E Hamas? E i profughi?

Quel paio di punti cruciali che restano poco chiari nei discorsi di Obama.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3140È apparso evidente dalle parole che ha pronunciato domenica al convegno di Aipac (American Israel Public Affairs Committee), che il presidente Usa Barack Obama ha recepito le critiche mosse al suo precedente discorso sul Medio Oriente tenuto giovedì al Dipartimento di Stato.
Come c’era da aspettarsi, le parole di domenica, calibrate per un pubblico ebraico, sono andate innanzitutto a toccare le corde giuste. Obama ha fatto appello perché si ponga fine ai “cinque lunghi anni” di prigionia di Gliad Shalit; ha ricordato il sostegno militare americano a Israele; ha proclamato l’impegno degli Stati Uniti ad impedire che l’Iran ottenga armi nucleari; ha promesso che il suo paese combatterà i tentativi di “erodere” la legittimità di Israele. Per tutto il discorso, ha ribadito il refrain dell’incrollabile sostegno dell’America a Israele. Tutte dichiarazioni che sono state giustamente accolte con calorosi applausi.
Ad un livello più sostanziale, comunque, Obama si è dato da fare per chiarire, se non addirittura riformulare, alcuni dei punti più problematici del suo discorso di giovedì. In quel discorso si era domandato ad alta voce come Israele potesse “negoziare con una controparte che si è dimostrata indisponibile a riconoscere il suo diritto ad esistere”. Ma in quel discorso non aveva fatto nulla di più che augurasi che i capi palestinesi “forniscano una risposta credibile a questo interrogativo”. Parlando ad Aipac, invece, Obama ha esplicitamente chiesto a Hamas di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, di abbandonare il terrorismo e di onorare gli accordi precedenti: che poi sono i tre criteri stabiliti dal Quartetto sul Medio Oriente (Usa, Ue, Russia, Onu). Il che chiaramente non accadrà, e Obama lo sa bene. Ma non ha delineato quali passi concreti gli Stati Uniti intendano intraprendere quando Hamas ribadirà il suo rifiuto. Ora l’accordo di unità fra Hamas e Fatah, che rispecchia cupamente le reali intenzioni di Fatah, costituisce un ostacolo centrale a qualunque progresso. Peccato che Obama non l’abbia sottolineato, preferendo invece ribadire che “lo status quo non è sostenibile” e che la situazione attuale non permette nessun “temporeggiamento”. Ma il rifiuto di Israele di negoziare con Hamas non è un “temporeggiamento”. Ed è Mahmoud Abbas (Abu Mazen) quello che si rifiuta di sedere al tavolo del negoziato, e che si è rifiutato di farlo anche durante i dieci mesi di congelamento degli insediamenti dell’anno scorso, mentre Israele scongiurava di avviare i colloqui.
Obama ha anche modificato il suo messaggio di giovedì là dove affermava che “i confini di Israele e Palestina dovranno basarsi sulle linee del 1967 con scambi di territorio reciprocamente concordati”. Visibilmente irritato per quella che ha definito una polemica “infondata”, Obama è tornato sulla questione per mettere in chiaro – convenendo pubblicamente con la lettera di George W. Bush del 2004 all’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon, poi approvata da entrambe le camere del Congresso americano – che i confini reciprocamente concordati saranno “diversi – parole testuali – dalle linee che esistevano il 4 giugno 1967”, e che dovranno tenere conto delle “nuove realtà demografiche sul terreno”: un chiaro riferimento ai cosiddetto blocchi di insediamenti. Il che non costituisce solo una chiarificazione, ma un sostanziale miglioramento della formula ambigua usata in precedenza, e che era stata generalmente interpretata come una marcia indietro rispetto alla posizione di Bush sui blocchi di insediamenti [e addirittura, da tanta stampa approssimativa, come una richiesta di ritiro esattamente sulle linee del ’67, quasi fossero realmente confini immodificabili].
Purtroppo l’altro punto cruciale della lettera di Bush, che faceva riferimento al problema dei “profughi” palestinesi, è rimasto significativamente assente dalla chiarificazione offerta da Obama ad Aipac. Bush aveva nettamente respinto la rivendicazione palestinese del cosiddetto “diritto al ritorno”, affermando che “la cornice per una soluzione concordata, equa e realistica della questione dei profughi palestinesi, nel quadro di un accordo sullo status definitivo, dovrà essere cercata nella creazione di uno stato palestinese e nell’insediamento di profughi palestinesi in esso anziché in Israele”. La precedente amministrazione americana aveva cioè perfettamente capito che avallare la pretesa palestinese di applicare il “diritto al ritorno” a tutti coloro che vengono definiti “profughi” palestinesi (compresi i milioni di discendenti di seconda, terza, quarta e quinta generazione di coloro che effettivamente abbandonarono il territorio israeliano durante la guerra d’indipendenza del 1948) comporterebbe la fine di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. La reiterata omissione da parte di Obama della questione dei profughi solleva seri interrogativi. Effettivamente il presidente americano ha più volte affermato il suo sostegno a Israele come “patria del popolo ebraico”. Con tutta evidenza, salvaguardare tale patria significa escludere il riconoscimento di un “diritto al ritorno” per tutti i palestinesi che comprometterebbe alla radice la sovranità ebraica. Come mai Obama, che ha colto questa occasione per chiarire e riformulare alcuni degli aspetti più problematici del suo discorso di settimana scorsa, non ha fatto chiarezza anche su questo punto essenziale? L’ostinata insistenza dei palestinesi nel pretendere il “diritto al ritorno” di milioni di “profughi” all’interno dei confini di Israele equivale al rifiuto di accettare Israele come stato ebraico. Questa insolente pretesa, unita al fatto che Hamas, un’organizzazione terroristica antisemita votata alla distruzione di Israele, è ora socio alla pari nella dirigenza politica ufficiale del popolo palestinese, costituisce il vero ostacolo alla pace. Se Obama desidera sinceramente contribuire alla pace, deve prendere atto di questo e fare tutto il possibile per porre rimedio a tale situazione.

(Da: Jerusalem Post, 23.5.11)

Nell’immagine in alto: Le mappe della pubblicistica palestinese raffigurano costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico

Si veda anche:

Un negoziato onesto e coraggioso

http://www.israele.net/sezione,,197.htm