Come al solito, un voltafaccia italiano

Il voto per lo “stato di Palestina” (senza l'accordo d'Israele) nasce da inconfessabili ragioni interne.

Di Menachem Gantz

image_3616Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il presidente dello “stato osservatore”, è arrivato a Roma per una serie di incontri, lunedì, con i massimi rappresentanti del governo italiano. La visita costituisce un’espressione di gratitudine da parte di Abu Mazen verso il governo italiano che ha abbandonato i principi degli Accordi di Oslo appoggiando la mossa unilaterale palestinese, il 29 novembre scorso all’Assemblea Generale della Nazioni Unite. La visita di Abu Mazen nella Città Eterna configura l’atto finale della disonorevole partita giocata dal primo ministro Mario Monti.
Sono 138 i paesi che hanno sostenuto l’approvazione di uno “stato palestinese” come “osservatore non membro” alle Nazioni Unite (senza negoziato né accordo con Israele), ma Abu Mazen non ha deciso di visitarli tutti uno per uno per dire grazie. È venuto a Roma perché il sostegno dell’Italia lo ha sorpreso e intende sfruttare al meglio questo appoggio.
Il voto dell’Italia a favore dell’innalzamento del rango della delegazione palestinese a quello di “stato osservatore non membro” è stato senza dubbio il più sorprendente. E a sorprendere non è stato tanto il merito del voto anti-israeliano, quanto il modo in cui l’Italia ha repentinamente cambiato politica. I paesi amici non sono tenuti a concordare su tutto, ma certamente sono tenuti a un minimo di decenza.
Nelle settimane che hanno preceduto il voto, il ministro degli esteri italiano Giulio Terzi aveva indicato al suo collega israeliano Avigdor Lieberman che l’Italia intendeva astenersi. Poi, come un ladro di notte, poche ore prima del voto l’Italia ha cambiato posizione. Il ministro degli esteri italiano, che durante la sua visita in Israele lo scorso settembre aveva dichiarato d’essere contrario alla manovra unilaterale palestinese all’Onu perché “corre il rischio di polarizzare la discussione”, ha scoperto che le sue posizioni non vengono tenute in considerazione quando si tratta della politica estera dell’Italia. Il primo ministro Monti ha preso in mano le redini e ha deciso di cancellare in un solo giorno un intero decennio in cui l’Italia si era caratterizzata per una politica estera equilibrata rispetto a Israele e al mondo arabo, nello spirito della politica attuata dai governi del suo predecessore Silvio Berlusconi. Terzi ha scoperto di essere il ministro più irrilevante del governo italiano, e persino la richiesta delle sue dimissioni è diventata irrilevante quando Monti ha annunciato, una settimana dopo, la sua intenzione di dimettersi per la crisi della coalizione.
La decisione di Monti sul voto all’Onu, sostenuta dal presidente Giorgio Napolitano, trova origine nella politica interna. Se da un lato in qualche misura deve aver pesato la visita del primo ministro italiano in Qatar alla vigilia del voto all’Onu e il bisogno che ha l’Italia, in crisi economica, del sostegno finanziario del mondo arabo, il motivo principale della scelta, che molti amici di Israele in Italia hanno etichettato come un “tradimento”, è stata la necessità di Monti di distanziarsi dall’immagine di Berlusconi amico di Israele, e il suo desiderio di compiacere il leader del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, che è in testa ai sondaggi e che potrebbe essere determinante per il futuro politico di Monti dopo le elezioni del prossimo febbraio.
I rappresentanti italiani negano con forza che il cambiamento di politica mirasse a colpire Israele. Sostengono che fosse compito dell’Italia sostenere Abu Mazen all’indomani dell’operazione “Colonna di nube difensiva” e dell’aumento di influenza di Hamas in Cisgiordania: per il bene di Israele e come mezzo per promuovere il dialogo fra le parti. Ignorano l’istigazione all’odio che ha contraddistinto il discorso fatto da Abu Mazen all’Onu, mentre sottolineano la critica al governo Netanyahu di voler porre in secondo piano il conflitto palestinese.
Abu Mazen è venuto a Roma perché percepisce quello che percepiscono anche molti ebrei italiani: che il sostegno dato dall’Italia alla manovra dei palestinesi marca un punto di svolta. L’Italia potrebbe tornare indietro di trent’anni, ai giorni in cui l’Olp agiva a Roma come se la città fosse casa sua. Nel Ghetto si tende ad associare il duo cattolico-socialista Monti-Bersani con un altro duo con analogo retroterra: quello dei soci di coalizione degli anni ’80 Giulio Andreotti e Bettino Craxi. Allora come oggi, i due giocarono la carta della critica verso “Israele ed ebrei” in mancanza di un’intesa fra di loro su questioni economiche e sociali.
Nel contesto della sua stretta amicizia con Israele, l’Italia è riuscita a migliorare la propria posizione in campo internazionale: rappresenta Israele all’interno della Nato, ufficiali italiani sono al comando delle forze al valico di Rafah (fra Egitto e striscia di Gaza) e nel sud del Libano, e sono state anche stabilite relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Si tratta di un schema che dovrà essere riesaminato alla luce delle imminenti elezioni in Israele e in Italia.

(Da: YnetNews, 17.12.12)

Nella foto in alto: Menachem Gantz, autore di questo articolo

Si veda anche:

Il discorso che Abu Mazen NON ha fatto all’Onu. “Egregi signori, oggi vi chiediamo di riconoscerci come stato di Palestina anche se un accordo con Israele non l’abbiamo ancora raggiunto”

http://www.israele.net/sezione,,3606.htm