“Ci è stato offerto il 100% del territorio, ma abbiamo rifiutato”

Quando i negoziatori palestinesi si vantano della propria intransigenza.

image_2942Rispondendo alle critiche di Hamas, che lo accusa di svendere i principi cardine della posizione palestinese, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha dichiarato: «Noi non abdicheremo a nessun principio cardine. Dal Consiglio Nazionale Palestinese di Algeri del 1988, col quale dichiarammo lo stato palestinese e riconoscemmo le risoluzioni Onu 242 e 338, quali sono le concessioni che avremmo fatto sui principi fondamentali? Abbiamo sempre insistito sulle linee del 1967, su Gerusalemme come nostra capitale e sul diritto al ritorno dei profughi secondo le risoluzioni dell’Onu, a cominciare dalla 194. Non una singola parola dei nostri documenti è stata cambiata da allora ad oggi. Non è accaduto e non accadrà» (da: Al-Ayyam, Autorità Palestinese, 6.9.10).

Allo stesso modo, il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese Saeb Erekat ha affermato che le accuse dell’opposizione circa concessioni fatte dall’Olp sono totalmente infondate: «Abu Amar [Yasser Arafat] avrebbe potuto firmare un accordo sin dal primo giorno, e così non sarebbe stato assassinato [sic]. Anche Mahmoud Abbas (Abu Mazen) avrebbe potuto accettare ciò che gli venne offerto dopo il summit di Annapolis, vale a dire il 100% del territorio [tra ritiri e scambi territoriali]. Ma noi abbiamo assunto, e sempre assumeremo, una posizione fermissima: che la capitale dello stato palestinese sia a Gerusalemme, che il problema dei profughi venga risolto secondo la risoluzione 194, che lo stato palestinese sia sulle linee del 1967» (da: www.maannews.net, 4.9.10).

Sulla questione dei profughi, Abu Mazen ha dichiarato: «Se ci chiederanno di fare marcia indietro sul diritto al ritorno o sulle linee del 1967, io me ne andrò senza fare nessuna concessione» (da Al-Ayyam, quotidiano dell’Autorità Palestinese, 6.9.10). In un’altra intervista il presidente dell’Autorità Palestinese ha ribadito: «Qualunque pressione su di me per farmi recedere sui confini, sui profughi o su qualunque altra questione cruciale, mi spingerà a fare i bagagli e andarmene» (da: Al-Rai, Kuwait, 7.9.10).

Circa il futuro degli insediamenti, cioè dei civili israeliani che vivono in Cisgiordania, Saeb Erekat ha detto: «Quando Israele ha deciso di fare la pace con l’Egitto, ha smantellato gli insediamenti nel Sinai, e quando ha deciso il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza ha smantellato gli insediamenti che vi si trovavano. Spero che Israele capisca che, per la pace in Cisgiordania, dovrà fare la stessa cosa» (da: www.maannews.net, 4.9.10).

Commentando il discorso di Benjamin Netanyahu al Dipartimento di stato americano, nel quale il primo ministro israeliano aveva parlato del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, Abu Mazen ha dichiarato: «Questa faccenda mi ha costretto a deviare dal testo del mio intervento per rispondere, giacché si tratta di una questione obsoleta: è terminata con il riconoscimento fra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin [1993], quello che chiamiamo il riconoscimento reciproco. Arafat disse: “Riconosciamo il diritto di Israele ad esistere in sicurezza e stabilità”, e Rabin replicò che riconosceva l’Olp come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, e che su queste basi avrebbe negoziato con essa. […] Non stiamo parlando di uno stato ebraico, ma dello stato di Israele. E naturalmente sappiamo con quale intento viene sollevata questa questione e per questo la rifiutiamo, come abbiamo fatto più di una volta in passato: come durante il mio incontro con l’estremista comunità ebraica americana, che chiaramente sostiene le posizioni di Israele, e dove mi venne posta questa domanda sullo stato ebraico. Abbiamo replicato che questo non è affar nostro: non è di questo che stiamo discutendo e non possono aspettarsi che rispondiamo. Voi potete chiamarvi come volete, ma non otterrete che noi ci dichiariamo d’accordo. Così, quando Netanyahu ha sollevato questo tema, ho immediatamente replicato che il riconoscimento reciproco è solo quello del 9 settembre 1993» (da: Al-Ayyam, Autorità Palestinese, 6.9.10).

In una successiva intervista, Abu Mazen ha spiegato: «Se Netanyahu vuole parlare di uno stato ebraico, è affar suo. Noi non lo riconosceremo assolutamente: significherebbe chiudere le porte al ritorno dei profughi palestinesi. […] Se qualcuno ci chiederà di accettare di riconoscere lo stato di Israele come stato ebraico, noi non lo faremo. Noi diamo a Israele soltanto lo stesso riconoscimento del 1993, e non abbiamo nulla da aggiungere» (Al-Ayyam, Autorità Palestinese, 7.9.10).

