Dieci anni fa scoppiava l’intifada delle stragi, che oggi non c’è più

Ma non s’era detto che il terrorismo non può essere sconfitto sul piano militare?

Di Yoaz Hendel

image_2940Il 28 settembre 2000 l’allora leader dell’opposizione Ariel Sharon fece una visita sul Monte del Tempio, a Gerusalemme (senza entrare nelle moschee). Questo fatto a prima vista del tutto insignificante fu sufficiente come pretesto perché il nostro interlocutore di allora, Yasser Arafat, mandasse ufficialmente a quel paese la colomba della pace di Oslo.
Esattamente dieci anni fa l’“intifada al-Aqsa” scoppiava in tutta la sua violenza, le Forze di Difesa israeliane reagivano attenendosi agli ordini, il paese era in fiamme (con le stragi suicide, e la polizia dell’Autorità Palestinese ai posti di frontiera che sparava sui soldati israeliani), e i funzionari del gabinetto dell’allora primo ministro israeliano Ehud Barak tentavano di aggrapparsi alla diplomazia in ogni modo possibile.
I rappresentanti delle forze armate facevano riferimento alle violenze palestinesi come ad un “conflitto limitato” (definizione controversa usata per descrivere una guerra asimmetrica che vede contrapposti un esercito grande e potente contro un nemico meno potente, come un’organizzazione terroristica o guerrigliera). Ed in effetti il termine si rivelò corretto: la leadership politica israeliana “limitava” davvero la risposta dell’esercito.
Ci volle del tempo per capire che quella lanciata dai palestinesi era una vera e propria guerra. Barak non arrivò a capirlo nemmeno alla fine del suo mandato (marzo 2001). Il suo successore, Sharon, un personaggio solitamente rapido nell’agire, mise a fuoco la situazione in modo incredibilmente lento. Le Forze di Difesa israeliane, che avrebbero dovuto garantire la sicurezza, operavano sulla base di cognizioni obsolete e di limitazioni autoimposte, pur di non pregiudicare – non sia mai! – le chance puramente teoriche di riavviare il processo di pace. La gente della strada, invece, che non aveva accesso al “quadro generale” e alle “considerazioni d’insieme”, capiva perfettamente la realtà senza perdersi in disquisizioni terminologiche, col buonsenso di chi si ritrovava ad aver paura ad ogni uscita di casa, a salire su un autobus, ad andare in pizzeria, a scuola o al centro commerciale.
Nel frattempo i “circoli intellettuali” israeliani ingaggiavano un pregnante dibattito sull’opportunità o meno di lasciare mano libera alle Forze di Difesa perché cercassero di risolvere il problema. È possibile affrontare l’ondata di terrorismo suicida con le forze armate? Sono in grado i militari di far fronte a un gruppo terrorista che non ha prima linea, non ha fronte interno e che non rispetta nessuna etica e nessuna regola o convenzione di guerra? Da una parte c’erano quelli che chiedevano di combattere con tutte le forza, in testa i rappresentanti delle comunità israeliane in Giudea e Samaria (Cisgiordania) che coniarono lo slogan “lasciamo vincere i soldati”. Dall’altra i fan di Oslo, incapaci di rassegnarsi al fatto che il loro idolo spirituale, il processo di pace, fosse defunto. Ma siccome l’amore per la pace non sembrava un argomento sufficientemente logico per frenare l’azione delle Forze di Difesa israeliane, i sostenitori del negoziato-ad-ogni-costo fecero ricorso ad argomenti di natura militare. Siamo di fronte a una guerra che non può essere vinta, spiegava un opinionista. Le forze armate sono le prime a sapere che non c’è risposta militare al terrorismo, diceva un altro. Non esiste una soluzione militare, gli faceva eco Amram Mitzna per rintuzzare lo slogan degli avversari. E tanti altri sostenevano che il solo modo per risolvere il problema era una sessione di negoziati a tutto campo.
Ma Arafat, che non era commosso più di tanto da tutti questi sforzi per la pace, intensificò l’offensiva terroristica. Solo verso la fine del “tragico marzo” del 2002, dopo che si seppe l’esito della stage terroristica al Park Hotel di Netanya (30 morti, 140 tra feriti e mutilati per un attentato durante la cena pasquale), i politici si risolsero a dare luce verde alle Forze di Difesa. I limiti all’incursione nei territori sotto giurisdizione dell’Autorità Palestinese vennero tolti, le unità dell’esercito entrarono nelle “Aree A” e nelle roccaforti terroristiche sotto controllo dell’Autorità Palestinese. Alle forze armate fu consentito di operare arresti in profondità nel territorio nemico e di ricorrere all’uccisione mirata dei capi terroristi. Migliaia di singole “cucchiaiate” operative iniziarono a svuotare la “botte” del terrorismo.
I risultati sono nei numeri. Nel 2002, al culmine dell’offensiva terroristica palestinese, quando si asseriva che il terrorismo non può essere sconfitto, 232 israeliani trovarono la morte, per la maggior parte nei 53 attentati suicidi perpetrati quell’anno in tutto il paese. Negli anni 2007 e 2008 si sono avuti solo due attentati suicidi, uno per anno. Nei due anni successivi, non si è avuto in Israele nessun attentato suicida.
“Vittoria” è un termine vago, in un mondo caratterizzato da guerre “minori” dove la vittoria è sempre un fatto temporaneo, senza alcuna garanzia che sia destinato a durare. E tuttavia, se volete il mio parere, il fatto che, dieci anni dopo, posso camminare senza paura coi miei figli per il mercato Mahane Yehuda di Gerusalemme, ai miei occhi significa che quella guerra, noi, l’abbiamo vinta.

(Da: YnetNews, 20.9.10)

Nella foto in alto: Yoaz Hendel, autore di questo articolo

Si veda anche:

Il primo dovere di Abu Mazen

http://www.israele.net/articolo,2939.htm

Ecco come Israele affronta i dilemmi etici nella guerra al terrorismo

http://www.israele.net/articolo,2917.htm