“Hanno dato ascolto a capi impostori”

Nel 1949 palestinesi e inglesi sapevano bene chi incolpare per la sorte dei profughi.

Di Alexander Joffe e Asaf Romirowsky

image_3244Mentre prosegue alle Nazioni Unite la campagna palestinese per la dichiarazione d’indipendenza unilaterale (cioè, senza un accordo negoziato con Israele), vale la pena domandarsi ancora una volta di chi siano stati vittime, in origine, i palestinesi. Oggi naturalmente, fra i palestinesi, gli arabi e nel mondo musulmano la generale convinzione è che sia stato Israele, nel 1948, ad aggredire e cacciare la popolazione palestinese. Ma nel 1949, a chi attribuivano i palestinesi stessi la responsabilità per la propria sorte?
Le due più importanti comunità di arabi palestinesi negli Stati Uniti si trovano a Dearborn, nel Michigan, e a Jacksonville, in Florida. Il 15 dicembre 1949 il quotidiano arabo del Michigan, As Sabah, pubblicava un editoriale sulla questione dei profughi arabo-palestinesi: “Qual è il crimine di cui si sono macchiati i profughi agli occhi dei signori d’Arabia che se ne stanno a guardare la loro miseria e che succhiano il sangue dei poveri e dei bisognosi, senza vergogna davanti a Dio e al mondo? Sì, i poveri profughi hanno commesso il crimine di dare ascolto a quegli imbroglioni, hanno creduto ai bugiardi e si sono spinti fino all’estrema follia di abbandonare le proprie case contando sul fatto che quegli impostori dei loro capi li avrebbero riportati indietro! A causa di ciò che sta accadendo ai profughi di Palestina, l’opinione pubblica araba si sta a poco a poco spostando a favore degli ebrei in Israele, dove non un singolo arabo muore di fame o di freddo! E se ci sarà un’altra guerra, dovrà essere contro i capi arabi, i principi e i re che hanno provocato questa catastrofe alla povera gente di Palestina”.
L’analisi di quell’editoriale circa i cambiamenti dell’opinione pubblica araba a favore di Israele era a dir poco erronea. Ma circa l’affermazione che i palestinesi erano fuggiti dalle loro case in risposta ai capi arabi, che pure è stata contestata sin da quando si produssero quei fatti, evidentemente era così che la vedevano i palestinesi del Michigan nel 1949.
Nell’ottobre 1949, l’intellettuale palestinese Musa Alami scriveva: “Quello che più stava a cuore [agli stati arabi], e che ha guidato la loro politica, non era vincere la guerra e salvare la Palestina dal nemico, bensì ciò che sarebbe accaduto dopo i combattimenti: chi avrebbe predominato in Palestina o chi se la sarebbe annessa”.
Oltre all’usurpazione della causa palestinese che faceva arrabbiare gli editorialisti di As Sabah, v’era anche un altro aspetto. Gli ufficiali britannici, tutt’altro che filo-sionisti, operativi all’epoca sul campo erano più che convinti che i capi palestinesi stessero sistematicamente abbandonando la loro gente. Nel dicembre 1947 l’Alto Commissario, sir Alan Cunningham, riferiva che “il panico perdura nella classe media, e si registra un esodo costante di coloro che possono permettersi di abbandonare il paese”. Pochi mesi dopo, nell’aprile 1948, aggiungeva: “In tutte le parti del paese la classe degli effendi [notabili] sta sfollando in gran numero, su un considerevole arco di tempo e a ritmo crescente”. Nel giugno 1949 sir John Troutbeck, capo del Middle East Office britannico al Cairo, riferiva che i profughi “non esprimono rancore verso gli ebrei (né, se è per questo, verso gli americani o noi britannici), ma parlano con estrema amarezza degli egiziani e degli altri stati arabi. ‘Sappiamo chi sono i nostri nemici’, dicono, e si riferiscono ai loro fratelli arabi che, affermano, li hanno convinti ad abbandonare senza motivo le loro case … Ho persino sentito dire che molti profughi accoglierebbero volentieri gli israeliani, se dovessero arrivare e prendere il controllo della zona [dove ora si trovano i profughi]”.
Sin dall’inizio i rappresentanti israeliani hanno sempre sostenuto che la maggioranza dei palestinesi era stata incoraggiata a fuggire dai suoi stessi capi e da quegli stati arabi che poi abbandonarono i palestinesi nel mezzo della guerra da loro scatenata contro Israele: una versione che è sempre stata respinta dai palestinesi e dai loro sostenitori come pura propaganda sionista. Ma gli ufficiali britannici all’epoca sul campo contrari al sionismo e a Israele, e gli arabo-palestinesi in America non avrebbero mai ripetuto a pappagallo il giudizio dei loro nemici se non ne fossero stati convinti.
Ciò che implica quell’editoriale per tanto tempo dimenticato, e tutte le altre analoghe dichiarazioni, è che non si può attribuire a Israele la totale ed esclusiva responsabilità per la sorte dei profughi palestinesi: ne sono responsabili anche gli stati arabi e la classe dirigente palestinese.
Il che mette sotto una luce tutt’affatto diversa anche la loro campagna per la “Dichiarazione di indipendenza unilaterale”. In effetti, quello che i dirigenti palestinesi hanno chiesto alle Nazioni Unite è di poter riportare indietro ancora una volta l’orologio per avere un’altra possibilità di raggiungere la sovranità statale che avrebbero potuto ottenere nel 1948 o addirittura nel 1938 [spartizione proposta dalla Commissione Peel]. Nel frattempo alcuni esponenti palestinesi hanno iniziato a far balenare l’idea di tornare al piano di spartizione del 1947, lo stesso piano che in quel 1947 i loro predecessori rifiutarono senza mezzi termini. Ma quando scadono tutte queste occasioni rifiutate?
Intanto i palestinesi, come fecero i loro predecessori nel 1949, danno la colpa a tutti tranne che a se stessi per non aver conseguito finora i loro obiettivi. Una cultura politica senza alcun senso di responsabilità rispetto alle proprie scelte, che considera eternamente riciclabili le occasioni rifiutate e perdute, che incolpa gli altri per le proprie decisioni e le relative conseguenze e allo stesso tempo pretende in eterno che la responsabilità per il proprio sostentamento ricada su qualcun altro, è assai improbabile che possa dare vita ad uno stato-nazione stabile e funzionate. In queste condizioni, un nuovo stato palestinese sarebbe all’istante un bisognoso completamente dipendente dagli aiuti dei contribuenti americani e occidentali. Nessuna meraviglia, dunque, se perlomeno alcuni esponenti palestinesi cercano di smarcarsi rispetto alla Dichiarazione di indipendenza unilaterale. Gli “impostori” contro cui si scagliavano i palestinesi americani nel 1949 sono, in definitiva, i loro stessi dirigenti e quelli degli altri stati arabi. Finché non si troveranno nuovi leader per questi e quelli e non si insedierà una nuova cultura fondata sulla responsabilità e sulla fiducia in se stessi, sarà possibile fare ben pochi progressi.

(Da: YnetNews, 27.9.11)

Nelle foto, dall’alto: 1948 – bambina ebrea in fuga dal quartiere ebraico di Gerusalemme est appena caduto nelle mani della Legione Araba di Transgiordania; arabi palestinesi si apprestano ad abbandonare il loro villaggio durante la guerra del ’48; soldati britannici di guardia a un quartiere di Haifa abbandonato dagli abitanti ancor prima dell’inizio dei combattimenti.

Si veda anche:

L’eterna questione dei profughi

http://www.israele.net/articles.php?id=250