(Da: MEMRI, 22.9.10)

DOCUMENTAZIONE 1:
DICHIARAZIONI PUBBLICHE DI ABBAS ZAKI, AMBASCIATORE DELL’OLP IN LIBANO:
«A mio parare, con la soluzione a due stati Israele crollerà perché, quando se ne andranno da Gerusalemme, che cosa ne sarà di tutti i loro discorsi sulla terra promessa e sul popolo eletto? Cosa ne sarà di tutti i sacrifici che hanno fatto, solo per sentirsi poi dire di andar via? Loro considerano che Gerusalemme abbia uno status spirituale; gli ebrei considerano Giudea e Samaria [Cisgiordania] come il loro sogno storico. Se gli ebrei dovranno abbandonare questi luoghi, l’idea sionista inizierà a crollare. Regredirà con il loro stesso assenso. E poi noi andremo avanti» (da: TV ANB, 7.05.09).
«Noi siamo totalmente convinti che il diritto al ritorno [all’interno di Israele] sia garantito dalla nostra volontà, dalle nostre armi e dalla nostra fede. L’Olp è l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese e non ha cambiato una virgola della sua piattaforma programmatica. Alla luce della debolezza della nazione araba e della carenza di valori, e alla luce del controllo americano su tutto il mondo, l’Olp ha deciso di procedere per fasi, ma senza cambiare il suo obiettivo strategico. Lasciatemi dire: quando l’ideologia di Israele inizierà a crollare e noi prenderemo perlomeno Gerusalemme, crollerà l’ideologia d’Israele nella sua interezza, e noi inizieremo a procedere con la nostra ideologia, ad Allah piacendo, e a buttarli fuori da tutta la terra di Palestina» (TV NBN, 9.04.08).
(Da: MEMRI, 14.05.09)

DOCUMENTAZIONE 2:
COSA SIGNIFICHI LA RISOLUZIONE ONU 194 PER I PALESTINESI venne messo in chiaro in un memorandum della squadra negoziale palestinese guidata da Yasser Abed Rabbo, presentato l’1 gennaio 2001 in risposta ai parametri del presidente Bill Clinton per un accordo israelo-palestinese. Vi si legge: «È importante ricordare che la risoluzione 194, da tempo considerata la base per una giusta composizione del problema dei profughi, prevede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, ovunque situate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: ai palestinesi deve essere data la possibilità di scegliere dove vogliono insediarsi, compreso il ritorno alle case da cui furono allontanati» (http://www.robat.scl.net/content/NAD/negotiations/clinton_parameters/param2.php)

DOCUMENTAZIONE 3:
PER UNA CORRETTA LETTURA DELLA RISOLUZIONE ONU 242
«La risoluzione Onu numero 242 approvata il 22 novembre 1967 è internazionalmente riconosciuta come la base giuridica dei negoziati tra Israele e i vicini arabi. Essa fu il risultato di cinque mesi di intense trattative. Ogni sua parola fu attentamente soppesata. Alcuni propagandisti, tuttavia, diffondono quotidianamente un’interpretazione errata della 242, sostenendo che essa prescriverebbe il ritiro di Israele sulle linee del 4 giugno 1967. Quelle linee erano le linee di cessate il fuoco fissate dagli accordi armistiziali del 1949, i quali dicevano espressamente che esse venivano accettate dalle parti senza alcun pregiudizio per la futura sistemazione territoriale. In un’intervista a Israel Radio del febbraio 1973 Lord Caradon, colui che presentò la risoluzione 242 per conto della Gran Bretagna, mise in chiaro che essa non prevedeva affatto l’obbligo per Israele di ritirarsi sulle linee del 1967. “La frase essenziale e mai abbastanza ricordata – spiegò Lord Caradon – è che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente”. I sovietici, gli arabi e i loro alleati fecero di tutto per inserire nella bozza di testo della risoluzione la parola “tutti” davanti ai “territori” da cui Israele doveva ritirarsi. Ma la loro richiesta fu respinta. Alla fine, lo stesso primo ministro sovietico Kossygin contattò direttamente il presidente americano Lyndon Johnson per chiedere l’inserimento della parola “tutti” davanti a “territori”. Anche questo tentativo fu respinto. Kossygin chiese allora, come formula di compromesso, di inserire l’articolo determinativo davanti a “territori” (“dai territori” anziché “da territori”). Johnson rifiutò. Successivamente il presidente americano spiegò la sua posizione: “Non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare tra di loro linee di confine tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati”. Nel dibattito, il ministro degli esteri israeliano Abba Eban chiarì la posizione di Israele: “Rispetteremo e manterremo la situazione prevista dagli accordi di cessate il fuoco finché non verrà sostituita da un trattato di pace tra Israele e i paesi arabi che ponga fine allo stato di guerra e stabilisca confini territoriali concordati, riconosciuti e sicuri. Questa soluzione di pace, negoziata in modo diretto e ratificata ufficialmente, creerà le condizioni nelle quali sarà possibile risolvere i problemi dei profughi in modo giusto ed efficace attraverso la cooperazione regionale e internazionale”.» (Jerusalem Post, 26.12.00).

Nella foto in alto: Abu Mazen esibisce una classica rappresentazione delle rivendicazioni territoriali del nazionalismo irredentista palestinese: lo stato di Israele è cancellato dalla carta geografica

Si veda anche:

Il primo ministro palestinese non vuol sentir parlare di ”due popoli”

http://www.israele.net/articolo,2941.htm

Riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico

http://www.israele.net/articolo,2935.htm

Sono un profugo (ebreo)

http://www.israele.net/articolo,2930.htm

Chi ha fretta di dividere la terra?

http://www.israele.net/sezione,,2833.htm

La Palestina unica e araba dei piani di Fatah

http://www.israele.net/articolo,2597.htm

La posizione dei palestinesi conta

http://www.israele.net/articolo,2585.htm

“Fatah non ha mai riconosciuto Israele”

http://www.israele.net/articolo,2561.htm

Ma i palestinesi lo vogliono uno stato?

http://www.israele.net/articolo,2548.htm

L’apartheid politicamente corretto dei palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2542.htm

Un negoziato onesto e coraggioso

http://www.israele.net/sezione,,197.htm

Netanyahu è andato dritto al cuore del problema – Se hanno da esservi due stati per due popoli, e lo stato per il popolo palestinese è riconosciuto anche dal Likud, logica vuole che ora i palestinesi riconoscano lo stato per il popolo ebraico

http://www.israele.net/sezione,18,.htm