I paesi arabi di fronte alla scelta

Sta a loro decidere se vogliono davvero avviare un processo di pace

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_1654Domenica il primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si sono incontrati per il primo di una indefinita serie di incontri bisettimanali annunciati durante l’ultima visita del segretario di stato Usa Condoleezza Rice. Prima dell’incontro, Olmert ha reagito positivamente alle notizie secondo cui la Lega Araba starebbe creando un gruppo di lavoro composto dagli stati più “moderati” per rimpolpare l’iniziativa araba recentemente rilanciata. La domanda è: servono a qualcosa tutti questi movimenti diplomatici? E se non sono effettivi, si potrebbero rendere tali?
La parte chiaramente destina a restare per qualche tempo nel regno della finzione è il canale Olmert-Abu Mazen. Alcuni palestinesi sostengono che non può uscirne nulla di concreto perché il governo israeliano è troppo debole, ma c’è da chiedersi da che pulpito viene questa predica. Olmert non gode certo di grande popolarità, ma fino a prova contraria è il primo ministro d’Israele e il governo che guida è, almeno sulla carta, stabile. Abu Mazen, viceversa, si è dimostrato incapace di controllare Hamas anche prima che si tenessero le elezioni che hanno portato Hamas al governo. La sua posizione non è certo migliorata oggi, con il governo di “unità nazionale”, visto che la sua adesione è stata ben più un suo cedimento a Hamas che non il contrario. Abu Mazen o non può o non vuole fermare il terrorismo delle fazioni che fanno capo a Fatah, per non dire di quelle che fanno capo a Hamas, e non si è mai mosso per porre fine sul serio alle trasmissioni di feroce odio anti-israeliano sull’apparato di mass-media palestinesi sotto il suo controllo. In queste circostanze, gli incontri Olmert-Abu Mazen devono essere visti come una curiosità, dovuta a un momentaneo allineamento della costellazione diplomatica, di interesse evidentemente marginale per tutte le parti in causa. Non si tratta di incontri che, di per sé, possano produrre qualcosa di significativo.
Si può dunque capire se qualcuno liquida come altrettanto inconsistenti i potenziali incontri con Israele sotto gli auspici della Lega Araba. Ma è un errore, ed è un bene che Olmert abbia già espresso la disponibilità di Israele a parteciparvi senza condizioni.
Non c’è nulla di nuovo in una serie di incontri fra leader israeliani e palestinesi. Incontri e persino accordi fra queste due parti non hanno finora impedito guerra, terrorismo e spargimenti di sangue. Prima e durante quegli incontri, Egitto e Giordania hanno firmato accordi di pace con Israele, e altri stati arabi hanno partecipato con Israele alla conferenza di pace di Madrid del 1991. Ma nel complesso i paesi arabi si sono tenuti fuori, aspettando che i palestinesi guidassero un processo di riconciliazione con Israele a carattere regionale e permanente.
Per anni, sin dal trattato di pace con l’Egitto del 1979, gli stati arabi hanno detto a Israele che non vi sarà vera pace senza risolvere il problema palestinese. Se un tempo Israele non capiva questo concetto, quell’epoca è passata da un pezzo. Da decenni ormai Israele, insieme alla comunità internazionale, considera il conflitto come imperniato sulla questione palestinese, e si concentra su questo aspetto del problema.
Ma dovrebbe essere evidente che l’approccio palestino-centrico è arrivato al punto dei rendimenti decrescenti, e lo ha anche superato. Man mano che l’opinione pubblica israeliana aderiva sempre più alla necessità di un ritiro territoriale per creare uno stato palestinese, tanto più i palestinesi diventavano estremisti e violenti, fino al punto che oggi sono guidati da un gruppo terrorista apertamente votato alla distruzione di Israele.
In questo quadro, la strada per la pace non passa da Damasco e nemmeno, direttamente, per Ramallah. Passa per le altre capitali arabe, che sostengono di volere la pace e che hanno il potere, se vogliono, di creare un impulso positivo verso la pace in tutta la regione. Incontri ufficiali fra stati arabi e Israele, anche se all’inizio non al massimo livello, soprattutto se tenuti nelle capitali arabe o meglio ancora in Israele, costituirebbero un importante passo avanti.
In fin dei conti, gli stati arabi devono decidere quanto è importante per loro avviare un vero processo di pace. I palestinesi da soli non possono tirarsi fuori dalla loro spirale di estremismo e anarchia. Gli stati arabi, facendo passi significativi e visibili verso l’apertura di contatti con Israele, potrebbero fare molto di più per allontanare i palestinesi da guerra e terrorismo di quanto possano fare Israele e la comunità internazionale.

(Da: Jerusalem Post, 16.04.07)

Vedi anche:

Dopo Riad

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