Gli attivisti BDS odiano Israele molto più di quanto non amino i diritti umani

Un’ipocrisia morale così spudorata che dovrebbe suscitare inquietudine in qualunque osservatore onesto e imparziale

Di Emmanuel Navon

Emmanuel Navon, autore di questo articolo

Emmanuel Navon, autore di questo articolo

Un breve video recentemente caricato su YouTube dal cine-produttore americano Ami Horowitz dice tutto sul movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) contro Israele. Con una telecamera nascosta e presentandosi come un rappresentante di commercio, Horowitz ha incontrato tre negozianti irlandesi che dichiarano apertamente di boicottare i prodotti israeliani. Al primo negoziante, Horowitz ha detto che rappresentava un’azienda sudanese; al secondo, che lavorava per una azienda iraniana; al terzo, che vendeva i prodotti di un’azienda nordcoreana. Tutti e tre i negozianti hanno risposto negativamente quando Horowitz ha chiesto loro se avevano qualche problema politico a vendere prodotti di questi paesi (al primo negoziante Horowitz ha sottolineato che la sua azienda era “priva di erbicidi, priva di pesticidi, priva di ebrei”). Horowitz ha poi spiegato ai negozianti che la sua azienda preferisce non fare affari con negozi che vendono prodotti israeliani. “Oh, non lo facciamo, abbiamo una politica molto filo-palestinese”, ha risposto il primo. Il secondo ha mostrato con orgoglio sulla porta d’ingresso il cartello “Boicotta Israele-Apartheid”. Il terzo ha spiegato: “Abbiamo un embargo, non facciamo affari con Israele”. Con tutta evidenza quei negozianti non si preoccupano minimamente dei diritti umani e del diritto internazionale. Esattamente come gli attivisti della campagna BDS.

Uno dei motori della campagna BDS è Omar Barghouti, co-fondatore del movimento nel 2005. Nato in Qatar e cresciuto in Egitto, Barghouti si è successivamente trasferito nell’Autorità Palestinese e si è iscritto all’Università di Tel-Aviv dove ha conseguito un master in filosofia e dove attualmente sta perseguendo un dottorato di ricerca. Barghouti diffama e boicotta attivamente sia il paese che l’università dove sta ottenendo il dottorato grazie alla libertà accademica che vi è garantita.

Lo scopo del boicottaggio che Barghouti predica nei suoi viaggi in giro per il mondo non è quello di arrivare alla soluzione a due stati. Come Barghouti ha ribadito anche questa settimana in un’intervista a +972 Magazine, il suo scopo è realizzare il cosiddetto “diritto al ritorno” che garantirebbe la cittadinanza israeliana ai discendenti, veri e presunti, dei profughi arabi della guerra del 1948 (cinque milioni di persone, stando ai dati dell’UNRWA). Dunque il “diritto al ritorno” trasformerebbe l’Israele pre-‘67 in uno stato a maggioranza araba (mentre la Cisgiordania, al contrario, diventerebbe judenrein, priva di ebrei). Ciò che Barghouti spaccia come “un dovere morale” è, di fatto, la fine di Israele.

Ha scritto la scorsa settimana Mudar Zahran, un attivista politico giordano-palestinese, sul quotidiano Israel HaYom: “Ho personalmente contattato diversi noti gruppi BDS chiedendo loro di boicottare tanti paesi arabi per come trattano il mio popolo, e non c’è stata una sola volta che abbia riscontrato un briciolo di interesse”. Zahran sottolinea che in Libano i palestinesi sono banditi da 72 professioni, in Siria vengono letteralmente ammazzati per fame sia dal regime di Assad che dai ribelli islamisti, in Giordania sono banditi dalla maggior parte dei posti nel pubblico impiego. Milioni di palestinesi in Siria e Libano non hanno un solo rappresentante in parlamento. In Giordania i palestinesi costituiscono l’80% della popolazione, ma hanno solo il 10% dei parlamentari. “Ciò dimostra – conclude Zahran – che la mentalità BDS è imperniata su demonizzare Israele, e non sul prendersi cura dei palestinesi”.

Anche nella scelta delle immagini la pubblicistica del movimento BDS svela l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica

Barghouti dipinge Israele come un sadico e malvagio oppressore di vittime innocenti. Se fosse vero, non si potrebbe rimproverare a quei negozianti irlandesi d’essersi rifiutati di vendere i prodotti di un tale mostro. Ma nell’era di internet e dei voli low-cost queste persone non hanno scuse: possono controllare di persona. E se hanno veramente a cuore la difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, devono spiegare come mai non sono nemmeno sfiorati dall’idea di boicottare chi davvero fa scempio dei diritti umani. La lista purtroppo è lunga, ma almeno due paesi hanno fatto notizia di recente: il Sudan e Myanmar.

Questa settimana, il presidente sudanese Omar al-Bashir è scappato dal Sud Africa sfuggendo a un mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale che lo ha incriminato per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur. Eppure non c’è un movimento BDS contro al-Bashir o contro il Sudan.

L’altro esempio recente è il Myanmar, che pratica una delle forme peggiori al mondo di apartheid contro la minoranza Rohingya: un milione di musulmani cui viene negata la cittadinanza, il diritto di voto e l’accesso alle scuole pubbliche. Nel 2012 sono stati vittime di attacchi da pulizia etnica. Fuggendo segregazione, abusi e violenze, cercano di raggiungere le vicine Malesia e Indonesia, finendo spesso col morire in mare: senza campagne su internet, senza flottiglie di solidarietà, senza mobilitazioni internazionali ecc. L’Economist ha dedicato questa settimana uno speciale reportage ai Rohingya, nel quale si sostiene che l’imposizione di sanzioni economiche contro il Myanmar sarebbe “un’arma troppo spuntata”. Quindi, niente BDS anche lì. Per parafrasare Golda Meir, gli attivisti BDS odiano Israele molto più di quanto non amino i diritti umani.

(Da: i24news, 17.6.15)

Vedi anche: Video: “Chi vuole davvero la pace deve condannare il movimento BDS contro Israele”