Cronaca di un attentato annunciato

L’estremismo terrorista non conosce limiti: anche il “nuovo” Egitto deve rendersene conto.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3505Scrive Yoav Limor, su Yisrael Hayom: «Le Forze di Difesa e i servizi di sicurezza israeliani non hanno sventato semplicemente un ordinario attacco terroristico, domenica sera, al confine meridionale con Egitto e striscia di Gaza: hanno prevenuto un evento strategico potenzialmente destabilizzante, che avrebbe potuto spingere Israele in uno scontro complicato e su più fronti». L’editorialista ricorda che una serie di incidenti e segnali «avevano indotto l’ufficio antiterrorismo a lanciare, pochi giorni fa, un severo avvertimento esortando tutti i turisti israeliani a lasciare al più presto il Sinai, e le Forze di Difesa israeliane a mantenere un elevato livello di allerta lungo la frontiera con l’Egitto nel timore che potesse ripetersi un attentato come quello dell’anno scorso sulla Strada 12 costato la vita a otto israeliani. Ciononostante, le forze israeliane sono rimaste sorprese, domenica sera: non dall’attacco in se stesso, ma dal suo livello di temerarietà. L’attacco lanciato contro il territorio israeliano era grande, ardito e più impegnativo di quelli finora conosciuti, con lo spietato assalto a una base dell’esercito egiziano, l’uccisione di sedici guardie di confine egiziane in uniforme, la requisizione di veicoli blindati per poi lanciarli oltre confine con lo scopo di fare una strage di israeliani. Solo la rapida e competente reazione delle Forze di Difesa israeliane, con l’aiuto dei servizi i sicurezza, ha permesso di bloccare l’attacco e chiudere l’intero incidente nell’arco di quindici minuti, con la morte dei terroristi attaccanti e nessun israeliano vittima o rapito». Resta il fatto, continua l’editorialista, che «il Sinai è diventato terra senza legge. Governa la legge del più forte e ogni terrorista è lasciato a se stesso, libero di trasportare armi e munizioni, ammassarle, testarle e alla fine usarle a scopi terroristici. Qui non abbiamo più a che fare con i terroristi della vecchia scuola “primitiva” con kalashnikov e granate: queste sono organizzazioni para-militari armate fino ai denti e ansiose di combattere, disperatamente alla ricerca di azione e totalmente indifferenti a qualunque dibattito morale su azioni e conseguenze». Chi è rimasto duramente colpito dall’attacco sono invece gli egiziani. «D’ora in avanti non sarà facile, per loro, ignorare la mala pianta terrorista che prospera nella serra dell’islamismo. Domenica per la prima volta il governo di Mohammed Morsi si è trovato a fare la triste conta dei morti, e ora deve spiegare alla sua gente come l’attacco sia stato perpetrato da un nemico interno. Gli egiziani appaiono confusi. C’è di buono che non danno (ancora) la colpa a Israele, ma il rovescio della medaglia è che bisogna essere estremamente ottimisti per credere che questo evento spinga l’Egitto ad agire sul serio nel Sinai. Israele dovrà continuare a fare affidamento solo su se stesso, sul piano dell’intelligence e dei successi operativi. Si può solo sperare di non essere trascinati in uno scontro militare a Gaza o in uno scontro diplomatico con l’Egitto». Secondo l’editorialista, «ogni israeliano coinvolto nelle questioni di sicurezza lo sa bene: nulla garantisce che il successo si ripeta anche la prossima volta». E conclude: «A partire da domenica possiamo senz’altro affermare che l’Iraq è qui, alle nostre porte».
(Da: Yisrael Hayom, 6.8.12)

