I palestinesi si sono messi da soli nell’angolo

Svanita la speranza che Washington imponesse a Israele le loro posizioni

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2719Marwan Bishara, il maggiore analista politico della tv Al Jazeera, si duole perché il presidente Barack Obama sarebbe favorevole all’idea che i palestinesi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico. “Quel che è peggio – ha scritto alla fine della scorsa settimana – è che l’amministrazione Usa pare stia lentamente ma inesorabilmente adottando la posizione di Netanyahu sulla necessità che i palestinesi riconoscano Israele come stato ebraico, il che predeterminerebbe i negoziati sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi”. In effetti, abbandonare il cosiddetto “diritto al ritorno” eliminerebbe il rischio che gli arabi palestinesi possano soffocare demograficamente Israele invadendolo con milioni di profughi e loro discendenti. Ma davvero i soloni arabi pensano che Israele potrebbe firmare un accordo di pace che non garantisca la fine di tali pretese irredentiste?
Difficile dare torto all’analisi di Bishara, che giunge nel mezzo di un’ventata di attività diplomatiche. Oltre ad appoggiare Israele sul “diritto al ritorno”, il segretario di stato americano Hillary Clinton fa puntigliosamente riferimento alla formula “1967-plus”, cioè al concetto che i confini finali dovranno sì basarsi sulle linee del 1967, ma corrette da scambi di territori reciprocamente concordati. E spesso la Clinton lascia intendere che gli insediamenti siano un falso problema: “Risolvere la questione dei confini – ha dichiarato lo scorso fine settimana – risolve anche quella degli insediamenti, e risolvere la questione di Gerusalemme risolve anche quella degli insediamenti (in quell’area). Penso – ha continuato – che dobbiamo sollevare lo sguardo e guardare alla foresta anziché fissarci sui singoli alberi,”.
Vi sono anche segnali che indicano che l’inviato Usa George Mitchell sta perseguendo il tentativo di avviare negoziati a più livelli, contemplando anche una componente sulla sicurezza centrata su meccanismi atti a dare vita a uno stato palestinese smilitarizzato.
L’amministrazione Usa è fortemente impegnata per il rilancio dei negoziati. Israele è sulla stessa linea. Invece i palestinesi sembrano aver adottato l’approccio del mercanteggiamento siriano. Come Damasco afferma che non si siederà al tavolo delle trattative finché non avrà l’assicurazione – in anticipo – che verranno esaudite le sue richieste massime, allo stesso modo i palestinesi hanno elaborato una lista persino più lunga di precondizioni che bisognerebbe accogliere in anticipino perché si degnino di iniziare i colloqui. In base a quanto hanno specificato negli ultimi mesi diversi esponenti dell’Autorità Palestinese, queste precondizioni comprendono per lo meno: congelamento totale e permanente di tutte le attività edilizie al di là della Linea Verde (Gerusalemme compresa); i colloqui devono prendere le mosse a partire dall’ultima generosa offerta di compromesso offerta da Ehud Olmert (che era invece concepita come una proposta di accordo finale, che i palestinesi non hanno ritenuto degna nemmeno di una risposta); Israele deve impegnarsi in anticipo per un ritiro completo sulle linee armistiziali del 1949 (mai riconosciute dalle parti come frontiere definitive); deve essere riconosciuto il “diritto” al ritorno; Israele non verrà riconosciuto come il legittimo stato nazionale del popolo ebraico; infine, ogni ulteriore dettaglio dovrà essere concluso entro due anni.
Alla luce di tali condizioni, il Piano B di Mitchell sembra essere quello di condurre “colloqui di prossimità” (insomma, per interposta persona), facendo la spola fra Ramallah e Gerusalemme. Ma se anche per qualche miracolo Mahmoud Abbas (Abu Mazen) mandasse poi di nuovo i suoi negoziatori al tavolo delle trattative, resta il fatto che la lacerazione interna nella politica palestinese, vale a dire il controllo della striscia di Gaza da parte di Hamas, limita pesantemente le possibilità di progresso.
In queste circostanze sarebbe bello poter riferire che l’Egitto sta cercando di far ragionare i palestinesi. Purtroppo non è così. Il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit, che era a Washington lo scorso fine settimana, ha anzi ribadito che i palestinesi fanno bene a restare fermi sulla loro richiesta di “tutti” i territori “occupati” da Israele dal 1967.
E giusto per mettere un altro bastone fra le ruote, i paesi arabi “moderati” hanno riesumato l’iniziativa di pace “prendere o lasciare” di ispirazione saudita, ammonendo – per l’ennesima volta – che quell’offerta non resterà valida in eterno. I leader israeliani hanno ripetutamente spiegato che sono ben disposti a discutere quell’iniziativa che contiene alcuni elementi postivi inglobati tuttavia in una serie di clausole che nessun governo israeliano potrebbe mai accentare come tali. Una riprova che l’iniziativa, nei termini in cui è presentata, è assai pericolosa per Israele sta nel fatto che persino Hamas non l’ha ancora completamente rifiutata.
Nel frattempo entrano i siriani in scena per trarre fuori le castagne dal fuoco a Hamas. Dal punto di vista di Hamas le trattative su Gilad Schalit non stanno andando bene, i rapporti con l’Egitto sono al livello più basso, le condizioni per i traffici clandestini sotto il Corridoio Philadelphia si vanno deteriorando, gli abitanti di Gaza si stanno stancando perché la implacabile belligeranza di Hamas ha prodotto solo miseria su miseria. Si coinvolga Damasco per superare il divario fra Fatah e Hamas nel tentativo di creare un governo di unità nazionale palestinese e si può star certi che qualunque patto congegnato nella capitale siriana servirà gli interessi dell’Iran molto più che quelli della pace.
George Mitchell ha in programma di tornare in Medio Oriente entro la fine del mese. I palestinesi dicono sentirsi nell’angolo: la speranza che le loro posizioni venissero imposte a Israele dall’amministrazione Obama sembra svanita.
E cosa è bene che faccia Gerusalemme? Deve continuare a mostrare apprezzamento per gli sforzi di Washington, giacché una realistica soluzione a due stati che ponga veramente fine al conflitto coincide con l’interesse di Israele.

(Da: Jerusalem Post, 12.1.10)

Nella foto in alto: lo stato maggiore dell’Olp riunito lo scorso dicembre a Ramallah. Sullo sfondo (a destra), il consueto simbolo con la rappresentazione grafica dell’irredentismo palestinese: Israele è cancellato dalla carta geografica

Si veda anche:

Perché i palestinesi si oppongono al negoziato?

http://www.israele.net/sezione,,2695.htm