Febbre elettorale

Dovendo comunque votare nel 2013, ci sono buone ragioni per farlo subito anziché alla fine dell’anno.

Editoriale del Jerusalem Post

image_3562Se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non avesse anticipato le elezioni ai primi del 2013, in Israele si sarebbe votato verso la fine dello stesso anno. Presto o tardi, la competizione doveva comunque tenersi nel 2013. Ma la differenza, in termini politici, è enorme e si gioca essenzialmente tra ciò che conviene al paese e ciò che conviene a ciascun singolo partito. In questo caso Netanyahu ha indubbiamente optato per ciò che conviene al paese.
Tutti sappiamo che bisogna mettere insieme la legge di bilancio 2013 e poi sottoporla al voto della Knesset. Tutti sappiamo che ogni anno ciò comporta intense contrattazioni. Tutti dovremmo essere altrettanto consapevoli che il bilancio che attende d’essere approvato sarà probabilmente pieno di decreti che necessariamente aumenteranno gli oneri che già gravano sui comuni cittadini. E tutti dovremmo sapere che questo non è il prodotto di arbitraria perfidia: tutte le principali economie del mondo, senza eccezioni, si trovano in grossi guai e ciò non può non ricadere sulla nostra economia. Di qui la necessità, per il bene comune, di quello che dovrà essere un bilancio di austerità.
È opinione comune che sia più facile far passare un bilancio impopolare dopo aver ricevuto un mandato dall’elettorato che non cercare di farlo prima, quando si devono ancora affrontare le elezioni. Il buon senso politico sconsiglia a chiunque di andare al voto subito dopo aver inflitto una manovra di austerità, anche se questa è giustificata dalla realtà obiettiva. Di più. Quand’anche Netanyahu avesse altruisticamente accantonato tutte queste forzate considerazioni e avesse fatto una scelta politica semi-suicida (come certamente avrebbero preferito i suoi detrattori), non funzionerebbe comunque. E non funzionerebbe innanzitutto perché tutti gli attori sulla scena politica sanno che l’orologio non si ferma. Con le elezioni inevitabilmente all’orizzonte (per via della scadenza naturale della legislatura), nessuna forza politica considererebbe seriamente la legge di bilancio dal punto di vista di ciò che è meglio per l’economia. A rovinare tutto ci penserebbe l’incombente campagna elettorale, vale a dire la necessità di compiacere il proprio elettorato mettendo gli interessi settoriali al di sopra del bene generale più di quanto già non si tenda a fare normalmente. Così, sui mercanteggiamenti per una legge di bilancio particolarmente difficile si proietterebbe l’ombra della stagione elettorale. Nessun candidato alla Knesset può permettersi di ignorare il calendario politico.
Alla luce di questo, formulare un bilancio diventa una missione impossibile quando tutti i parlamentari sono focalizzati sull’imminente gara per contendersi i consensi elettorali. L’incentivo ad ingraziarsi gli elettori non farebbe che crescere, sicuramente a scapito delle politiche più giuste. Per dirla in una parola, si tratterebbe di populismo: demagogia pigliatutto che pretende di schierarsi dalla parte della “gente” contro le “élite”. Il populismo non favorisce una sana gestione economica, ma si presta facilmente ad essere utilizzato per fruttare capitale politico. I populisti di vari colori politici diranno alla gente che tagliare le spese e stringere la cinghia sono il risultato di spietata avidità ingiustificata. Recriminazioni di corto respiro sui prezzi più alti e sui diritti sociali più bassi alimentano il falò del populismo: permettono ai populisti di travisare la realtà economica per atteggiarsi a virtuosi difensori del cittadino comune. Se la febbre elettorale coincide con l’approvazione della legge di bilancio, i politici sono tentati dal populismo e a quel punto nessun bilancio ragionevole è più lontanamente raggiungibile.
Sullo sfondo incombono preoccupazioni esistenziali, certamente non scollegate dalle circostanze economiche. I pericoli di guerra non migliorano le nostre prospettive economiche. Ma quand’anche si prevenisse uno scontro diretto, incertezze geopolitiche estreme non aiutano a stabilizzare un’economia già messa a repentaglio dall’instabilità economica dell’estero. Non siamo un’isola. Quando prodotti di base costano di più all’estero, anche noi li paghiamo di più. Quando paesi verso cui esportiamo si trovano in serie ristrettezze economiche e comprano meno da noi, soffrono anche le nostre industrie, il nostro settore hig-tech ecc. E’ ineluttabile.
Al di là di tutto questo, si profila il quadro politico americano. Qualunque sia l’esito delle elezioni negli Stati Uniti, dal punto di vista degli interessi di Israele è meglio affrontare il vincitore con un governo israeliano che goda di un nuovo mandato potenzialmente per quattro anni, anziché con un governo alla fine della sua strada e suscettibile di interferenze straniere (non senza precedenti) nel nostro processo decisionale democratico. Alla luce delle sfide del 2013, è meglio per Israele votare all’inizio dell’anno anziché farlo verso la fine con una cattiva legge di bilancio e una maggiore vulnerabilità rispetto alle tormentose pressioni politiche dall’estero.

(Da: Jerusalem Post, 10.1012)

Nella foto in alto: schede elettorali israeliane

Si veda:

Quel che conta è l’elettorato israeliano. Israele manda in scena lo spettacolo della democrazia

http://www.israele.net/articolo,3561.htm