Scrive Eyal Zisser, sempre su Yisrael Hayom: «Sin dalla rivoluzione in Egitto del febbraio 2011, e anche prima, durante il regime Mubarak, Israele ha instancabilmente suonato il campanello d’allarme circa la penisola del Sinai che stava diventando terreno fertile per organizzazioni terroriste decise a farne una base di attacchi contro Israele. Per ragioni loro, le autorità egiziane hanno generalmente preferito ignorare questi avvertimenti. Il controllo egiziano sul Sinai era comunque soltanto parziale, specie dopo la caduta di Mubarak, ed possibile che sperassero che i gruppi terroristi con base nel Sinai si astenessero dall’attaccare soldati e poliziotti egiziani. Ma i terroristi della jihad globale ispirati ad al-Qaeda non fanno molta differenza fra soldati egiziani e soldati israeliani, come hanno chiaramente dimostrato domenica. Anzi, dal punto di vista di al-Qaeda, gli eretici dell’interno – vale a dire i musulmani che hanno venduto l’anima agli Stati Uniti e all’occidente, o che l’hanno venduta agli sciiti in Iraq, o in Siria al laico Bashar al-Assad – sono persino peggio degli ebrei e degli americani. Come a suo tempo in Afghanistan, poi in Iraq e ora in Siria, il Sinai si sta trasformando in un’area da cui muovere la jihad (guerra santa) e combattere gli eretici, il che attira estremisti provenienti da tutto il mondo arabo e islamico. Questi estremisti islamici hanno approfittato del vuoto di sicurezza nel Sinai e hanno sfruttato la rabbia delle tribù beduine locali verso il regime del Cairo e la loro disponibilità a collaborare (generalmente per soldi). Il programma di questi gruppi terroristi è chiaro: combattere gli ertici, compreso il regime egiziano che coopera con gli Stati Uniti e mantiene il trattato di pace con Israele. Il loro estremismo appare evidente nella totale mancanza di scrupoli con cui hanno attaccato i militari egiziani che, in sostanza, dipendono nientemeno che dal neo presidente egiziano Mohammed Morsi, lui stesso membro della Fratellanza Musulmana. Evidentemente l’estremismo terrorista non conosce limiti».
(Da: Yisrael Hayom, 6.8.12)

Alex Fishman, su Yediot Aharonot, accusa le autorità egiziane d’aver disdegnato gli avvertimenti israeliani circa imminenti attentati terroristici, e ricorda ai lettori come il ministro degli interni egiziano Ahmed Jamal Adin avesse sostenuto, in un articolo pubblicato proprio sabato scorso su Al Ahram, che “gli avvertimenti israeliani sono montature volte solo a danneggiare il turismo in Egitto” e che “la situazione nel Sinai non è mai stata migliore”. Scrive l’editorialista: «Domenica il governo egiziano ha ricevuto una terribile sberla in faccia che, forse, spingerà il presidente islamista a svegliarsi e capire che, senza piena cooperazione con Israele, la jihad globale stabilirà il suo “ordine” non solo nel Sinai e lungo il confine con Israele, ma anche nel cuore dell’Egitto». L’editoriale chiede a Forze di Difesa e servizi di sicurezza israeliani di non adagiarsi sugli allori, ma di restare all’erta rispetto alla tentazione per jihad globale, Hezbollah e altri di sfruttare la situazione nel Sinai allo scopo di perpetrare ulteriori attacchi contro Israele, e conclude esortando gli egiziani a ristabilire legge e ordine nel Sinai, evitando in questo modo che Israele si trovi costretto a colpire i terroristi nel Sinai stesso».
(Da: Yediot Aharonot, 6.8.12)

Scrive Ben Caspit, su Ma’ariv, che le autorità egiziane avevano collettivamente nascosto la testa nella sabbia circa quanto stava accadendo nel Sinai, ma «coloro che nascondono la testa nella sabbia finiscono col rimanevi sepolti». L’editorialista osserva che finora gli americani non hanno condizionato i loro aiuti all’Egitto al ristabilimento di legge e ordine nel Sinai, avverte che c’è in gioco nientemeno che il trattato di pace fra Egitto e Israele e la stabilità regionale, e conclude: «Hosni Mubarak sta morendo nella sua cella, Omar Suleiman è deceduto: tutto ciò che ci rimane è il rimpianto per i vecchi equilibri, che hanno lasciato il posto a un gioco molto, molto più pericoloso».
(Da: Ma’ariv, 6.8.12)

Nelle foto in alto: Immagini durante e dopo l’attacco terroristico di domenica sera

Si veda anche:

Quelli che uccidono in nome dell’islam. Tutti gli estremisti islamici hanno in comune una cosa: la volontà di uccidere ebrei

http://www.israele.net/articolo,3491.htm

Non è più lo stesso Egitto, non è più la frontiera di prima. Israele deve rapidamente adattarsi alla nuova realtà: un mix di pace formale, terrorismo e cartello criminale.

http://www.israele.net/articolo,3462.htm