Cisgiordania e Gaza, tra ipocrisie piccole e grandi

Non significa niente parlare di ritiro israeliano senza fare i conti con rischi reali e viltà internazionali.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3625Scrive l’editoriale del Jerusalem Post: «Sono passati quarant’anni dall’ultima volta che in Israele è stata istituita una nuova università (quella di Haifa). Nel frattempo la popolazione del paese è cresciuta del 230%. Originariamente istituita tre decenni fa come estensione dell’Università Bar-Ilan, l’Università di Ariel (che ha suscitato tante polemiche perché sorge nel territorio conteso di Cisgiordania) è diventata parte integrante del mondo accademico israeliano. Il suo corpo studentesco di 13.000 unità è variegato e comprende, come in tutte le università israeliane, sia ebrei che arabi. Il riconoscimento del suo status come università a pieno titolo dove essere motivo di festeggiamenti, non di lotte intestine e minacce di boicottaggi accademici».
(Da: Jerusalem Post, 26.12.12)

Scrive Aviad Kleinberg, su Yediot Aharonot: «Sul piano giuridico, il territorio (di Cisgiordania) si trova in una sorta di limbo, né di qua né di là, in una situazione provvisoria prolungata che consente a entrambe le parti politiche israeliane di restare aggrappate ai rispettivi slogan. La sinistra non spiega mai con chiarezza chi sarebbero gli interlocutori credibili in grado di mantenere gli impegni (di una accordo di pace definitivo basato sul ritiro dalla Cisgiordania), né come Israele dovrebbe far fronte ai rischi conseguenti: si accontenta di delineare la fine del processo (i due stati). D’altro canto, la destra non spiega mai con chiarezza cosa dovremmo fare con le masse di palestinesi che vivono di fatto come apolidi senza pieni diritti nella Cisgiordania sotto controllo israeliano, e quali sarebbero le conseguenze internazionali di una vera annessione di quel territorio: un’annessione che non può essere dichiarata perché, appunto, comporterebbe una crisi dalle conseguenze incalcolabili».
(Da: Yediot Aharonot, 25.12.12)

Amos Gilboa, su Ma’ariv, riferisce le conclusioni dell’Intelligence and Terrorism Information Center, al quale risulta un numero massimo di 178 palestinesi morti durante i combattimenti dell’operazione anti-terrorismo “Colonna di nube difensiva” del novembre scorso. Delle 168 vittime identificate con certezza, almeno 101 erano sicuramente miliziani di varie organizzazioni terroristiche attive nella striscia di Gaza (71 di Hamas, 17 della Jihad Islamica,13 di altri gruppi inclusa Fatah), mentre 67 erano palestinesi non combattenti. Scrive l’editorialista: «Per ogni 6 terroristi uccisi, risultano 4 morti non combattenti. Si tratta di un rapporto che non si riscontra in nessun altro caso recente di combattimenti in zone urbane dove, al contrario, per ogni singolo terrorista/soldato ucciso si ha un certo numero di morti non combattenti. Ma il basso indice di vittime non combattenti palestinesi durante l’operazione anti-terrorismo israeliana non sembra interessare le organizzazioni “umanitarie” che cercano solo motivi per trascinare nel fango il nome di Israele».
(Da: Ma’ariv, 24.12.12)

