Delineare il confine della pace

Chi non distingue fra insediamenti “buoni” e “cattivi” opera contro la soluzione due popoli-due stati

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_1814L’incapacità di vari, successivi governi israeliani di affrontare la questione degli avamposti illegali in Cisgiordania rappresenta un motivo di imbarazzo per Israele e una macchia sul suo stato di diritto, pilastro fondamentale di qualunque democrazia. Al contempo, però, l’attenzione internazionale tutta centrata sugli insediamenti in generale, e sugli avamposti in particolare, è discriminatoria e anacronistica, e costituisce di fatto un diversivo rispetto ai veri ostacoli che si frappongono alla pace.
È senz’altro imbarazzante che, a più di due anni dal rapporto della giurista Talia Sasson commissionato dallo stesso governo, non sia stato fatto quasi niente per mettere ordine nel pantano giuridico che caratterizza l’attività degli insediamenti. La Sasson distingueva lo status degli avamposti allora esistenti classificandoli a seconda se erano costruiti o meno su terre private palestinesi e a seconda del grado in cui lo stato li aveva indirettamente autorizzati fornendo servizi o accordando una sorta di riconoscimento ufficiale. Il rapporto presentava anche una serie di raccomandazioni di carattere giuridico con lo scopo di porre rimedio alla situazione che aveva permesso la comparsa e lo sviluppo degli avamposti illegali, e cioè la tendenza di diverse autorità ad adottare misure fra loro contraddittorie e la mancata applicazione delle leggi esistenti.
È incoraggiante, pertanto, che la commissione speciale incaricata di affrontare il problema si sia riunita questa settimana, dopo parecchio tempo, e che il suo presidente, il vice premier Haim Ramon, si sia impegnato a stendere nuove direttive legali per la metà di novembre. Ed è positivo il fatto che sia il governo, sia i leader degli insediamenti dicano di voler trovare una soluzione che permetta lo sgombero concordato, anziché col ricorso alla forza, di almeno alcuni avamposti illegali.
Si suppone che tale accordo preveda lo smantellamento di alcuni avamposti in cambio della legalizzazione di altri. La trattativa, comunque, non dovrebbe essere limitata in questi termini ristretti. Che dire, ad esempio, se entrambe le parti concordassero lo smantellamento di avamposti in cambio del permesso di far crescere gli insediamenti che già esistono nelle aree che la maggior parte dell’opinione pubblica ritiene destinate comunque a rimanere in Israele, come quelle che si trovano al di qua della barriera di sicurezza?
È certamente improbabile che la comunità internazionale appoggi mai ufficialmente un piano di questo genere, ma potrebbe ben farlo tacitamente. Infatti, tutti sanno che è un errore, per i paesi che sostengono la soluzione due popoli-due stati, continuare a considerare tabù qualunque distinguo riguardante gli insediamenti.
Sin dal 1967, esistono due tipi di insediamenti, anche se la linea che li separa non è sempre stata facile da individuare: gli insediamenti concepiti per garantire a Israele confini difendibili e quelli concepiti per impedire la nascita di uno stato palestinese nei territori. Sia i coloni che i loro oppositori hanno sempre rifiutato questa distinzione, sostenendo che gli insediamenti sono tutti buoni o tutti cattivi, tutti assolutamente indispensabili o tutti assolutamente illegali e dannosi.
A questo punto, invece, diventa necessario chiarire che il rifiuto di distingue fra insediamenti “buoni” e insediamenti “cattivi” opera contro la soluzione due-stati, e non a suo favore. Coloro che premono per uno stato palestinese dovrebbero essere i primi a rallegrarsi per la tendenza israeliana a distinguere fra i due tipi di insediamenti, e dovrebbero sostenere gli sforzi per consolidare tale distinzione.
Il concetto due popoli-due stati costituisce un esercizio di spartizione nel quale affermare il principio è più importante che non stabilire dove passerà esattamente la linea di demarcazione. Paradossalmente, sono gli estremisti di entrambe le parti – quelli per e quelli contro tutti gli insediamenti – che appaiono uniti nell’opporsi a qualunque tentativo di disegnare la linea di demarcazione, vuoi con la barriera di sicurezza, vuoi con la distinzione fra diversi tipi di insediamenti (quelli destinati ad essere smantellati e quelli destinati ad essere annessi).
Si può capire che coloro che si oppongono alla soluzione due-stati – perché contrari alla creazione di uno stato palestinese o perché contrari all’esistenza di Israele – si oppongano anche a queste distinzioni. Come si sa, la linea di demarcazione fra i due stati non è già stabilita, giacché è inteso che la definizione dei confini debba essere uno dei temi da discutere nei negoziati per lo status definitivo fra le due parti.
Ma perché Europa e Stati Uniti, che sostengono la soluzione due-stati e si oppongono ai massimalisti delle due parti, non dovrebbero vedere con favore un accordo interno fra israeliani che operi nel senso di consolidare il consenso attorno alla distinzione fra aree che nessun governo israeliano potrebbe mai cedere, e aree che la stragrande maggioranza degli israeliani non vuole mantenere sotto il proprio controllo?
Nel frattempo, in ogni caso, tutto il dibattito sugli insediamenti deve essere mantenuto nel suo giusto contesto. Il vero ostacolo alla pace non è rappresentato, oggi, da coloro che sostengono l’“integrità” della Terra d’Israele (la cosiddetta Grande Israele), che in Israele hanno già perso da tempo la loro partita. Il vero ostacolo è il terrorismo perpetrato in nome della Grande Palestina, cioè della cancellazione dello stato di Israele. La comunità internazionale deve concentrare i suoi sforzi nell’opporsi a questa concezione genocida, che è tutt’altro che sconfitta e che apertamente considera tutto Israele come un insediamento illegale, se vuole far avanzare le sue speranze di pace.

(Da: Jerusalem Post, 4.09.07)

Vedi anche:
Insediamenti: un problema, non il problema

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/073insd.html

Ora in: M. Paganoni, “Ad rivum eundem: cronache da Israele”, Proedi, Milano

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7

Nella mappa in alto: I “blocchi di insediamenti” da annettere a Israele secondo la proposta Clinton del dicembre 2000, rifiutata da Yasser Arafat: stato palestinese sul 95% della Cisgiordania e sul 100% della striscia di Gaza. Questa mappa in realtà sottostima la proposta Clinton perché non mostra l’ulteriore trasferimento allo stato palestinese di 1-3% di territorio ricavato dal territorio israeliano pre-‘67. Da: M. Paganoni, “Ad rivum eundem: cronache da Israele”, Proedi, Milano

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7