Ecco come Israele affronta i dilemmi etici nella guerra al terrorismo

Un illuminante rapporto sull’incidente del 2009 alla moschea Al-Maqadmah

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2917È stato recentemente presentato da Israele all’Onu un rapporto intitolato “Gaza Operations Investigation: Second Update” (Indagine sulle operazioni a Gaza: secondo aggiornamento). Si tratta di una risposta alle accuse di “crimini di guerra” mosse dal rapporto Goldstone a proposito dell’operazione anti-Hamas nella striscia di Gaza cominciata a fine dicembre 2008 e durata 22 giorni.
Vale la pena scorrere con attenzione le 40 pagine di questo rapporto (è disponibile in inglese sul sito del ministero degli esteri israeliano). Leggerlo permette di arricchire la propria consapevolezza dei dilemmi etici che lo stato d’Israele deve affrontare nella sua lotta contro il terrorismo. E accresce l’apprezzamento per gli elevati standard morali delle regole di ingaggio applicate dalle Forze di Difesa israeliane.
L’incidente alla moschea Al-Maqadmah, menzionato nel rapporto, è un esempio significativo. Il 3 gennaio 2009, alcuni civili palestinesi furono uccisi da un razzo israeliano che colpì l’ingresso della moschea, a Beit Lahiya (striscia di Gaza). Il rapporto del giudice Richard Goldstone (“Report of the UN Human Rights Council Fact-Finding Mission on the Gaza Conflict”) accusa Israele di eventuale crimine di guerra in relazione a quelle morti. Dopo un’indagine approfondita, tuttavia, le Forze di Difesa israeliane hanno rilevato che il razzo era stato lanciato contro due terroristi che erano stati visti sparare razzi Qassam verso le città del sud di Israele. Le altre vittime furono non intenzionali e non prevedibili.
Bisogna capire che un certo numero di fattori concorsero a causare l’infausta fatalità. Vi fu innanzitutto l’effetto “bomba a orologeria”: i due terroristi che lanciavano Qassam, e che originariamente si erano posizionati vicino a un ospedale, dovevano essere neutralizzati prima che potessero fuggire e lanciare altri razzi contro i civili israeliani. I comandi delle Forze di Difesa israeliane che autorizzarono l’attacco non sapevano che l’edificio, privo di minareto, fosse una moschea. Un solo capitano che si rese conto della circostanza ma che non lo disse nei pochi minuti, se non secondi, intercorsi fra l’autorizzazione all’attacco e la sua esecuzione, è stato punito per questo con il divieto di continuare a servire nelle Forze di Difesa in posizioni che implichino decisioni di vita o di morte. È stato inoltre accertato che il comando israeliano non sapeva che una porta che dava accesso all’interno della moschea era aperta. Furono le schegge del razzo ad uccidere i civili che si trovavano all’interno. Infine, due ufficiali israeliani scelsero un razzo più potente di quello autorizzato perché il razzo che era stato approvato non era immediatamente disponibile e, mentre il tempo stringeva, non si vedevano civili palestinesi nella zona. Anche questi ufficiali sono stati puniti per questa loro decisione.
L’incidente della moschea Al-Maqadmah, una delle 47 indagini penali condotte da Israele, mette in luce i laceranti dilemmi morali che il paese deve continuamente affrontare quando si trova in situazioni belliche non convenzionali. Hamas lancia sistematicamente razzi dall’interno di aree civili densamente popolate, usando intenzionalmente e cinicamente gli abitanti di Gaza come scudi umani. Israele in risposta deve affrontare scelte difficili, compiute sul filo dei secondi. Lanciare un’offensiva contro Hamas a Gaza provoca inevitabilmente la morte non intenzionale anche di non-combattenti; ma astenersi dall’intervenire contro i terroristi espone Israele al fuoco dei mortai e dei Qassam di Hamas. Lanciare missili a lunga gittata contro i terroristi di Hamas asserragliati nelle zone abitate evita di esporre i soldati israeliani a gravissimi pericoli entrando in zone altamente pericolose per neutralizzare i terroristi in modo più “chirurgico”; d’altra parte, la guerra “dall’alto” aumenta la possibilità di provocare morti civili non intenzionali.
Non esistono risposte facili a questi dilemmi etici, benché sia del tutto ovvio che Israele anteponga la tutela della vita dei suoi cittadini, civili e militari, alla tutela delle vite nella parte nemica, combattenti e non-combattenti, specialmente quando molti di questi “non-combattenti” sostengono attivamente il terrorismo in modo diretto e indiretto. Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e gli altri paesi occidentali che hanno forze impegnate in Iraq e Afghanistan non si comportano diversamente, e spesso anzi con molti meno scrupoli morali.
Naturalmente si può sempre far meglio, e Israele si adopera in questo senso adottando costantemente nuove misure, come ad esempio l’impiego di “ufficiali per gli affari umanitari” in ogni unità dal livello di battaglione in su, o le ulteriori restrizioni all’uso del fosforo bianco al di là dei limiti previsti dalle leggi internazionali.
In guerra, perseguire un’assoluta perfezione etica è un obiettivo vano, che non sarà mai raggiunto. Ma nel fare i conti con sfide quasi impossibili, proprio il comportamento di Israele dimostra che gli stati democratici possono vincere guerre non convenzionali contro i terroristi senza scrupoli pur rifiutando di compromettere la propria integrità morale. La gestione da parte delle Forze di Difesa israeliane dell’incidente alla moschea Al-Maqadmah, dall’inizio fino al termine delle accurate indagini condotte, non fa che confermarlo.

(Da: Jerusalem Post, 23.07.10)

Nella foto in alto: Terroristi Hamas lanciano razzi Qassam dal cortile di una scuola (8.1.09)

Il testo in inglese del rapporto:

http://www.mfa.gov.il/NR/rdonlyres/1483B296-7439-4217-933C-653CD19CE859/0/GazaUpdateJuly2010.pdf