Chi vuole palestinizzare la questione irachena?

Secondo il rapporto Baker, toccherà a Israele pagare il prezzo per stabilizzare il caos in Iraq

Da articoli di Zalman Shoval, Herb Keinon

image_1488Scrive Zalman Shoval, ex ambasciatore d’Israele a Washington: Sia il presidente Usa George Bush, che il suo consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley, e persino i membri del Gruppo di Studio sull’Iraq hanno detto chiaramente che il rapporto non deve essere considerato come un testo sacro. È solo uno dei tanti rapporti – altri ne sono stati preparati dalla stessa amministrazione – che andranno a formare le basi delle prossime decisioni sull’Iraq. Tuttavia non c’è dubbio che, per via della statura politica di James Baker e di altri componenti del Gruppo, le raccomandazioni di questo rapporto costituiranno forse l’elemento principale nel formulare la politica di Washington. (…)
Due sono le maggiori domande per quanto riguarda Israele. Il rapporto condurrà a una conferenza internazionale sulle principali questioni del Medio Oriente compresa, naturalmente, quella israelo-palestinese? Vi sono segni, nel rapporto, secondo cui questo sarebbe effettivamente ciò che i membri del Gruppo hanno in mente.
L’altra domanda pertinente è se gli Stati Uniti debbano trattare dell’Iraq con Siria e Iran. Finora il presidente Bush ha respinto questa ipotesi, ma sarà in grado di resistere non solo alle pressioni della commissione Baker-Hamilton, ma anche a quelle non meno importanti della nuova maggioranza democratica al Congresso?
Coinvolgere Siria e Iran negli sforzi per arrivare a qualche forma di modus vivendi in Iraq allenterebbe sicuramente la pressione; per quel che vale, anche quella sull’Iran con riguardo ai suoi sforzi per il nucleare. Ma lo stesso futuro ministro della difesa Usa Robert Gates ha detto che non si può escludere che l’Iran possa progettare un attacco atomico contro Israele. Inoltre, coinvolgere questi due paesi darebbe loro maggior voce in capitolo nella formulazione del futuro politico dell’Iraq, teatro dove Teheran gioca già un ruolo chiave attraverso la maggioranza sciita del paese.
Circa la Siria, un maggiore coinvolgimento da parte sua potrebbe significare aiutarla a ristabilire il suo controllo sul Libano, oltre che sul Golan.
Tutto questo non promette bene per Israele. Benché il semplice buon senso indichi che il problema palestinese o quello delle alture del Golan non hanno nulla a che fare con l’Iraq, la combinazione di: paura degli arabi per una Mezzaluna Fertile a dominanza sciita, atteggiamento generale degli europei (come si è visto nella recente iniziativa italo-franco-spagnola) e frustrazione degli americani sull’Iraq, potrebbe sfociare in una situazione in cui, in mancanza di reali soluzioni per l’Iraq, l’attenzione verrà spostata su questioni che riguardano direttamente Israele.
La diplomazia israeliana, che negli ultimi tempi non ha avuto grande successo nel chiarire la propria posizione non solo con gli europei, ma anche coi democratici americani e persino con pezzi dell’amministrazione Bush, deve ora fare un grande sforzo per fermare il tentativo di “palestinizzare” la situazione in Iraq: cioè farne pagare il prezzo a Israele.

Scrive Herb Keinon: (…) Se i dirigenti israeliani temevano che il Gruppo di Studio sull’Iraq avrebbe raccomandato di aprire la strada all’impegno Usa con la Siria pagando pegno in moneta israeliana, le loro paure si sono avverate. Tra le raccomandazioni del Gruppo, come ci si aspettava, figura quella che gli Stati Uniti avviino un impegno diplomatico con Siria e Iran allo scopo di stabilizzare la regione. Si tratta di una raccomandazione che era largamente prevista, così come è previsto che sia i siriani che gli iraniani cercheranno di ottenere qualcosa in cambio.
A proposito di cosa potrebbero pretendere i siriani, la valutazione a Gerusalemme era che le tre maggiori priorità per Damasco sono, in ordine di importanza decrescente: annullare il tribunale internazionale sull’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, riguadagnare un forte controllo sul Libano, riottenere le alture del Golan.
Il Gruppo Baker-Hamilton ha messo in chiaro che Damasco può scordarsi di conseguire i primi due obiettivi attraverso l’impegno diplomatico con Washington, mentre il terzo – riottenere il Golan – non è un sogno irrealizzabile. Una pace negoziata, afferma con chiarezza il rapporto, non riporterebbe la Siria in Libano né le permetterebbe di sottrarsi alle indagini sull’omicidio Hariri, ma riavere il Golan è tutta un’altra cosa.

(Da: Jerusalem Post, 6.12.06)

Nella foro in alto: I co-presidenti del Gruppo di Studio sull’Iraq James Baker e Lee Hamilton

Vedi anche:

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http://www.israele.net/sections.php?id_article=1456&ion_cat=18