Errata corrige: dove è scritto “Israele” leggi “Occupazione del 48”

Benvenuti nella neolingua orwelliana dell’Autorità Palestinese dove il terrorismo è resistenza, gli stragisti sono martiri e Gerusalemme è solo araba

di Marco Paganoni, giugno 2012

image_3471Mai usare il termine “Israele”, ma sempre e solo locuzioni come “il colonialismo israeliano”. Usare “Israele” senza aggettivi, infatti, è dannoso perché dà l’idea che Israele sia “uno stato naturale” la cui esistenza sarebbe ovvia e scontata come quella di tutti gli altri: significa accettare che “la natura dell’impresa sionista sia quella dell’autodeterminazione e indipendenza del popolo ebraico”, mentre al contrario bisogna industriarsi affinché ogni volta che si nomina il termine stesso Israele, esso venga associato all’idea di “un’impresa razzista e colonialista”.
Benvenuti nella neolingua orwelliana dell’Autorità Palestinese. Spiegava George Orwell in “1984” che la funzione principale della neolingua totalitaria è quella di irreggimentare il vocabolario a tal punto che non sia più nemmeno possibile pensare concetti proibiti perché “non ci sono più le parole per esprimerli”. Una lezione di cui hanno fatto tesoro al ministero dell’informazione dell’Autorità Palestinese, quella del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che ha pubblicato un impagabile libretto (disponibile anche sul suo sito web, in arabo naturalmente), intitolato “Terminologia nei mass-media, nella cultura e nella politica”: un trattatello linguistico che insegna ai palestinesi quali parole debbano usare al posto dei “termini velenosi disseminati da israeliani e americani” giacché, spiega l’introduzione, “è particolarmente pericolosa la penetrazione di quei termini nell’opinione pubblica araba e palestinese”. Corredato di pratiche tabelle dove i “termini velenosi” sono abbinati alla parola palestinese “corretta” con cui vanno sostituiti (tradotte in inglese da Palestinian Media Watch, la cui segnalazione è disponibile in italiano su: http://www.israele.net/articolo,3464.htm ), il manuale lessicale palestinese costituisce una lettura doppiamente istruttiva.
Innanzitutto rappresenta un vero e proprio compendio ufficiale dell’autentica ideologia dell’Autorità Palestinese, quella che governi stranieri, mass-media internazionali e schiere di pacifisti più o meno in buona fede non possono o non vogliono vedere. A cominciare dal rifiuto di riconoscere la legittima esistenza dello Stato d’Israele. Infatti – ingiunge la guida del ministero dell’informazione palestinese – non si deve mai dire “Autorità israeliane”, bensì “Autorità d’occupazione israeliane”. E non sia mai che si parli di cittadini “arabo-israeliani”, ma solo di “popolo palestinese nei territori del ‘48”. Il termine “territori del ‘48” è la versione abbreviata dell’espressione completa “territori palestinesi occupati nel 1948” con cui l’Autorità Palestinese fa riferimento alle terre all’interno di Israele, con implicita delegittimazione della nascita stessa, nel 1948, dello Stato di Israele.
Un altro elemento fondamentale del pensiero palestinese è il rifiuto di considerare come terrorismo gli attentati che mirano a uccidere israeliani a sangue freddo, compresi gli attentati suicidi che fanno strage di civili. Perciò, intima l’Autorità Palestinese, al posto di “terrorismo” si dovrà dire “resistenza”, al posto di “attentati suicidi” si dovrà dire “operazioni che aspirano al martirio”, al posto di “palestinese ucciso” si dovrà dire “martire (shahid) palestinese”.
A questo punto va da sé che la lotta di Israele contro il terrorismo non è una forma di legittima difesa come sarebbe in ogni altra parte del mondo. La scelta oculata delle parole deve mirare alla sistematica delegittimazione di ogni misura di difesa israeliana: il “Ministero della Difesa israeliano” diventa il “Ministero della guerra israeliano”; le “Forze di Difesa d’Israele” (traduzione letterale di Tzahal: Tzvà HaHaganà LeIsrael) diventano le “Forze d’occupazione israeliane”; la “barriera difensiva” diventa “la barriera di separazione razzista”.
