“I palestinesi stanno facendo un tragico errore”

Netanyahu: ''Sì a due stati, uno ebraico e uno palestinese. No a un altro mini-Iran votato a combatterci''.

image_3242Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiara di essere politicamente in grado di portare Israele alla pace, ma che i palestinesi stanno facendo ancora una volta un tragico errore rifiutandosi di sedere al tavolo negoziale.
Intervistato lunedì sera da Charlie Rose per la PBS, Netanyahu ha ribadito d’essere pronto a negoziare “dovunque e in qualunque momento, senza precondizioni: basta farlo. È così semplice – ha aggiunto – e loro la fanno invece così complicata. È come uno spot pubblicitario: just do it, fallo e basta. E io sono pronto a farlo e basta. Smettiamola di negoziare sul negoziare”.
Netanyahu conviene che il fallimento della soluzione “a due stati” non risponderebbe agli interessi di Israele. “Non voglio – afferma – che la popolazione palestinese venga incorporata in Israele né come cittadini né come sudditi, per cui devono poter vivere in un loro proprio stato. Voglio solo essere sicuro che quello stato non diventi un’altra striscia di Gaza, non diventi un altro mini-Iran votato alla distruzione del solo e unico stato ebraico”.
Nell’intervista, il primo ministro israeliano afferma di avere il sostegno della coalizione di governo e di essere politicamente in grado di arrivare alla pace. “Penso che i palestinesi stiano facendo di nuovo un tragico errore” aggiunge, scongiurando i palestinesi di “cogliere quest’opportunità e fare la pace, per l’amor del cielo”.
Netanyahu non intende scendere a compromessi sulla questione di Gerusalemme come città unita, ma questa – dice – non è una precondizione per il negoziato: è la sua posizione dentro il negoziato. “Anche farsi avanti dicendo: bene, offro questa o quella percentuale, questo o quel punto decimale di terra, sarebbe sciocco – spiega – E’ proprio per discutere di queste cose che esistono i negoziati. Ora, io non sento nulla di nulla da Mahmoud Abbas (Abu Mazen), non offre assolutamente nulla. Io ho detto alla mia base: come primo ministro d’Israele, chiedo due stati per due popoli: uno stato palestinese smilitarizzato che riconosca lo stato ebraico, con le necessarie misure di sicurezza. Non era facile per me dirlo, ma l’ho fatto. Il presidente Abu Mazen non si è ancora rivolto alla sua base per dire: bene, questo è esattamente ciò che deve succedere. Non riesce nemmeno a pronunciare le parole ‘stato ebraico’, mentre io parlo tranquillamente di stato palestinese. I palestinesi vogliono uno stato senza pace, noi vogliamo uno stato che sia il risultato della pace: a loro uno stato, a noi sicurezza e riconoscimento. Ma loro alle Nazioni Unite hanno detto: dateci uno stato non per finire il conflitto, ma per continuare il conflitto. Come è accaduto a Gaza”.
Netanyahu lamenta il fatto che, in tutto il tempo da quando è diventato primo ministro (marzo 2009), il presidente dell’Autorità Palestinese ha accettato di incontrarsi con lui solo per sei ore. “Abbiamo da risolvere un conflitto che dura da un secolo e sei ore è tutto il tempo che mi concedi?”.
Netanyahu conferma che respinge un ritorno tout-court alle linee del 1967 e aggiunge d’avere su questo il sostegno del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Sulle sue relazioni in generale con Obama, dice: “Possono esserci differenze su questo o quello, ma ad essere onesti penso che siamo molti vicini sulle cose principali”. Netanyahu dice d’aver apprezzato il discorso del presidente americano alle Nazioni Unite, nel quale Obama “ha difeso il diritto di Israele di difendersi”, e aggiunge che la cooperazione sulla sicurezza fra Israele e Stati Uniti è “eccellente” e che Obama “ha giocato un ruolo positivo in questa partnership”. “Vi sono state delle differenze sulla definizione dei confini – dice – ma si tratta di cose che appianeremo nei negoziati, e su questo siamo concordi”.
Meno ottimista il primo ministro israeliano è apparso sui rapporti fra Israele ed Europa, sui quali ha ironizzato dicendo che è più difficile per l’Unione Europea esprimere una posizione consensuale che per lui arrivare a un accordo con Abu Mazen.
Nell’intervista, Netanyahu affronta inoltre la questione del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, un punto che di recente ha suscitato controversie anche all’interno del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu). Dice il primo ministro israeliano che, se i palestinesi si rifiutano di riconoscere Israele come stato ebraico, “avremo in Palestina lo stato palestinese etnicamente ripulito da ogni presenza ebraica, come hanno scandalosamente ribadito loro stessi pochi giorni fa, e Israele che ha già al proprio interno una maggioranza di ebrei e una minoranza di arabi palestinesi”. A quel punto, se Israele accettasse “l’invasione di milioni di palestinesi con il cosiddetto diritto al ritorno, finiremmo per avere due stati arabo-palestinesi: la Palestina e questo Israele palestinizzato”.
A proposito della minaccia nucleare iraniana, un tema su cui si è soffermato nel suo discorso all’Onu di venerdì scorso, Netanyahu dice: “Fermare Ahmadinejadm non deve essere una mia preoccupazione soltanto, e lo è: deve essere una preoccupazione dell’America e di ogni paese civile. Mi auguro che tutti capiscano che dobbiamo agire in tempo. L’obiettivo iraniano di dotarsi dell’arma nucleare si fa più vicino ogni giorno che passa”. E la prospettiva che ciò accada nel prossimo futuro, osserva Netanyahu, è più probabile di quanto non si pensi. “Gli iraniani – conclude – sono molto determinati. Una pace coi palestinesi non fermerà le centrifughe (per l’arricchimento dell’uranio) che sono all’opera in Iran. Ma se verranno fermate le centrifughe di Tehran, sarà assai più facile arrivare alla pace coi palestinesi. Metà della popolazione palestinese, che oggi è sotto il controllo di Hamas e dell’Iran, perderebbe immediatamente significato, perché senza l’Iran, senza l’inciviltà del regime iraniano, Hamas non va molto lontano”.

(Da: Ha’aretz, 27.9.11)

L’intervista originale (in inglese) è raggiungibile su:

http://www.charlierose.com

Si veda anche:

Linee del ’67: a un tiro di schioppo

http://www.israele.net/articolo,3239.htm