Cosa c’è dietro alla nuova retorica di Abu Mazen

Il Medio Oriente è cambiato al di là di ogni previsione rispetto a quando fu avviato il processo di pace.

Di Dore Gold

image_3636Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha tenuto un comizio lo scorso 4 gennaio, in occasione dell’anniversario dell’esordio di Fatah (più esattamente, del 48esimo anniversario del primo attacco terroristico di Fatah compiuto contro Israele a partire dalla Cisgiordania, allora sotto occupazione Giordana): un comizio che potrebbe aver segnato un punto di svolta nei rapporti fra il presidente dell’Autorità Palestinese e lo stato d’Israele.
Facendo ricorso a una retorica estremista che da tempo non utilizzava, Abu Mazen ha parlato della necessità che i palestinesi “rinnovino il giuramento ai loro martiri ed eroi e seguano il loro esempio”. Nella sua lista di “martiri” palestinesi non figurano soltanto recenti capi di Hamas, come Ahmad Yassin, e della Jihad Islamica filo-iraniana, come Fathi Shkaki, ma anche personaggi degli anni ’30, come Izzedin al-Qassam, e soprattutto il famigerato mufti di Gerusalemme Hajj Amin al-Husseini, quello che collaborò apertamente con i nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Cosa succede ad Abu Mazen? Non è forse lui il leader che da vent’anni viene indicato da politici e opinionisti israeliani come moderato e interessato ad arrivare a un accordo di pace?
Ciò che conta, qui, non è l’insulso dibattito su quanto Abu Mazen possa ancora essere considerato un interlocutore per la pace. Conta piuttosto capire il duro dato di fatto che sono molto cambiate le condizioni complessive, influenzando le dichiarate intenzioni dei leader. Ciò che è essenziale comprendere è che il clima politico del 2013 non somiglia più a quello che pareva il Medio Oriente quando Israele iniziò a trattare con le rappresentanze palestinesi nel 1993. Vi erano tre condizioni strategiche molto specifiche, predominanti nel 1991, quando venne originariamente lanciato il processo di pace degli ultimi due decenni. Condizioni che oggi hanno subito sensazionali cambiamenti.
Innanzitutto l’Unione Sovietica stava crollando, lasciando gli Stati Uniti quale unica superpotenza dominante in Medio Oriente. Con le forze armate americane dispiegate in tutta la regione dopo la vittoria degli Usa nella prima guerra del golfo (1991: liberazione del Kuwait dall’Iraq di Saddam Hussein), la supremazia della potenza americana non era teorica, ma molto concreta.
In secondo luogo, con la sconfitta di Saddam Hussein, non costituiva più un fattore significativo, nei rapporti di forza mediorientali, il membro più potente di quello che era noto allora come il “Fronte del rifiuto”. I paesi arabi pragmatici pro-americani erano la vera forza dominante nella regione.
Terzo, l’Iran, che non si era ancora ripreso dagli otto anni di guerra con l’Iraq del decennio precedente, non era in posizione tale da sfruttare il collasso delle 40 divisioni dell’esercito iracheno per affermarsi come la nuova potenza egemone.
Queste tre condizioni posero le basi per la convocazione della Conferenza di pace di Madrid (ottobre-novembre 1991) e successivamente per la firma degli Accordi di Oslo (1993-95).
Con tutta evidenza, oggi, nel 2013, quella straordinaria costellazione internazionale non esiste più. Alla fine del 2011 i ricchi stati arabi petroliferi, specialmente nel Golfo Persico, hanno temuto che il ritiro degli americani dall’Iraq marcasse l’avvio di un nuovo periodo in cui gli Stati Uniti avrebbero avuto molto meno a che fare militarmente con la regione, e in cui non sarebbe più stato possibile affidarsi a loro per la propria sicurezza. Il Qatar è di fatto saltato giù dalla nave della protezione americana e si è riconciliato con Tehran già nel 2007, quando l’amministrazione Bush pubblicò la sua National Intelligence Estimate sull’Iran: una manovra che venne interpretata come il segnale che Washington non intendeva dedicare risorse militari alla soluzione del problema della corsa dell’Iran all’arma nucleare.
Non basta. Con le rivolte nel mondo arabo, a partire dal 2010 è asceso al potere un nuovo “fronte del rifiuto”, con i partiti islamisti che ora governano dalla Tunisia all’Egitto. Hamas, che aveva già spodestato l’Autorità Palestinese nella striscia di Gaza nel 2007, funge da filiale della Fratellanza Musulmana palestinese e gode quindi di un vantaggio intrinseco rispetto ad Abu Mazen, data la nuova mappa regionale che si viene a delineare. Abu Mazen, che in passato vedeva nel presidente egiziano Hosni Mubarak il suo alleato chiave, ora deve vedersela con un governo dei Fratelli Musulmani al Cairo che ha lavorato a favore del suo rivale islamista Hamas. Nelle capitali mediorientali è diventata opinione diffusa che questo cambiamento sia avvenuto con l’approvazione di Washington: certamente un’enorme esagerazione, e tuttavia una percezione condivisa in tutta la regione
L’Iran, infine, nonostante le perdite che subisce in Siria (e in Libano), ha dimostrato un’accresciuta capacità di proiettare la sua influenza, con armamenti, addestramento e in alcuni casi con l’intervento di forze speciali, inserendosi in una quantità di conflitti mediorientali: dall’Iraq allo Yemen, al Sudan, alla striscia di Gaza. E il suo attivismo è verosimilmente destinato ad aumentare se dovesse varcare la soglia nucleare.
Israele non deve per forza tirare la conclusione che non esistono più opzioni diplomatiche con i palestinesi e che lo stallo è inevitabile. Ma per procedere in futuro con qualsiasi iniziativa deve innanzitutto imprimere importanti cambiamenti al proprio approccio. In primo luogo, il prossimo governo deve accettare che, dato ciò che sta avvenendo in Medio Oriente, è del tutto irrealistico proporre negoziati con l’obiettivo di arrivare presto a un vero e proprio accordo coi palestinesi sullo status permanente e definitivo. In secondo luogo, alla luce dei pericoli che si profilano all’orizzonte nella regione, qualunque futura composizione politica deve prevedere una componente sulla sicurezza molto più robusta di quanto si sia proposto in passato.
È un peccato che, nel dibattito politico interno in Israele, politici e opinionisti ripeschino dai cassetti vecchie idee diplomatiche che non hanno funzionato, senza riconsiderare se siano ancora applicabili, ammesso che lo siano mai state. Israele ha più che mai bisogno di preservare la propria capacità di difendersi, da solo, indipendentemente da quanto cambino le intenzioni proclamate dei suoi vicini.

(Da: Israel HaYom, 11.1.13)

Nella foto in alto: Dore Gold, autore di questo articolo

Si veda anche:

L’assurda pretesa araba di far girare all’indietro la storia. Pur di ribadire il “diritto al ritorno”, Abu Mazen è pronto a sacrificare i palestinesi di Siria

http://www.israele.net/articolo,3635.htm