Dov’è lo sdegno?

L'ipocrisia del mondo davanti alla capitolazione di Abu Mazen nelle braccia degli estremisti islamisti.

Da un articolo di David Horovitz

image_3125È da quando, mercoledì scorso, Fatah e Hamas hanno annunciato la loro “riconciliazione”, che aspetto di sentire il coro dello sdegno internazionale. Ho aspettato di sentire la condanna globale dell’Autorità Palestinese e del suo presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per aver scelto di legare il loro destino a un’organizzazione ideologicamente votata a cancellare dalla carta geografica l’unico stato ebraico esistente al mondo. Sessantaquattro anni dopo che la famiglia delle nazioni – con sei milioni di morti di ritardo – aveva finalmente interiorizzato l’imperativo di far rivivere una sovranità del popolo ebraico nella sua terra storica, ho aspettato che quelle stesse nazioni insorgessero con ira concorde per questa nuova, esplicita legittimazione di un movimento armato consacrato a depredare gli ebrei.
Aspettavo di veder sprofondare nel ridicolo la farsesca difesa che Abu Mazen ha tentato della sua ultima intesa con Hamas. L’idea che egli possa continuare a negoziare seriamente con Israele su come spartire il controllo di questo territorio conteso mentre Hamas se ne sta seduta zitta nel suo stesso governo – quella Hamas la cui ragion d’essere è eliminare Israele – è evidentemente assurda. Come non bastasse, Hamas ha reso quell’idea ancora più stravagante quando si è affrettata a chiarire che non ha alcuna intenzione di starsene da parte in silenzio, ed anzi ha chiesto apertamente ad Abu Mazen di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’Olp: un fatto di per sé “illegittimo”, stando alle parole del “primo ministro” di Hamas, Ismail Haniyeh.
Ho aspettato che perlomeno i più responsabili degli stati membri delle Nazioni Unite facessero a pezzi la ridicola affermazione secondo cui i palestinesi, dopo essersi legati ai banditi che quattro anni hanno preso il controllo della striscia di Gaza uccidendo palestinesi a centinaia, ora godono di una dirigenza unitaria capace di governare una nuova Palestina secondo le norme della sovranità. Una dirigenza unificata che persegue l’indipendenza, ma che incorpora al proprio interno un soggetto il cui obiettivo dichiarato è scalzare lo stato sovrano vicino.
Ma ho aspettato invano. Che sia illusa, ottusa o semplicemente affetta dal buon vecchio anti-ebraismo, fatto sta che gran parte della comunità internazionale ignora l’ordine di “uccidere gli ebrei” che sta alla base la Carta di Hamas. Dicendosi convinta che Hamas potrebbe in qualche modo trasformarsi in un’entità rispettosa di Israele, la comunità internazionale preferisce non tener conto all’implacabile insistenza con cui gli stessi capi di Hamas dichiarano che per loro non riconoscere Israele è un imperativo religioso, e che pertanto non lo riconosceranno mai. E perlomeno una parte della comunità internazionale addossa al governo israeliano degli ultimi due anni la colpa di non aver lasciato ad Abu Mazen – così dicono – altra scelta che quella di tirare a bordo Hamas, come se il non essere riusciti a trovare un possibile compromesso di pace, di chiunque sia la colpa, legittimasse il suo ricorso a un alleanza con gli stragisti islamisti. E ostinatamente si preferisce ignorare la comprovata, sanguinosa propensione di Hamas ad approfittare di ogni occasione costruttiva per perseguire in modo sprezzante i suoi spietati obiettivi: prima sfruttare i ritiri israeliani dalle città di Cisgiordania per costruirvi un esercito di attentatori suicidi; poi, impadronirsi con la violenza della striscia di Gaza non appena “liberata” da tutti gli ebrei, civili e militari, per farne una base terroristica da cui continuare ad attaccare Israele.
Hamas, ha osservato giovedì il capo dello staff della Casa Bianca William Daley, “è un’organizzazione terroristica che mira a colpire i civili”. Già, proprio così. E dunque una comunità internazionale con un mimino di moralità (per lo meno quella che si rallegra per l’eliminazione di Osama bin Laden) dovrebbe cercare di toglierle ogni legittimità, dovrebbe fare tutto il possibile per impedirle di rafforzasi, mettendo bene in chiaro che non c’è posto per gente del genere nei rapporti internazionali. Invece Daley, in quella stessa dichiarazione, ha affermato che “gli Stati Uniti appoggiano la riconciliazione palestinese a patto che serva a promuovere la causa della pace”. Ma che razza di doppiezza è mai questa? Come potrebbero mai “promuovere la causa della pace” l’intesa Fatah-Hamas quando una delle due proclama apertamente ad ogni occasione di perseguire esattamente il contrario?
Le conseguenze di quelli che in passato sono stati errori di valutazione, abbagli, cecità intenzionale, condiscendenza e mancanza di moralità sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni in cui in Israele si celebra la Giornata della Shoà e si ricordano tutti gli innocenti che persero la vita anche a causa di una comunità internazionale che non seppe vedere né agire con sufficiente prontezza. Hamas nel 2011 non può ancora disporre delle armi necessarie per conseguire il suo obiettivo genocida verso lo stato ebraico. Ma è finanziata, addestrata e armata da un paese, l’Iran, che sta alacremente sviluppando gli strumenti per cercare di spazzarci via. E la sua partnership con il volto presumibilmente moderato della dirigenza palestinese costituisce un passo avanti potenzialmente cruciale per le sue ambizioni.
Abu Mazen accoglie, nella sua dirigenza internazionalmente osannata, un’organizzazione verso la quale non dovrebbe esistere alcuna tolleranza internazionale. Se la cosa verrà ufficializzata, tutti i componenti di questo quadro di governo palestinese – un’alleanza che comprende quelle che lo stesso Abu Mazen, dopo il golpe nella striscia di Gaza, ebbe a definire “le forze delle tenebre” – dovrebbero essere messi fuori dalla cerchia della famiglia delle nazioni.
Israele è alla ricerca di un possibile compromesso per separarsi dai palestinesi, un compromesso in base al quale i palestinesi possano conseguire la loro indipendenza senza minacciare la nostra. Abu Mazen si appresta a voltare le spalle a questa via. La comunità internazionale, anziché compiacerlo, dovrebbe premere perché ci ripensi. Ma i principali attori internazionali hanno optato per l’ipocrisia, davanti alla capitolazione di Abu Mazen nelle braccia degli estremisti islamisti. Quel che invece bisognerebbe far arrivare è una netta riprovazione morale, e un messaggio inequivocabile: questa coalizione coi terroristi non verrà tollerata.
L’uomo che otto mesi fa Benjamin Netanyahu chiamava “il mio interlocutore per la pace” sta per sottoscrivere formalmente questo mostruoso amalgama. Ho aspettato finora la condanna internazionale. Non è ancora troppo tardi.

(Da: Jerusalem Post, 2.5.11)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il “primo ministro” di Hamas nella striscia di Gaza Ismail Haniyeh, in una foto d’archivio

Si veda anche:

“Fra pace con Israele e Hamas, scegliamo Hamas”

http://www.israele.net/articolo,3122.htm