Il 9 di Av e il futuro del sionismo

Tutti gli ebrei devono poter rinnovare l'impegno di fedeltà verso uno stato d’Israele ebraico e democratico.

Da un editoriale del Jerusalem Post

image_2897I palestinesi che sposano un cittadino arabo israeliano allo scopo di ottenere la cittadinanza (e la residenza) israeliana dovranno prestare un giuramento di lealtà allo “stato ebraico e democratico”. Lo ha stabilito il governo domenica scorsa, emendando una decisione del maggio 2002 che di fatto inficiava il diritto alla “riunificazione familiare” dei palestinesi spostati a cittadini arabi israeliani. Le organizzazioni per i diritti umani criticano fortemente Israele per questo provvedimento, che invece costituisce un tentativo di impedire – come accadeva – a palestinesi potenzialmente ostili allo stato d’Israele di acquisire cittadinanza e residenza attraverso il matrimonio, e di preservare al contempo i principi sanciti nella Legge Fondamentale israeliana su Libertà e Dignità Umana.
Ma la decisione del governo solleva anche una questione più sostanziale in merito alla pertinenza di uno stato “ebraico e democratico” nel XXI secolo.
In linea di principio, non c’è necessariamente un conflitto intrinseco fra i due valori, “ebraico” e “democratico”. La bandiera d’Israele, l’inno, le feste nazionali del paese, i suoi eroi e la sua religione prevalente riflettono la cultura ebraica della maggioranza della popolazione senza violare in alcun modo i diritti umani della popolazione non-ebraica d’Israele. Anche la Legge del Ritorno, che attribuisce automaticamente la cittadinanza israeliana a qualunque ebreo venga a stabilirsi in Israele (mentre qualunque non ebreo può ottenere la cittadinanza secondo procedure del tutto simili a quelle in vigore in altri paesi) può essere giustificata alla luce di analoghe leggi “sul rimpatrio” adottate da paesi come Grecia, Germania, Finlandia, Irlanda, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Croazia e Armenia.
Tuttavia, questo delicato equilibrio fra il carattere “ebraico” e il carattere “democratico” dello stato di Israele è finito di recente sotto attacco da diverse parti politiche interne al popolo ebraico.
All’estrema sinistra i post-sionisti, ignorando o rifiutando come illegittima l’aspirazione del popolo ebraico all’autodeterminazione in un proprio stato con una cultura e un patrimonio comuni, condannano il carattere “ebraico” di Israele come un impedimento al suo essere democratico e liberale. Anche nelle sue forme più misurate, il cosiddetto post-sionismo invoca una “normalizzazione” dello stato di Israele che verrebbe spogliato di tutte le sue caratteristiche ebraiche e sioniste, magari cambiandone persino il nome. La Legge del Ritorno viene comunemente additata e censurata, da chi condivide questo punto di vista, come una legge anacronistica, se non addirittura razzista, sulla base dell’assunto che Israele non abbia più bisogno di fungere da “stato rifugio” rispetto alle minacce dell’antisemitismo.
All’estrema destra, intanto, il carattere democratico di Israele risulta sospetto e le libertà faticosamente ottenute e difese non vengono pienamente apprezzate. Effetti di questa china non democratica sono la recente decisione della Knesset di revocare alcune prerogative parlamentari alla deputata del partito Balad Haneen Zuabi come sanzione per la sua provocatoria adesione alla flottiglia turca pro-Hamas, e la dichiarazione del ministro dell’istruzione Gidon Sa’ar secondo cui bisognerebbe penalizzare i docenti universitari che sostengono il boicottaggio anti-Israele.
Non basta. Un’ulteriore minaccia all’equazione “ebraico e democratico” proviene dal campo ebraico ultra-ortodosso che nelle ultime settimane, insieme al partito Israel Beiteinu, ha tentato di far passare una legge sulle conversioni che mira a ridefinire la dimensione “ebraica” di Israele in un modo decisamente ristretto e limitante. In passato, la risposta alla domanda “chi è ebreo?” era stata lasciata volutamente ampia e inclusiva nello sforzo di abbracciare il più alto numero possibile di appartenenti al popolo ebraico. Ora invece il disegno di legge di Israel Beiteinu propone di conferire la “responsabilità sulle conversioni” al capo-rabbinato controllato dagli ultra-ortodossi. Se questa legge dovesse passare, cosa che sembra sempre meno probabile, essa alienerebbe gli ebrei “reform”, “conservative”, “reconstructionist” e non affiliati, che troverebbero molto difficile, se non impossibile, identificarsi con una “ebraicità” definita in conformità ai criteri della sola ortodossia.
Il giorno 9 del mese di Av (Tisha Be’av), mentre tutto il popolo ebraico ricorda il terribile prezzo pagato (la distruzione del Tempio, la perdita della sovranità nazionale e la dispersione forzata) a causa delle lotte e delle disgregazioni interne, i leader di Israele dovrebbero cercare le modalità per includere, non per escludere gli altri ebrei.
Il sionismo, più di ogni altro movimento ebraico della storia moderna, ha saputo aggregare diverse correnti e diversi convincimenti ebraici, dai laici liberali ai pietisti ultra-ortodossi, dai socialisti ai coloni del nazionalismo religioso. Il futuro successo del sionismo dipende dalla sua capacità di mantenere preservare sia un’identità ebraica ampia e inclusiva, sia una sana democrazia. La grande maggioranza degli ebrei deve poter rinnovare serenamente il proprio impegno di fedeltà verso uno stato d’Israele ebraico e democratico.

(Da: Jerusalem Post, 20.7.10)

Si veda anche:

Uno Stato, una legge, una forza dell’ordine

http://www.israele.net/sezione,,2348.htm