlocutore affidabile con cui negoziare. Ora si dice che non c’è nessuno a cui restituire i territori. L’ha detto con chiarezza il neo presidente dello stato, il Nobel per la pace Shimon Peres: “Non è affatto chiaro quando potremo tirarci completamente fuori dai territori – ha scritto la scorsa settimana su Yedioth Aharonoth – Anche se siamo pronti a ritirarci da quei territori, in questa fase non abbiamo nessuno a cui consegnarli a causa dell’incapacità dei palestinesi di istituire un solo stato e un solo esercito in grado di imporre il controllo. Nel frattempo Israele non può ignorare le sue responsabilità sui territori, indipendentemente dal fatto che sia per scelta o per mancanza di alternative”.
Difficile credere che solo un anno fa Peres faceva parte di un governo che era votato al disimpegno, e che lo sgombero della maggior parte degli insediamenti dalla Cisgiordania era al centro del dibattito politico. Nel dibattito politico di oggi qualunque discorso sul ritiro dai territori viene percepito come una pericolosa illusione.
Il motivo è evidente. Israele ha imparato a convivere, sebbene a malincuore, con i lanci quotidiani di Qassam su Sderot, e ha anche saputo superare cinque settimane di bombardamenti missilistici dal Libano sul nord del paese. Ma non vuole né può tollerare che Qassam e Katyusha possano piovere su Tel Aviv, su Gerusalemme, sull’aeroporto internazionale Ben-Gurion (tutte località letteralmente “a un tiro di schioppo” dalla Cisgiordania).
A questo punto, alla luce dell’esperienza del Libano e della striscia di Gaza, quasi tutti gli israeliani danno per scontato che qualunque territorio sgomberato è destinato a diventare una base di lancio per attacchi missilistici contro Israele. E dunque non sorprende che forze armate e servizi di sicurezza, per timore di questi attacchi, siano contrari ad eliminare anche un solo posto di blocco in Cisgiordania. E la leadership politica tiene conto di questo parere.
In questo clima è chiaro che qualunque discorso sulla soluzione “due stati” e le dichiarazioni del primo ministro al summit di Sharm el-Sheikh sulle “nuove opportunità” e sull’ “accelerare il processo verso lo stato palestinese” suonano vuote: chiacchiere diplomatiche slegate dalla realtà e dalla vere aspettative, fatte solo per calmare americani ed europei e attenuare le pressioni su Israele. La comunità internazionale prende parte alla commedia e a poco a poco perde interesse nel conflitto. Il rinvio del discorso del presidente George W. Bush che, celebrando i cinque anni da quando illustrò la sua “visione”, avrebbe dovuto offrire nuove idee per una composizione fra israeliani e palestinesi, fa pensare che oggi non abbia più nulla da aggiungere.
Dal punto di vista di Israele, congelare la situazione nei territori è un’opzione obbligata. Il che libera il governo dalle dispute interne, ma comporta dei costi: il perpetuarsi del conflitto con gli arabi, crescenti appelli per boicottaggi accademici ed economici anti-israeliani, il crescente divario fra parole e azioni. (…)

(Da: H’aretz, 28.06.07)

Nella foto in alto: Membri delle Forze di Sicurezza Nazionale palestinese (Hamas) assumono il controllo a Rafah della frontiera fra striscia di Gaza ed Egitto

Vedi anche:

Libano 2006: le prediche inutili

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1377&ion_cat=