Esiste gia’ la giusta formula per i profughi

Basterebbe rileggere i Parametri di Clinton del 2000, che per? i palestinesi rifiutarono

Da un articolo di Herb Keinon

image_1639La reazione di Israele all’iniziativa saudita rilanciata dal summit di questi giorni della Lega Araba a Riyad dipenderà in gran parte da come i leader arabi sceglieranno di definire la questione dei profughi.
Israele ha detto esplicitamente che su questo tema non può accettare il testo per come appariva nell’iniziativa approvata al summit della Lega Araba di Beirut del 28 marzo 2002. Lunedì scorso il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal aveva lasciato intendere che i leader arabi avrebbero preso in considerazione eventuali cambiamenti nel documento per renderlo “compatibile con i più recenti sviluppi”. Se questo significa che stanno effettivamente cercando nuove idee che possano risultare accettabili per Israele, non dovrebbero fare altro che dare un’occhiata ai parametri delineati dall’allora presidente americano Bill Clinton il 23 dicembre 2000.
L’iniziativa araba ampiamente discussa in questo momento prevede che Israele sottoscriva “il conseguimento di una giusta soluzione al problema dei profughi palestinesi da concordare in conformità con la risoluzione Onu 194”. La risoluzione non vincolante numero 194 approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1948 affermava che “i profughi che vogliono tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero poterlo fare nella data più vicina praticabile, e per le proprietà di coloro che non vogliono tornare, e per perdite o danni a tali proprietà, dovrebbero essere versati indennizzi che, in base a principi di giustizia e del diritto internazionale, dovrebbero essere effettuati dai governi o dalle autorità responsabili”.
Quello che la 194 significa per i palestinesi venne messo per iscritto in un memorandum redatto il 1 gennaio 2001 dalla Delegazione Negoziale Palestinese, guidata da Abed Rabbo, in risposta ai Parametri di Clinton. Vi si legge: “E’ importante ricordare che la risoluzione 194, da tempo considerata la base per una giusta soluzione al problema dei profughi, richiede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, dovunque collocate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: i palestiensi devono avere la possibilità di scegliere dove vogliono insediarsi, ivi compreso il ritorno nelle case da cui furono cacciati”. Questa l’interpretazione ufficiale palestinese.
L’iniziativa araba, oltre al riferimento alla risoluzione 194, chiede anche di “respingere tutte le forme di rimpatrio [in arabo tawtin, parola variamente tradotta con naturalizzazione o reinsediamento] che confligga con le particolari circostanze dei paesi arabi ospiti”. Questa clausola viene interpretata a Gerusalemme come un generale rifiuto arabo di assorbire i profughi all’interno dei loro paesi.
Sia il primo ministro israeliano Ehud Olmert che il ministro degli esteri Tzipi Livni hanno chiarito che la risoluzione 194 (nell’interpretazione araba) e la calusola che respinge il reinsediamento (nei paesi arabi) non possono costituire una base per il negoziato con Israele.
E dunque, quale testo sulla questione dei profughi sarebbe invece accettabile? Per scoprirlo, la Lega Araba non dovrebbe fare altro che rileggere i Parametri di Clinton, che si occupavano diffusamente della cosa. In quel documento (che Israele accettò a condizione che anche i palestinesi lo accettassero senza modifiche, cosa che essi non fecero), Clinton affermava: “Sta per essere creato un nuovo stato di Palestina come patria del popolo palesinese, così come Israele venne creato come patria del popolo ebraico. In base a questa soluzione basata sul concetto due-stati, il nostro principio guida deve essere che lo stato palestinese sarà il punto focale per i palestinesi che scelgono di tornare nella zona, senza escludere la possibilità che Israele accetti di accogliere alcuni profughi”. Clinton continuava dicendo che bisogna adottare una formula “sul diritto al ritorno che metta in chiaro che non esiste nessuno specifico diritto al ritorno in Israele, ma che non neghi l’aspirazione dei palestinesi a fare ritorno nella zona. Propongo – diceva – due alternative. O entrambe le parti riconoscono il diritto dei profughi palestinesi a tornare nella ‘Palestina storica. Oppure entrambe le parti riconoscono il diritto dei profughi palestinesi a tornare nella loro patria”. Secondo Clinton, “l’accordo dovrebbe poi definire l’attuazione di questo diritto generale in modo che sia coerente con la soluzione due-stati. Esso elencherebbe cinque possibili destinazioni per i profughi: 1) lo Stato di Palestina; 2) aree attualmente israeliane che con l’accordo verrebbero trasferite allo stato palestinese nell’ambito dello scambio territoriale; 3) riabilitazione nei paesi che oggi li ospitano; 4) reinsediamento in paesi terzi; 5) ammissione in Israele. Nell’elencare queste cinque opzioni verrà messo in chiaro che il ritorno in Cisgiordania, striscia di Gaza o nelle aree acquisite dallo stato palestinese grazie allo scambio territoriale con Israele costituirebbe un diritto per tutti i profughi palestinesi, mentre la riabilitazione nei paesi ospiti, il reinsediamento in paesi terzi o l’ammissione in Israele dipenderebbe dalle decisioni politiche di quei rispettivi paesi. Israele potrebbe indicare nell’accordo che intende adottare una politica tale per cui alcuni profughi potrebbero essere assorbiti al suo interno compatibilmente con la sua sovrana volontà”.
Qui sta il pregio dei parametri di Clinton su questa materia, dice Gidi Grinstein, segretario e coordinatore della Delegazione Negoziale Israeliana sotto Ehud Barak dal 1999 al 2001. Essi riconoscevano “il diritto al ritorno” ridefinendolo in termini più generali (la “Palestina storica”, la “patria palestinese”) e vincolando alla volontà israeliana la parte che riguarderebbe il territorio israeliano. “Questa formula – spiega Grinstein – permetteva ai palestinesi di mostrare che il diritto al ritorno era stato riconosciuto, ma allo stesso tempo preservava la piena sovranità israeliana sulla questione per quello che riguardava l’ingresso nel suo territorio”.

(Da: Jerusalem Post, 27.03.07)

Nell’immagine in alto: Una rappresentazione delle rivendicazioni territoriali palestinesi (con la chiave-simbolo del “ritorno”): Israele non esiste.

Sul rifiuto dei Parametri di Clinton da parte di Yasser Arafat, si veda anche:
Rabin, dieci anni dopo

http://www.israele.net/sections.php?id_article=929&ion_cat=18

Ora in: M. Paganoni, “Ad rivum eundem: cronache da Israele”, Proedi, Milano

http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7

Si veda inoltre: