Hamas e il piano saudita

Ha senso strappare a Hamas un'adesione, nel migliore dei casi ambigua, a un piano nato già vecchio?

M. Paganoni per Nes n. 5, anno 18 - maggio 2006

image_1204Il governo dell’Autorità Palestinese esiste grazie a un accordo firmato con Israele (1994). Quell’accordo venne firmato grazie al riconoscimento reciproco Israele-Olp (1993) basato sul ripudio della violenza e sulla spartizione della terra. Oggi il governo dell’Autorità Palestinese (controllato da Hamas) si rifiuta di riconoscere Israele, di ripudiare la violenza, di accettare gli accordi già firmati. Come dire: rifiuta le basi logiche, giuridiche e politiche della propria stessa esistenza. Un totale paradosso, un assurdo concettuale che sta mettendo a dura prova la diplomazia internazionale. Dove non manca, comunque – per dirla con un editoriale del Foglio (21.04.06) – chi è “sfrontatamente possibilista” sul dialogo con Hamas, senza andar tanto per il sottile sulla sua natura jihadista, fondamentalista e antisemita.
Da qui il problema: come indurre Israele a trattare con Hamas, che non lo riconosce neppure? E dunque, come strappare a Hamas uno straccio di riconoscimento di Israele?
Qualcuno ritiene d’aver trovato la quadratura del cerchio riesumando un documento relativamente datato: il cosiddetto “piano saudita” approvato al vertice della Lega Araba di Beirut il 27 marzo 2002. Se lo accettasse – si dice – Hamas riconoscerebbe “implicitamente” Israele.
Il “piano saudita” è un’ipotesi di soluzione del conflitto che in sostanza chiede a Israele tre cose.
1) Che si ritiri totalmente sulle linee pre-67. Non è previsto alcun aggiustamento, né in un senso né nell’altro, di un confine che resterebbe per sempre tracciato non da negoziati, ma dalla irrazionale linea di cessate-il-fuoco degli armistizi del 1949. Si desume che Gerusalemme tornerebbe ad essere una città divisa, come una sorta di Berlino mediorientale. A sottolineare la rigidità di questo punto, vengono esplicitamente citati il ritiro completo dalle alture del Golan (senza riferimenti a garanzie su sicurezza e fonti idriche), e persino il ritiro da “ciò che resta dei territori occupati nel Libano meridionale”, una circostanza sconfessata dallo stesso Consiglio di Sicurezza.
2) Che patteggi una “giusta soluzione del problema dei profughi palestinesi in conformità alla risoluzione 194 dell’Assemblea Generale dell’Onu”. Si tratta, nel lessico della diplomazia araba, del cosiddetto “diritto al ritorno” all’interno di Israele dei profughi e dei loro discendenti anche dopo la nascita di uno stato palestinese. In altri termini, il “diritto all’invasione” demografica di Israele o, se si preferisce, alla sua “palestinizzazione”: non più “due stati per due popoli”, bensì “due stati per un popolo solo, quello palestinese”. Il cosiddetto diritto al ritorno, nota Martin Sherman (Yet News, 9.03.06), comporterebbe il passaggio sotto giurisdizione israeliana di milioni di palestinesi che oggi vivono sotto governi arabi. Una rivendicazione che, oltre ad essere incompatibile con la soluzione “due popoli-due stati”, è in lampante contraddizione con l’asserito desiderio dei palestinesi di autogovernarsi, affrancati dal “dispotico dominio israeliano”. Pretesa sorprendente dunque, continua Sherman, a meno di ammettere che il vero obiettivo non sia tanto garantire ai palestinesi l’autogoverno, quanto negarlo agli ebrei.
3) Che accetti “uno stato palestinese sovrano e indipendente su tutti i territori occupati dal 4 giugno 1967 in Cisgiordania e striscia di Gaza, con Gerusalemme est come capitale”.
Dopodiché i paesi arabi si impegnerebbero: 1) “a considerare terminato il conflitto arabo-israeliano e ad aderire a un accordo di pace con Israele [presumibilmente ancora da negoziare], che offra sicurezza a tutti gli stati della regione”; 2) “a stabilire normali relazioni con Israele nel contesto di questa pace complessiva”.
Il piano saudita non parla di tempi e priorità, salvo lasciar intendere che solo dopo aver ottenuto tutto l’ottenibile da Israele gli arabi si impegnerebbero a riconoscerlo e ad avviare negoziati. Non prevede modifiche di confine, ma lo sgombero totale degli israeliani residenti nei territori, anche dai quartieri nord, sud ed est di Gerusalemme, e un massiccio spostamento di popolazione palestinese all’interno di Israele. Non menziona garanzie militari reciproche (zone smilitarizzate, forze cuscinetto). Non tocca temi come luoghi santi, risorse idriche, cooperazione economica, lotta al terrorismo. Non contempla alcun limite alla sovranità palestinese (nemmeno provvisorio, nemmeno in materia di armamenti e alleanze internazionali). E “dimentica” di citare le rivendicazioni israeliane su almeno una parte di Gerusalemme.
A ben vedere, il “piano saudita” non fa che riproporre l’interpretazione araba della risoluzione 242 (1967). Ma la 242 non stabilisce i confini di Israele: parla di ritiro, ma non dice su quali linee, né che debba avvenire prima dell’accordo di pace coi paesi confinanti. E non parla di “diritto al ritorno”. In pratica, il piano arabo del 2002 – varato nel pieno della più pesante offensiva terroristica mai subita da Israele, a pochi mesi dal rifiuto di Arafat a Camp David – cerca ancora una volta di vendere a caro prezzo a Israele l’ovvio diritto di esistere ed essere legalmente riconosciuto dai suoi vicini: e questo a 58 anni dalla sua nascita, a tredici anni dal riconoscimento reciproco Israele-Olp, a dodici dalla nascita dell’Autorità Palestinese.
Ecco perché Israele non ha mai ritenuto utile il “piano saudita”. E poi, ha chiarito il ministro degli esteri Tzipi Livni, Israele non è per nulla interessato a un riconoscimento “implicito”, con o senza piano saudita (Jerusalem Post, 25.04.06). Ora, ha senso strappare a Hamas un’adesione, nel migliore dei casi ambigua, a un piano nato già vecchio? Non sarebbe più efficace e lineare che i paesi arabi e islamici semplicemente riconoscessero Israele e avviassero trattative dirette sulle questioni bilaterali (come fecero Egitto e Giordania), col risultato di isolare il fronte del rifiuto e creare l’atmosfera più propizia per il negoziato di pace israelo-palestinese? Sempre ammesso che trattativa e soluzione di pace sia quello che tutti si desidera veramente.