Cosa si augura Israele per la Siria?

Instabilità prolungata significa aggiungere caos su caos, gettando i semi di un possibile disastro.

Di Herb Keinon

image_3457Israele cosa auspica che accada in Siria? La domanda è semplice, la risposta non lo è affatto.
Da una parte, è chiarissimo cosa vorrebbe Israele: vorrebbe che nascesse una democrazia di tipo jeffersoniano, con il pieno controllo sul territorio che le compete, moderata, con un orientamento filo-occidentale e disposta a sedersi e trattare con Gerusalemme un accordo di pace definitivo. Ma naturalmente nessuno si fa la minima illusione che questo possa accadere.
Così la domanda rimane: cosa si augura Israele, nel regno del possibile? Si augura di veder cadere il presidente Bashar Assad? Desidera che assumano il controllo le forze dell’opposizione siriana? Vorrebbe vedere un intervento occidentale? Queste domande non hanno una risposta univoca.
Sebbene domenica scorsa tutti i principali leader israeliani abbiano ribadito pubblicamente la più ferma condanna del massacro che si consuma in Siria, praticamente nessuno di loro ha chiesto un diretto intervento occidentale. Non si può in alcun modo affermare che Israele invochi un invio di truppe dal resto del mondo. La scorsa settimana, intervistato dal quotidiano tedesco Bild, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto con queste eloquenti parole alla domanda se è giunto il momento che l’occidente intervenga per fermare lo spargimento di sangue: “Quella è una decisione che spetta alle principali potenze che in questo momento ne stanno discutendo. Meno dico, come primo ministro d’Israele, meglio è. Più ne parlo, più danneggio quelli che vorremmo aiutare”.
A parte pronosticare l’inevitabile crollo di Assad e condannare il massacro di innocenti perpetrato in Siria, Israele per lo più è rimasto zitto circa gli scenari che si augura di veder emergere all’interno del suo vicino settentrionale. Se n’è stato zitto, saggiamente, per una serie di motivi.
Innanzitutto, come ha notato Netanyahu, perché qualunque cosa Israele dica, potrebbe essere e verrebbe usata contro di lui. Se Gerusalemme dovesse schierarsi pubblicamente con una delle parti in conflitto, questo fatto in se stesso verrebbe immediatamente brandito come un’arma dalla parte avversa a quella appoggiata da Israele.
In secondo luogo, Israele non prende posizione perché comunque non ha influenza. Quando si tratta di Damasco, Gerusalemme non è certo Mosca, e la sua capacità di influenzare gli eventi è prossima a zero. Dunque, se non si può esercitare alcuna influenza, perché dar fiato alle trombe?
In terzo luogo, i rappresentanti israeliani se ne sono stati zitti perché è effettivamente difficile capire per chi mai Israele dovrebbe parteggiare.
Un aspetto innegabile è che Israele tenda a preferire “il male che già conosce”. In Israele non si versa una lacrima per la sorte di Assad, un dittatore che ha impersonato un sacco di guai per Israele dal momento che ha armato e foraggiato Hezbollah e Hamas, ha cercato di sviluppare armi nucleari, ha fatto causa comune con l’Iran garantendogli supporto e soccorso. In effetti quello di Assad è l’unico governo arabo che è sempre stato devoto alleato dell’Iran. Dunque, non c’è nessuna simpatia a Gerusalemme per “il male che già conosciamo”.
Allo stesso tempo, però, non ci si fa illusioni sull’opposizione siriana. Anzi, a Gerusalemme si guarda in modo profondamente scettico e smaliziato all’idea che la situazione strategica di Israele possa migliorare se l’opposizione siriana andasse al potere, soprattutto alla luce della preoccupante presenza di al-Qaeda e dei Fratelli Musulmani nelle file dell’opposizione.
Tuttavia, pur non avendo una parte con cui schierarsi chiaramente, Israele non si trova nemmeno nella posizione di mandare al diavolo entrambe le parti, a causa della sua fondamentale preoccupazione per l’instabilità e il caos più completo. Una sfascio caotico della Siria porrebbe Israele di fronte a questioni di enorme portata. Chi controllerà l’arsenale siriano di avanzati sistemi d’arma convenzionali e non convenzionali? Come affrontare una situazione in cui certe fazioni venissero in possesso di missili e li lanciassero contro Israele? E se il paese dovesse andare in pezzi e il confine del Golan cadesse nelle mani di elementi ansiosi di provocare uno scontro con Israele?
Benché la complessità della situazione renda difficile capire cosa preferirebbe che accadesse in Siria, una cosa è chiara: Israele preferirebbe che quel che deve accadere accada al più presto, perché l’instabilità prolungata non fa che aggiungere caos su caos, e porta con sé i germi di un possibile disastro.

(Da: Jerusalem Post, 12.6.12)

Nelle immagini in alto: la carta di Israele e Siria e il cartello sul Golan con le distanze stradali: 60 km da Damasco, 85 da Haifa

Si veda anche:

«Se potessero, i siriani ci farebbero quello che oggi fanno alla loro stessa gente». I militari israeliani temono un trasferimento in Libano di missili a lungo raggio con testate chimiche

http://www.israele.net/articolo,3455.htm

Contenere la deriva siriana. Esiste un concreto pericolo che molte armi micidiali cadano nelle mani sbagliate

http://www.israele.net/articolo,3450.htm

Come appare il Medio Oriente, visto dal Medio Oriente. Israele stretto tra rivoluzione egiziana, atomica iraniana, guerra civile siriana

http://www.israele.net/articolo,3447.htm