Ciò che sa bene la nuova maggioranza degli israeliani

E che la comunità internazionale ha il dovere di capire e sostenere.

Da un articolo di Ari Shavit

image_863Giusto per ricordare: la nuova era in Medio Oriente è iniziata alle 6.45 del mattino del 29 settembre 2000, quando un poliziotto palestinese, Na’il Suleiman, uscì dalla jeep con cui prendeva parte a un pattugliamento congiunto insieme a soldati israeliani nella zona di Qalqilyah, si avvicinò alla jeep israeliana e saprò a bruciapelo al suo collega israeliano, l’agente della polizia di frontiera Yossi Tabeja, uccidendolo.
La pattuglia congiunta era una delle icone dell’era di Oslo. Le jeep delle pattuglie congiunte israelo-palestinesi in tutta la Cisgiordania e la striscia di Gaza non solo rappresentavano un tentativo coordinato di prevenire atti di terrorismo. Simboleggiavano anche partnership e fiducia. Gli spari che misero fine alla vita di Tabeja, misero fine anche al tentativo coordinato di bloccare il terrorismo, alla partnership e alla fiducia. Misero fine ad un esperimento di pace senza precedenti, durato sette anni, fra Israele e palestinesi, e davano inizio a una guerra terroristica intrisa di sangue, durata più di quattro anni.
Dal punto di vista israeliano, la guerra del 2000-2004 ha rappresentato due cose: un’aggressione contro Israele in quanto Stato degli ebrei, e un’aggressione contro Israele in quanto società aperta e libera. Sul piano ideologico, la guerra scaturì dall’incapacità della dirigenza palestinese di porre fine al conflitto e di riconoscere il diritto all’esistenza di uno stato per gli ebrei all’interno dei confini del 1967 modificati. Ma sul piano pratico fu una guerra terroristica che cercò di demolire Israele in quanto società democratica. Il terrorismo suicida palestinese non prese di mira le yeshiva (accademie religiose), gli insediamenti o le unità militari. Prese di mira sistematicamente gli autobus, i bar, le discoteche, i centri pedonali commerciali. In un certo senso si può dire che fu il tentativo di demolire il “centro pedonale commerciale israeliano”: di combattere lo stato degli ebrei annientando il suo stile di vita occidentale, impedendo a questa società creativa, dinamica, consumistica di realizzare il proprio sogno di essere una sorta di California nel cuore del mondo arabo-islamico.
Gli israeliani capirono molto bene il messaggio palestinese. Così, nei quattro anni di guerra terroristica dimostrarono una sorprendente capacità di resistenza, e appresero nel modo più doloroso quale fosse il vero nodo attorno a cui si combatte il conflitto. Non è la striscia di Gaza, e non è la Cisgiordania. Non è neanche Gerusalemme. Il conflitto ruota attorno all’esistenza stessa di uno stato per gli ebrei in Medio Oriente. Il conflitto ruota attorno all’esistenza stessa di una libera società non-araba in una parte della Terra Santa. Il conflitto ruota attorno al diritto di Israele ad esistere come stato ebraico democratico.
A partire dal 2000, attorno a questa intuizione fondamentale si è formata una nuova maggioranza di israeliani, vasta e silenziosa. Questa maggioranza sa che il conflitto israelo-palestinese non finirà nel prevedibile futuro. Questa maggioranza sa che l’occupazione rappresenta un pericolo per Israele sul piano morale, demografico e politico. Ma questa maggioranza sa anche che la fine dell’occupazione, insieme alla continuazione del conflitto, è cosa assai problematica, che rischia di suscitare ondate di violenza che possono colpire Israele e metterne in pericolo l’esistenza. Pertanto questa nuova maggioranza di israeliani si aspetta che i suoi leader nazionali si adoperino per porre fine all’occupazione gradualmente, con cautela e senza esporre Israele a rischi per la sua esistenza.
La nuova maggioranza di israeliani non ha ancora un suo partito. Non è rappresentata nella Knesset. Ma la sua quieta pressione è ciò che ha indotto Ariel Sharon a costruire la barriera difensiva. La sua quieta pressione è ciò che ha spinto Sharon ad adottare il piano di disimpegno. Così, in modo atipico, la nuova maggioranza di israeliani trova oggi espressione politica attraverso Sharon. La singolare personalità di Sharon combinata con la silenziosa determinazione della maggioranza degli israeliani è diventata l’attore più importante, e più realistico, del cambiamento sulla scena mediorientale.
