Fattore tempo e intransigenza palestinese

In effetti, il ritorno immediato al negoziato sarebbe nell’interesse dei palestinesi (laici).

Di Doron S. Ben-Atar

image_3185Il movimento nazionale palestinese di matrice laica è ad un bivio. Dal 2000 in poi ha rifiutato non meno di tre proposte di compromesso territoriale, ritenendo che sarebbero seguite proposte migliori. I palestinesi sono convinti che il tempo lavori per loro; cioè che trend demografici, considerazioni strategiche in campo occidentale e il potere economico complessivo del mondo arabo finiranno per costringere Israele ad arrendersi alle loro richieste. Recenti sviluppi, tuttavia, hanno rivelato l’assurdità di questi presupposti.
I discorsi sul tasso di natalità arabo hanno alimentato il detto che Israele non può trattenere i territori rimanendo uno stato ebraico e democratico. A partire dagli anni ’70 ci è stato detto che entro il 2000 gli arabi avrebbero costituito la maggioranza della popolazione fra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano, poi entro il 2010 e così via. Queste previsioni si fondavano sul presupposto “orientalista” che gli arabi non avrebbero conosciuto le trasformazioni che hanno avuto luogo nelle altre società dove il tasso di natalità e le dimensioni della famiglia media sono calati in seguito a processi di modernizzazione e urbanizzazione. Recenti studi demografici rilevano un netto calo del tasso di natalità arabo, mentre quello fra gli ebrei è in aumento. Inoltre, il ritiro israeliano dalla striscia di Gaza (estate 2005) significa che se Israele dovesse stabilire la propria sovranità sull’intera Cisgiordania conferendo il diritto di voto a tutti i residenti, gli arabi costituirebbero solo il 30% della nuova formazione politica: non esattamente il la valanga demografica immaginata dai palestinesi e dai loro sostenitori.
I palestinesi sono convinti che la popolarità della loro causa nelle piazze arabe si tradurrà in sostegno internazionale e pressioni su Israele da parte delle nazioni che desiderano farsi amico il mondo arabo. E per un po’ ha funzionato. L’Unione Europea e l’amministrazione Obama hanno tentato di forzare la mano a Israele. Ma l’attuale governo israeliano, forte di un solido consenso nell’opinione pubblica interna, ha resistito con successo alle pressioni per concessioni unilaterali. Nel frattempo le sollevazioni popolari nei paesi arabi, inizialmente abbracciate dall’occidente, hanno gettato quei paesi nel caos. Oggi appare più chiaro che mai che Israele è l’unico alleato affidabile dell’occidente in quella regione. Una realtà di fatto che si è fatta strada anche nella mente del premier turco Recep Tayyip Erdogan, che ha sostituito le sue teatrali polemiche anti-israeliane con negoziati di basso profilo e gesti simbolici d’amicizia, come la recente visita in Israele di cadetti dell’esercito turco. L’intransigenza palestinese, non Israele, si è dimostrata un deficit strategico.
Infine, in palestinesi sono convinti che la coercizione economica finirà per mettere in ginocchio Israele. Dal boicottaggio decretato dalla Lega Araba nel 1945 su tutti “i prodotti e manufatti ebraici”, agli embarghi petroliferi degli anni ’70 fino al moderno movimento per boicottaggio-disinvestimento-sanzioni, i palestinesi e i loro alleati continuano a vedere Israele come uno stato “artificiale”, povero di risorse e vulnerabile che può essere intimidito al punto di fare concessioni suicide. Israele, nel frattempo, è prosperato e la sua economia si è dimostrata sorprendentemente dinamica, anche durante la crisi globale attuale. Non basta. La recente scoperta di vasti giacimenti di gas naturale al largo delle sue coste trasformerà fra breve Israele in un significativo esportatore di energia. Di certo gli europei preferiranno ricevere almeno parte del loro gas da un paese moderno e affidabile come Israele anziché mantenere la loro attuale dipendenza dalla Russia di Putin.
I palestinesi e i loro alleati si rifiutano di guardare in faccia queste realtà. Evitano il negoziato a vantaggio di gesti simbolici che contribuiscono ben poco ad avvicinarli all’autodeterminazione. Così, mentre continuano ad aggiungere “giornate della sconfitta” al loro calendario nazionalista e a celebrare un numero sempre più grande di inutili risoluzioni dell’Onu, i sionisti continuano a creare fatti concreti. Mi auguro che i palestinesi finiscano col rendersi conto della follia di questa loro strategia e tornino al tavolo del negoziato. Più tempo lasciano passare, meno otterranno.

(Da: Jerusalem Post, 11.7.11)

Nella foto in alto: il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen)

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