Cinque anni dopo

Da un certo punto di vista, la battaglia non è nemmeno ingaggiata

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_1366Ad una conferenza sabato scorso a Gerusalemme con il suo omologo israeliano Ehud Olmert, il primo ministro britannico Tony Blair ha dichiarato: “Penso che ci troviamo di fronte a una minaccia globale fondata sul terrorismo globale. Penso che la minaccia incomba sulla stabilità non solo di questa regione, ma del mondo intero. Penso che vi sia un collegamento fra l’11 settembre, ciò è accaduto il 7 luglio scorso a Londra, ciò è accaduto a Madrid, ciò accade col terrorismo in questa regione, e ciò che accade oggi in Iraq e in Afghanistan, dove stiamo tentando di aiutare dei governi democraticamente eletti dalle popolazioni a vivere liberi e affrancati dal terrorismo”.
Ciò che è veramente rimarchevole, in queste parole, non è quello che Blair ha detto, ma il fatto che abbia dovuto dirlo a cinque anni dal più devastante attentato terroristico della storia. Di più, il fatto che, sostenendo questa tesi, si ritrovi seriamente isolato fra i suoi elettori e nel suo stesso partito. Tony Blair e il presidente Gorge Bush sono tra i pochi leader del mondo che cercano di convincere le nazioni libere della necessità di continuare ad agire in modo concertato, per difendersi.
Che in occidente il dibattito sia così acceso intorno al fatto se una guerra sia davvero in corso o meno, su chi debba essere combattuto e su come si debba combattere costituisce forse di per sé il segno più evidente del punto in cui ci troviamo nel quinto anniversario di quella tragedia.
Nell’editoriale del 13 settembre 2001, questo giornale scriveva: “Il mondo libero deve capire che si trova impegnato in una guerra difensiva il cui obiettivo deve essere vincere. Una guerra contro il terrorismo non ha senso se non si pone l’obiettivo di sconfiggere i regimi che usano il terrorismo come un’arma e una strategia in questa guerra. È legittimo discutere su quale sia la giusta combinazione di strumenti diplomatici, economici e militari da mettere in campo per vincere questa sfida. Ma non può essere vinta una guerra contro il terrorismo che non si ponga il problema di cambiare i regimi al potere in paesi come l’Iraq, l’Iran e l’Afghanistan, giacché in tal caso non si può nemmeno dire d’aver ingaggiato battaglia”. (Vedi: http://www.israele.net/prec_website/analisi/13091jem.html )
Secondo questo criterio, la battaglia è certamente ingaggiata giacché due di quei regimi sopra citati non sono più al potere e un altro regime sponsor del terrorismo – quello libico – è capitolato. Sotto un altro punto di vista, tuttavia, non è veramente ingaggiata dal momento che in occidente non è ancora senso comune il concetto che il terrorismo non può essere sconfitto se non si costringe i regimi che lo sostengono e lo utilizzano ad abbandonare il potere o perlomeno ad abbandonare il terrorismo. (…)
Gran parte del dibattito in occidente continua a ruotare intorno all’idea che il terrorismo possa essere combattuto venendo incontro alle “rivendicazioni” che alimenterebbero i jihadisti, o con i soli strumenti di polizia. Anche Blair e Bush, che pure respingono con determinazione questo approccio pre-11 settembre rivelatosi così disastrosamente fallimentare, tuttavia non hanno ancora compiutamente spiegato al resto del mondo cosa occorra fare per vincere.
Siamo a un punto cruciale della battaglia. Il rischio è che l’occidente, dopo aver sconfitto i regimi terroristi minori, lasci che quello più bellicoso di tutti possa approfittare d’una sorta di immunità nucleare, distruggendo gran parte di ciò che finora si è ottenuto.

(Da: Jerusalem Post, 11.09.06)

Nella foto in alto: Il primo ministro britannico Tony Blair con Ehud Olmert a Gerusalemme. “I leader occidentali – ha detto Blair il intervistato da Ha’aretz – sono sempre più consapevoli della natura globale della lotta contro l’estremismo islamista guidato dall’Iran, ma l’opinione pubblica occidentale non lo è ancora e a questo livello c’è ancora una lunga battaglia da fare”.