Sharon non voleva la barriera. Sharon non voleva sgomberare insediamenti. Ma, alla fine di un lungo processo di maturazione, si è ritrovato a concretizzare l’intuizione profonda degli israeliani che emergeva come frutto del collasso del processo di pace e della grande guerra terroristica: è proprio in mancanza di pace che Israele ha bisogno di un confine. È proprio perché il conflitto continuerà che Israele ha bisogno di separarsi. Finché israeliani e palestinesi non riusciranno di nuovo ad andare d’amore e d’accordo, avranno bisogno di un lungo periodo di separazione. Solo la creazione di una linea che separi lo spazio israeliano dallo spazio palestinese libererà Israele dalla sindrome coloniale e libererà i palestinesi dalla sindrome della vittima. Solo la creazione di un cuscinetto tra i due popoli porrà fine alla relazione simbiotica tra di loro, indirizzando entrambi verso un autentico riconoscimento reciproco.
In questo risiede l’importanza storica dell’agosto 2005. Non si tratta solo dell’affrancamento di 1,4 milioni di palestinesi dall’occupazione israeliana. Non si tratta solo dello sgombero di un terzo di territorio palestinese occupato. Si tratta dell’inizio dell’attuazione del progetto di spartire la terra: il progetto che dirà se è possibile separare il gemello siamese israeliano dal gemello siamese palestinese senza che entrambi muoiano dissanguati sul tavolo operatorio.
Per adesso il progetto di spartire la terra è un’impresa unilaterale israeliana. Non ha un interlocutore palestinese. Anche dopo la morte di Yasser Arafat, la dirigenza palestinese rimane incapace di riconoscere pienamente il diritto all’esistenza di uno stato ebraico e democratico all’interno dei confini del 1967 modificati. Anche oggi, sotto Mahmoud Abbas (Abu Mazen), la dirigenza palestinese non è capace di dire addio al sogno del ritorno, impegnandosi a non avanzare pretese su Israele all’interno della Linea Verde (ex linea armistiziale dal 1949 al 1967).
L’eco degli spari esplosi da Na’il Suleiman contro Yossi Tabeja la mattina del 29 settembre 2000 continua a farsi sentire. Da quel giorno il Medio Oriente è rimasto bloccato in un profondo sospetto reciproco. Stando così le cose, ciò che deciderà del futuro del progetto di dividere la terra è la capacità della comunità internazionale di sostituire l’assente attore palestinese per un significativo periodo di tempo. Ciò che deciderà del futuro del progetto è la capacità della comunità internazionale di dare vita a un’alleanza con la nuova maggioranza degli israeliani, rassicurandola che il prossimo ritiro parziale dalla Cisgiordania non la metterà a repentaglio, non metterà in pericolo il paese e non scatenerà un bagno di sangue.
Il disimpegno dimostra che, dopo 38 anni di occupazione, Israele ha finalmente raggiunto un certo livello di maturità politica. Israele 2005 sta dimostrando d’essere pronto a correggere i propri errori, sanare i propri mali e affrontare con coraggio le sue minoranze estremiste interne. Finché la parte palestinese non mostrerà altrettanta maturità politica, il futuro del progetto di spartire la terra dipenderà interamente dalla comunità internazionale. Solo se la comunità internazionale riconoscerà legittimità assoluta alla linea su cui Israele si sta ora ritirando, e alle linee su cui si ritirerà negli anni a venire, sarà possibile impedire che il processo di divisione unilaterale della terra si trasformi in una calamità. Solo se la comunità internazionale proteggerà e coltiverà la nuova maggioranza di israeliani, sarà possibile fare veri progressi verso una giusta e stabile soluzione “due stati per due popoli”.

(Da: Ha’aretz, 17.08.05)

Nella foto in alto: Yossi Tabeja, l’agente della polizia di frontiera israeliana di 27 anni la cui uccisione a sangue freddo il 29 settembre 2000 diede inizio alla “seconda intifada” ponendo fine all’era del processo di pace di Oslo

Vedi anche:

La logica di Sharon

http://www.israele.net/sections.php?id_article=382&ion_cat=18

Il falco/colomba israeliano

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/013flcl.html