I veri ostacoli alla pace

Anti-israelismo compulsivo, predilezione per il terrorismo, M.O. in preda a fanatismo e guerre tribali.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

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AMICI DEI PALESTINESI? NO: NEMICI DI ISRAELE
Scrive Meir Javedanfar, su Times of Israel: «In un articolo pubblicato su Al Monitor il 26 novembre scorso, l’ex portavoce dei negoziatori nucleari iraniani Seyed Hossein Mousavian espone una serie di ragioni per cui, a suo parere, Iran e Hamas sono usciti vincitori dal recente conflitto con Israele su Gaza. Particolarmente interessante è il motivo per cui Mousavian ritiene che l’Iran debba andare fiero del proprio ruolo a fianco dei palestinesi. “Quando si tratta di incursioni israeliane – scrive – i capi arabi offrono solo retorica, senza agire concretamente. Anche Ali Larijani (presidente del parlamento iraniano) ha espresso il disappunto dell’Iran per l’attitudine dei paesi arabi ad aiutare i palestinesi soltanto a parole: i palestinesi non hanno bisogno di convegni e bei discorsi, i paesi arabi dovrebbero mandare aiuti militari”. Mousavian considera una vittoria dell’Iran il fatto che, nel recente conflitto a Gaza, a differenza della “vuota retorica araba”, Tehran ha agito concretamente mandando armi a Hamas e Jihad Islamica, perché “si preoccupa della difesa del popolo palestinese”. Sorge dunque la domanda: come mai l’Iran (e come lui la quasi totalità dei tanti sedicenti amici dei palestinesi un po’ in tutto il mondo) non ha detto una sola parola sui sanguinosi attacchi dell’aviazione del suo alleato Bashar Al Assad contro i campi palestinesi in Siria? I palestinesi che vivono a Yarmuk non sono come quelli che vivono a Gaza? Gli attacchi del regime siriano contro i campi palestinesi sono stati definiti un crimine di guerra dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Come mai il governo iraniano non manda armi ai palestinesi in Siria affinché possano difendersi dagli attacchi delle forze di Assad? Come mai non dice una parola contro gli aggressori? O forse i palestinesi sono “vittime” solo quando compatirli e armarli serve per dare addosso a Israele?»
(Da: Times of Israel, 17.12.12)

DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE – PER TUTTI
Scrive Amos Gilboa su Ma’ariv, a proposito del rifiuto dell’Autorità Palestinese di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico: «Qui non si tratta di una questione formale, bensì di una questione di sostanza che riguarda l’esistenza stessa dello stato d’Israele. Vi è un’enorme differenza tra i negoziati che vennero condotti con la Giordania e l’Egitto e i negoziati con i palestinesi. Con Giordania ed Egitto in quanto stati sovrani, da un certo momento in poi la questione è diventata meramente territoriale. Con i palestinesi il problema è il conflitto sullo stesso lembo di terra, sulla loro rivendicazione di insediare dentro Israele i profughi palestinesi (e i loro discendenti), sui manifesti programmatici di Fatah e Hamas che reclamano diritti di possesso sull’intero territorio dove sorge lo stato d’Israele ecc. Qui c’è in gioco una questione di fondo: i “palestinesi moderati” sono disposti a riconoscere il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione?». L’editoriale esorta il governo israeliano a mettere alla prova l’Autorità Palestinese e il suo presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) offrendo di riavviare da subito i negoziati dal punto in cui si interruppero i colloqui di Annapolis del 2007, ma «sulla base del principio due stati per due popoli: il popolo palestinese secondo il suo diritto all’autodeterminazione, e il popolo ebraico secondo il suo diritto all’autodeterminazione».
(Da: Ma’ariv, 17.12.12)