Delegittimare lo Stato di Israele comporta un’imponente opera di cancellazione della storia ebraica, antica e moderna, in Terra d’Israele. Ed ecco puntuali le istruzioni dell’orwelliano Grande Fratello palestinese: “stella a sei punte” anziché “stella di David”, “Muro al-Buraq” anziché “Muro Occidentale o del pianto”, “Terra di Palestina anziché “Terra Promessa”, “Gerusalemme araba” anziché “Gerusalemme est” (onde non torni alla memoria che nella parte est, e segnatamente nella Città Vecchia, non solo c’erano ebrei, ma gli ebrei erano la comunità più numerosa già nella prima metà del XIX secolo, finché non furono cacciati dalla Legione Araba nel 1948).
Parallelamente, bisogna sorvegliare il linguaggio affinché venga riscritta anche la storia degli arabi di Palestina, che infatti non dovranno mai essere indicati in questo modo. Anzi, stabilisce il severo manuale, non dovranno essere indicati nemmeno come semplici “palestinesi” bensì come “popolo palestinese”: chissà che, a forza di ripeterlo, non si concretizzi davvero nella realtà. Alla stessa stregua, “l’Autorità Palestinese” deve essere sempre citata come “Autorità Nazionale Palestinese”.
E qui entra in causa il secondo elemento di grande interesse nella lettura di questo opuscolo, che sta un po’ a metà fra il catechismo del bravo Balilla e il taglia-e-cuci sulle enciclopedie sovietiche di staliniana memoria. Il fatto, cioè, che buona parte di questa neolingua è stata adottata da giornalisti, politici, osservatori esterni. L’Autorità Palestinese nasce grazie ad alcuni trattati firmati fra Israele e Olp, in particolare la Dichiarazione di Principi del 13 settembre 1993 e l’Accordo ad interim del 28 settembre 1995. Ora, in quei documenti non compare mai l’espressione Autorità Nazionale Palestinese, ma sempre e solo Autorità Palestinese, e un motivo ci sarà. Ciò malgrado, giornalisti, politici e persino diplomatici di mezzo mondo hanno supinamente adottato la locuzione “raccomandata” dal manuale palestinese. Anche qui, un motivo ci sarà.
Adottare la terminologia espressamente faziosa di una parte significa adottarne non solo la visione, l’ideologia e gli obiettivi, ma anche i pregiudizi e le falsità. Significa accettare che, con le parole, vengano cancellate verità di fatto. Chi conosce come stanno le cose non dovrebbe mai trascurare o minimizzare la questione delle parole (per superficialità, per inerzia o per spossatezza). Chi sa che i termini Giudea e Samaria non sono appellativi “biblici” obsoleti riesumati da qualche colono prepotente, bensì i termini con cui quelle regioni sono state indicate da tutti fino a sessant’anni fa, per il semplice motivo che non avevano altro nome, dovrebbe chiedersi come mai il manuale di manipolazione lessicale palestinese prescrive di usare al loro posto il termine recentissimo e squisitamente eurocentrico di “Cisgiordania”; anzi: sempre e solo “Cisgiordania occupata”. Chi sa che le linee armistiziali del 1949 non sono mai diventate confini permanenti e riconosciuti perché vennero rifiutati in primis dai palestinesi e dagli stati arabi, dovrebbe chiedersi come mai il manuale dell’Autorità Palestinese pretende che il termine “Linea Verde” venga sempre sostituito da “confini del ‘67”.
È così che, nell’indifferenza ignorante e disattenta del mondo, il libello del canone palestinese può lanciare il suo affondo, e proclama: al posto di “rivendicazioni palestinesi” usare sempre “diritti palestinesi”. Ed è così che, per dirla ancora con Orwell, “la menzogna diventa verità e passa alla storia”.