Eludere la realtà (evidente), sbattere la testa nel muro (palestinese)

Utile riepilogo dei motivi per cui le pressioni Usa su Israele e insediamenti sono diventate imbarazzanti.

Di Isi Leibler, Barry Rubin

image_3006Scrive Isi Leibler: «Se vivessimo in un mondo sano di mente, i fatti delle ultime settimane culminati nelle rivelazioni di WikiLeaks dovrebbero confermare la veridicità dell’approccio israeliano al processo di pace. Purtroppo, invece, gran parte dei mass-media globali sedicenti liberal ancora una volta hanno mostrato la loro propensione ad eludere la realtà quando non corrisponde alle loro idee.
I documenti diffusi hanno fornito un’ulteriore irrefutabile prova che i capi arabi mentono quando attaccano pubblicamente la posizione di Israele mentre allo stesso tempo, parlando in privato, sollecitano gli americani a lanciarsi in un’azione militare per impedire agli iraniani – che essi detestano – di diventare una potenza nucleare. In quello che può essere descritto solo come uno scenario surreale, il re Abdullah dell’Arabia Saudita – paese dal quale provengono i principali finanziamenti globali ad al-Qaeda e ad altri gruppi terroristi – ha chiesto agli Stati Uniti di “tagliare la testa del serpente” iraniano; il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhammad bin Zayed, ha messo in guardia gli americani che “Ahmadinejad è Hitler”; e praticamente ogni altro capo arabo ha fatto arrivare a Washington analoghi convulsi messaggi.
In questo contesto l’ipocrisia e il cinismo del presidente Usa Barack Obama verso gli israeliani appaiono semplicemente illogici. Oggi sappiamo che Obama sapeva di non dire il vero quando diceva che Israele deve fare altre concessioni unilaterali ai palestinesi come condizione indispensabile per persuadere i paesi arabi ad appoggiare sanzioni o sostenere azioni militari contro l’Iran. Non basta. Le nuove rivelazioni hanno rivelato l’assurdità di quegli analisti di affari esteri e sostenitori della politica di Obama in Medio Oriente che andavano ripetendo che solo gli israeliani e “la cricca dei neocon” erano favorevoli a un’opzione militare contro l’Iran.
WikiLeaks ha anche rivelato che, nonostante gli avvertimenti di vari leader arabi secondo i quali non è possibile persuadere la Siria ad allentare i suoi legami con l’Iran, Washington ha continuato a cercare di rabbonire il presidente Basher Assad. E nonostante le smentite, ora sappiamo che gli americani erano perfettamente a conoscenza del fatto che i siriani collaborano con gli iraniani nel rifornire i terroristi Hezbollah di armamenti micidiali, fino al punto di utilizzare ambulanze per far entrare armi in Libano.
Nello stesso tempo, insieme ad altri alleati americani, Israele è rimasto ammutolito per la debole risposta di Washington all’aggressione a freddo perpetrata dalla Corea del Nord, uno stato delinquente contro cui nondimeno gli Stati Uniti sono stati “impegnati” per qualche tempo. Il che ha trasmesso un messaggio agghiacciante circa l’affidabilità dell’alleato americano. I sudcoreani sono rimasti scioccati nel vedere che le sole reazioni del loro paladino americano sono state espressioni di preoccupazione, encomi per il loro “autocontrollo” e appelli ai cinesi affinché frenassero il loro megalomane alleato. Il quale – altra cosa che adesso è di pubblico dominio – ha fornito tecnologia missilistica a iraniani e siriani.
Come ulteriore iniezione di realtà, è stata di nuovo svelata l’impotenza del nostro “moderato” interlocutore di pace, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), quando ha approvato le risoluzioni presentate al congresso del Consiglio Rivoluzionario di Fatah, a Ramallah. Aperto da un omaggio ufficiale alla memoria di Amin al-Hindi, uno dei mandanti della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, il congresso ha categoricamente stabilito che non vi sarà alcun compromesso con Israele, ha rifiutato di riconoscere il “cosiddetto stato ebraico”, ha ribadito che non è negoziabile il “diritto al ritorno” dei profughi arabo-palestinesi e loro discendenti all’interno di Israele (ricetta sicura per la fine di Israele), e ha respinto qualunque ipotesi di scambio territoriale, insistendo che tutti gli ebrei che oggi vivono al di là delle linee di armistizio del periodo ‘49-67 dovranno essere cacciati.
Pochi giorni dopo, il vice ministro dell’informazione dell’Autorità Palestinese pubblicava uno “studio” che rinnovava la pretesa di Yasser Arafat secondo cui il Monte del Tempio e il Muro Occidentale (“del pianto”), a Gerusalemme, non hanno alcuna attinenza con gli ebrei e che, a dispetto dell’“occupazione sionista”, tutta quell’area è proprietà del Waqf (custodia del patrimonio inalienabile islamico): cosa talmente strampalata che otto giorni dopo persino l’amministrazione Usa l’ha condannata, in uno dei suoi rari rimproveri all’Autorità Palestinese.
Non è finita. Un’ulteriore dimostrazione dell’atmosfera da “Alice nel paese delle meraviglie” che regna attorno a questa farsa di processo di pace, un sondaggio d’opinione condotto nelle aree sotto giurisdizione dell’Autorità Palestinese ha rilevato che anche i palestinesi “moderati” rimangono fedeli allo storico obiettivo di buttare gli ebrei a mare, tanto è vero che a grande maggioranza ritengono il futuro stato arabo-palestinese nient’altro che una tappa verso la “liberazione” di tutto il paese; e che la maggioranza di loro preconizza come inevitabile il ritorno alla “lotta armata”.
Nonostante tutto questo, Obama e il segretario di stato Hillary Clinton continuano a ripetere il mantra della “visione” di due stati che vivono fianco a fianco in pace. È vero che la grande maggioranza degli israeliani non ha alcun desiderio di governare sugli arabi e sarebbe ben disposta ad accettare sin da domani una soluzione a due stati; ma con tutte queste prove che ci vengono sbattute in faccia, come possiamo continuare a coltivare la finzione irrazionale basata sul presupposto che stiamo negoziando con un “autentico interlocutore di pace”?»
(Da: Jerusalem Post, 8.12.10)