Scrive Shoula Romano, su YnetNews: «Tutti ricordiamo come Ariel Sharon, Ehud Olmert, Tzipi Livni ed Ehud Barak impiegarono lo stesso “pio desiderio” per convincere gli israeliani a ritirarsi dalla striscia di Gaza nel 2005. Sostenevano che, ritirandosi da Gaza, Israele avrebbe risolutamente migliorato la propria posizione internazionale e si sarebbe guadagnato la legittimazione a livello internazionale di difendersi se fosse stato di nuovo attaccato. Invece alla fine del 2008 quando Israele, con la delimitata operazione di terra “Piombo fuso”, tentò finalmente di difendersi e di mettere fine alle migliaia di lanci di razzi da Gaza, fu sommerso da un’ondata di condanne internazionali quasi senza precedenti, compreso il rapporto commissionato dall’Onu a Richard Goldstone che (prima di ricredersi tardivamente) accusò Israele di “crimini di guerra contro l’umanità” e venne ampiamente usato per mettere in piedi una massiccia campagna di denigrazione e delegittimazione di Israele. Poi, fin verso la fine del 2012 il mondo se n’è rimasto zitto, anche se Hamas aveva ricominciato a lanciare razzi in continuazione contro Israele. Quando, nel novembre 2012, Israele ha reagito con l’operazione “Colonna di nube difensiva”, gli europei e l’Onu si sono precipitati a mediare un cessate il fuoco sottolineando ossessivamente che un eventuale intervento di terra avrebbe fatto perdere a Israele tutta la comprensione internazionale. Comunque, una sola settimana dopo che Israele aveva accettato il cessate il fuoco e che il mondo aveva potuto constatare quale era stata la risposta palestinese al ritiro israeliano da Gaza (11.000 razzi contro Israele dal 2005), la comunità internazionale, col voto all’Assemblea Generale di 138 paesi (contro 9 e 41 astensioni) a favore dell’istituzione di uno stato di Palestina “non-membro”, approvava la creazione di una nuova entità palestinese potenzialmente terrorista in Cisgiordania e Gerusalemme est, oltreché nella striscia di Gaza (senza accordo con Israele, dunque senza alcuna garanzia per Israele). In tutta l’Europa occidentale, l’Asia, l’Africa e il Sud America non si è trovata una sola nazione abbastanza onesta e leale da schierarsi con Israele. Subito dopo, molte di quelle rispettabili democrazie che avevano appena sostenuto la mossa unilaterale palestinese all’Onu in violazione degli Accordi di Oslo di cui erano garanti, decisero di condannare a gran voce un progetto israeliano per la costruzione di tremila abitazioni, tutte a Gerusalemme o nei blocchi di insediamenti che rimarranno parte di Israele in qualunque futuro accordo di pace. Francia, Gran Bretagna, Spagna, Svezia e Danimarca non si sono limitate a condannare il progetto come “contrario alla costruzione della pace e del dialogo”, ma hanno anche convocato gli ambasciatori israeliani per propinargli la loro reprimenda. Il presidente francese si è spinto al punto di minacciare: “Non vorremmo dover passare a un sistema di sanzioni”». «Israele – conclude d’editorialista – non può permettersi di cercare sempre di rabbonire il mondo. Facendolo, potremmo ritrovarci piccoli, indifesi e sull’orlo dell’estinzione (mentre, come si è visto, anziché difenderci ci daranno addosso quando cercheremo di farlo da soli). Assecondare il mondo accettando di istituire un’alta base iraniana pochi chilometri a est di Tel Aviv non è il modo migliore per tutelare gli interessi vitali di Israele».
(Da: YnetNews, 12.12.12)

Si veda anche:

Sondaggio: aumentano i palestinesi pro-Hamas, stabile l’opinione pubblica israeliana. 65% degli israeliani pronto al riconoscimento delle reciproche identità, contro il 40% dei palestinesi

http://www.israele.net/articolo,3623.htm

HRW: «I gruppi palestinesi di Gaza attaccarono deliberatamente i civili israeliani». Sempre tardi: a più di un mese dagli scontri, anche Human Rights Watch scopre i veri crimini di guerra

http://www.israele.net/articolo,3622.htm

Editorialista kuwaitiano: come non chiamare le cose con il loro vero nome. Gli attacchi di Hamas sono “resistenza”, l’autodifesa di Israele è “aggressione”

http://www.israele.net/articolo,3612.htm

L’eloquente differenza fra crimini ed errori. Goldstone si è ricreduto. Sergio Romano no, e sbaglia

http://www.israele.net/sezione,,3123.htm

Se l’Unione Europea si appiattisce sulla posizione palestinese. Termini e concetti rivelano che le dichiarazioni della UE si basano sulla propaganda anti-israeliana

http://www.israele.net/articolo,3620.htm

Se i garanti non garantiscono nulla. Ancora una volta Israele deve tutelare da sé i propri vitali interessi strategici

http://www.israele.net/articolo,3607.htm