Evasioni unilaterali dalla realtà

Un’epidemia di clamorosi abbagli collettivi sembra aver colpito l’America Latina.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3007Un’epidemia di clamorosi abbagli collettivi sembra aver colpito l’America Latina. Lo scorso 1 dicembre, con uno dei suoi ultimi atti da presidente del Brasile prima del termine del mandato alla fine dell’anno, Luiz Inacio Lula da Silva ha pensato bene di riconoscere la “Palestina” come uno stato sovrano, includendo verosimilmente anche Gerusalemme est e la striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas. In una lettera al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Lula de Silva ha scritto: “Considerando la richiesta avanzata da Sua Eccellenza giusta e coerente con i principi patrocinati dal Brasile circa la questione palestinese, per mezzo di questa lettera il Brasile riconosce uno stato palestinese sui confini del 1967”. L’Argentina ha seguito l’esempio del Brasile, quando domenica 5 la presidente Cristina Fernandez de Kirchner con una telefonata ad Abu Mazen ha confermato che anche il suo paese accoglieva la richiesta e riconosceva una Palestina indipendente “nei confini del 1967”. Stando a quanto riportato, la Kirchner aggiungeva che il riconoscimento non era “solo un gesto politico, bensì una posizione morale”. Lunedì 6 era la volta dell’Uruguay che – dichiarava il vice ministro degli esteri Roberto Conde – nel 2011 “seguirà sicuramente la stessa strada dell’Argentina”. “Stiamo lavorando – aggiungeva Conde – per l’apertura di una nostra rappresentanza diplomatica in Palestina, molto probabilmente a Ramallah”.
Questo genere di “riconoscimenti” non sono una novità. Il Brasile è stato in realtà l’ultimo del gruppo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) a fare tale mossa. Esiste una “dichiarazione di indipendenza” palestinese del 1988 che ha finora ottenuto il riconoscimento di più di cento paesi del mondo, molti dei quali mantengono ambasciate e uffici di rappresentanza nel territorio dell’Autorità Palestinese (nata nel 1994 grazie a un accordo con Israele), benché l’Onu stessa abbia evitato di elevare lo status di “osservatore” originariamente riconosciuto nel 1975 alla delegazione Olp presso le Nazioni Unite.
Gli esperti hanno sempre messo in dubbio la legalità di questo riconoscimento internazionale dal momento che ai palestinesi mancano perlomeno alcuni dei criteri di base necessari, secondo il diritto internazionale, per la creazione di uno stato indipendente e sovrano, a cominciare da un territorio definito e da un governo effettivo. Hamas controlla la striscia di Gaza, che è parte integrante di qualsiasi futura nazione palestinese e dove vivono un milione e mezzo di palestinesi. Di conseguenza non c’è una Autorità Palestinese unita che possa pretendere di costituire un valido governo indipendente, capace di governare sull’intera popolazione palestinese. Per quanto riguarda poi una Cisgiordania senza striscia di Gaza, i suoi confini non sono mai stati definiti – infatti non sono mai esistiti dei “confini del 1967”, checché possano credere i leader latinoamericani, ma solo delle “linee di armistizio del 1949” – e lo status di Gerusalemme est e dei blocchi di insediamenti (al di là delle ex linee armistiziali) non è mai stato risolto stabilito. Non basta. Il diritto dei palestinesi alla Cisgiordania, ad esempio per come è indicato dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, è subordinato al raggiungimento di un accordo negoziato con Israele.
Rincorrendo il riconoscimento internazionale – una linea che diversi capi palestinesi minacciano si perseguire sempre più intensamente, ora che gli Stati Uniti hanno preso atto dell’impossibilità di ottenere da Israele un prolungamento della moratoria delle costruzioni ebraiche in Cisgiordania alle condizioni imposte dai palestinesi, e un irrealistico risultato-lampo dei colloqui in soli tre mesi – l’Autorità Palestinese mostra di trascurare con disprezzo questi e altri criteri internazionalmente riconosciuti per la creazione di uno stato.
Acconsentendo a questa pretesa dell’Autorità Palestinese, coloro che prematuramente riconoscono la “Palestina” incoraggiano la dirigenza palestinese a continuare a sottrarsi agli sforzi sostanziali che sarebbero invece necessari per risolvere i nodi cruciali del contenzioso con Israele. Così facendo, essi in realtà non fanno che allontanare il giorno in cui potrà essere costituita, sul terreno e non nel mondo degli scambi di lettere diplomatiche, un’autentica Palestina in pace e in accordo con Israele, dopo aver fatto lo sforzo di arrivare a dei compromessi rispetto alle rivendicazioni massimaliste e intransigenti dell’attuale dirigenza palestinese. In effetti, meramente riconoscendo uno stato palestinese in questa fase, Brasile, Argentina e Uruguay non fanno che minare proprio quel processo di pace che dicono di voler promuovere far avanzare: la promozione di un pace fra israeliani e palestinesi attraverso negoziati diretti.
Questo infatti è sempre stato uno dei punti centrali di tutte le risoluzioni e iniziative di pace dell’Onu sin dal 1967. È il concetto che fece da fondamento alla Dichiarazione di Principi per un Autogoverno Provvisorio del 1993, meglio nota come Accordi di Oslo, della Road Map per il Medio Oriente del 2002 e dei più recenti tentativi degli Stati Uniti di ridare impulso alle trattative.
Un paradigma perfettamente logico. Alle parti viene chiesto di adoperarsi per una soluzione a due stati. Non semplicemente alla creazione di due stati, ma di due stati che siano la soluzione, dunque due stati il cui conflitto sia terminato: non che venga meramente creata una Palestina indipendente, ma che venga creata una Palestina nel contesto di una definitiva pacificazione con Israele. I continui tentativi di Abu Mazen di ottenere il riconoscimento della Palestina senza passare attraverso un sostanziale processo di riconciliazione con Israele è un modo per sfuggire alla realtà. Significa ignorare la necessità che la società palestinese maturi un processo interno che porti a capire e accettare la legittimità di uno stato ebraico, entro confini sicuri, che viva a fianco di un pacifico stato palestinese.

(Da: Jerusalem Post, 8.12.10)

Nella foto in alto: il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen)

Si veda anche:

“Per una corretta lettura della risoluzione onu 242” in: “Ci è stato offerto il 100% del territorio, ma abbiamo rifiutato”

http://www.israele.net/articolo,2942.htm