Scrive Barry Rubin: «Com’era prevedibile, ora l’amministrazione Obama ha rinunciato al tentativo di far accettare a Israele un’ulteriore moratoria di tre mesi sulle attività edilizie ebraiche negli insediamenti già esistenti in Cisgiordania. Ed ecco la frase più incantevole con cui ne ha dato notizia il New York Times: “Rappresentanti dell’amministrazione hanno deciso di staccare la spina perché si è valutato che, quand’anche Netanyahu persuadesse il suo governo ad accettare la proroga [della moratoria], cosa che non è ancora riuscito a fare, il periodo di negoziati di 90 giorni non produrrebbe i progressi sulle questioni chiave in cui l’amministrazione originariamente aveva sperato”.
Traduzione: hanno deciso che un congelamento di tre mesi non servirebbe a niente. In altre parole – come modestamente andiamo ripetendo dallo scorso ottobre – l’amministrazione aveva optato per una politica senza senso, offrendo grandi concessioni in cambio di una cosa priva di valore. È un bene che il governo americano si sia reso conto della insensatezza di ciò che è andata facendo negli ultimi sei mesi.
Naturalmente il New York Times ha cercato di addossare tutta la colpa a Israele: “Netanyahu potrebbe andare incontro a nuove pressioni da Stati Uniti e palestinesi in quanto ostacolo alla ripersa dei colloqui”. Come accade spesso, chi scrive sui giornali sembra non leggere nemmeno le proprie parole. Dopo tutto, il giornalista aveva appena sottolineato che Netanyahu ha effettivamente cercato, ma invano, di far approvare il piano al suo governo, mentre l’Autorità Palestinese si rifiuta di negoziare seriamente con Israele da due lunghi anni. Ma il New York Times deve comunque dare la colpa a Israele per la mancanza di trattative.
Prima o poi, all’inizio del prossimo anno, l’amministrazione Obama dovrà decidere se mettere da parte questa faccenda del congelamento o continuare a sbattere la testa contro un muro. Ma il muro non è Israele. Il muro è l’Autorità Palestinese, che sarà sempre più intransigente, a maggior ragione ora che ha ottenuto il “riconoscimento” di Brasile, Argentina e potenzialmente di altri paesi.»
(Da: Global Research in International Affairs-GLORIA, 8.12.10)

Nelle foto in alto: gli autori di questi articoli, Isi Leibler e Barry Rubin.

Si veda anche:

Israele: “I riconoscimenti unilaterali servono solo a minare il processo di pace”

http://www.israele.net/articolo,3005.htm

Documenti Usa diffusi da WikiLeaks: i missili Hezbollah possono raggiungere Tel Aviv

http://www.israele.net/articolo,3004.htm

WikiLeaks fa a pezzi il ”linkage” fra questione Iran e processo di pace

http://www.israele.net/articolo,2998.htm

Sorpresa: il mondo condivide le preoccupazioni di Israele

http://www.israele.net/articolo,2997.htm

I nuovi ”no” del Fatah di Abu Mazen

http://www.israele.net/articolo,2996.htm

Autorità Palestinese: “Il Muro del Pianto è proprietà islamica”

http://www.israele.net/articolo,2995.htm

L’esempio nordcoreano

http://www.israele.net/articolo,2994.htm

Due palestinesi su tre vogliono un unico stato dal Giordano al mare

http://www.israele.net/articolo,2990.htm

Se l’Autorità Palestinese accetta di negoziare sul negoziato

http://www.israele.net/articolo,2913.htm

Cosa aspettarsi dai colloqui indiretti israelo-palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2819.htm