SE OTTO PALESTINESI SU DIECI PREFERISCONO L’“APPROCCIO” DI HAMAS
Scrive Elliott Abrams su Israel HaYom: «Per anni i palestinesi hanno scherzato dicendo che quelli che vivono in Cisgiordania sotto Fatah sono contrari a Fatah, mentre quelli che vivono a Gaza sotto Hamas sono contrari a Hamas. Insomma, a quanto pare la dimestichezza alimenta il dispregio, o per lo meno diminuisce i consensi. I più recenti sondaggi d’opinione sembrano confermarlo. Stando a quello condotto dall’Arab World Research and Development di Ramallah su un campione rappresentativo di palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza (dopo il recente conflitto fra Israele e Hamas e dopo il voto all’Assemblea Generale dell’Onu che eleva la rappresentanza palestinese al rango di “stato non membro”), il 42% degli intervistati in Cisgiordania dichiara di preferire l’”approccio” di Hamas rispetto a quello di Fatah, contro il 28% che preferisce l’approccio di Fatah. Ed è interessante notare che invece, a Gaza, sono di più (40%) quelli che preferiscono l’approccio di Fatah rispetto a quello di Hamas, che governa su di loro, mentre solo il 37% di loro preferisce Hamas. Idem per i singoli leader. Le preferenze per il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) risultano leggermente maggiori a Gaza che in Cisgiordania, mentre il “primo ministro” di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, è disapprovato dal 29% degli abitanti di Cisgiordania, ma dal 41% di quelli di Gaza. Anche la disapprovazione verso il capo di Hamas, Khaled Mashaal, risulta più alta a Gaza che in Cisgiordania. Come dire: il capo del vicino è sempre migliore di quello che mi ritrovo in casa. Purtroppo, però, quell’“approccio” di Hamas che complessivamente piace alla grande maggioranza dei palestinesi consiste nella guerra e nel terrorismo in quanto contrapposti ai negoziati di pace. Stando al sondaggio, ben l’88% di tutti gli intervistati ritiene che il recente scontro a Gaza abbia dimostrato che “la lotta armata è il mezzo migliore per perseguire l’indipendenza palestinese” (quando, naturalmente, è vero esattamente il contrario). Non sorprende, alla luce di questo dato, che il sostegno a “un immediato ritorno ai negoziati diretti con Israele” sia significativamente calato. Nel frattempo è calato anche il sostegno al primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad. Spiegare tutte queste cifre non è sempre facile, tanto più che alcune appaiono contraddittorie. Ma il dato che più colpisce è che la grande maggioranza dei palestinesi sostiene la “lotta armata” di Hamas, cioè il terrorismo. Hamas – questa l’unica buona notizia – non ha conquistato i cuori e le menti di tutti gli abitanti della striscia di Gaza. La notizia pessima, però, è che, a quanto pare, è riuscita a convincere più di otto palestinesi su dieci che la via da seguire è quella della “lotta armata”».
(Da: Israel HaYom, 18.12.12)

QUEL CONFLITTO TANTO CARO ALL’OCCIDENTE
Scrive Guy Bechor su YnetNews: «Per più di settant’anni il conflitto arabo-israeliano (o arabo-ebraico) è stato visto come il punto focale della crisi del Medio Oriente tanto che la locuzione “processo di pace” viene usato solo in riferimento a Israele. Governi e stati occidentali hanno investito un sacco di energie in questo conflitto nell’ingenua convinzione che, quando fosse terminato e fosse nato uno stato palestinese, una calma cosmica sarebbe calata sull’intera regione. Erano in molti a credere in questo assunto che poneva Israele al centro di tutto. Gli ideologi pan-arabisti sostenevano che questo fosse “il problema” del mondo arabo, e gli studiosi occidentali spiegavano come mai risolvere questo conflitto fosse così decisivo. Innumerevoli autori hanno costruito intere carriere sul conflitto arabo-israeliano, sono state fondate una quantità di organizzazioni, ed enormi somme di denaro sono passate di mano in mano: il tutto nella convinzione che risolvere il conflitto avrebbe dato impulso all’intera regione. Ora finalmente, alle Nazioni Unite, è stato istituito uno stato palestinese (almeno sulla carta). Ma, ahimè, nulla sembra essere cambiato nel turbolento Medio Oriente, e il modo in cui regimi e mass-media arabi hanno reagito al successo dei palestinesi all’Onu ne è testimonianza. La Siria è dilaniata da una terribile guerra civile con un bilancio di vittime che sta rapidamente avvicinandosi a 50.000. La guerra etnica ha già ripreso piede nel nord del Libano, mentre gli sciiti di Hezbollah sono in allerta per timore delle mosse dei sunniti. L’Egitto è sull’orlo della guerra civile. La Tunisia, la prima speranza della “primavera araba”, è diventata un paese islamista che sta sprofondando in una voragine di oscurantismo e violenza. La Libia non è più un paese, ma una collezione di milizie e tribù in lotta fra loro. L’Iraq si sta disintegrando. I curdi di quattro diversi paesi si stanno organizzando. E la Turchia è sull’orlo di una possibile guerra con la Siria e l’Iran. Alt, un momento: ma lo stato palestinese non è stato riconosciuto dall’Onu? E dov’è allora tutta quella quiete che era stata promessa? Gli unici luoghi stabili in tutto il Medio Oriente sono Israele e l’Autorità Palestinese, nonostante le loro tensioni. L’operazione “Colonna di nube difensiva” si è rivelata un episodio temporaneo nel quadro del tentativo di Israele di stabilizzare il suo confine meridionale. Non era necessariamente correlato con il complessivo collasso della regione. Dunque, perché così tanti paesi hanno votato a favore di uno stato palestinese di carta? Evidentemente per tornare indietro nel tempo ai bei giorni andati quando tutti si occupavano di Israele e mai dei loro veri problemi. Ma quei tempi se ne sono andati e non torneranno. Il Medio Oriente sta andando a pezzi, l’Europa è alle prese con l’islam, e prendersela ossessivamente con Israele non muterà questo stato di cose».
(Da: YnetNews, 8.12.12)

Si veda anche:

Il discorso che Abu Mazen NON ha fatto all’Onu

http://www.israele.net/sezione,,3606.htm