Il circo umanitario

Probabilmente Turchia, Libano e Iran avrebbero più bisogno di Gaza di flottiglie umanitarie.

Di Ben-Dror Yemini

image_2893Al momento in cui scriviamo pare che sempre nuove flottiglie “umanitarie” siano in rotta dal Libano, dall’Iran, dalla Libia e da paesi occidentali verso la striscia di Gaza. Eppure, a quanto pare, le tribolazioni dei turchi, degli iraniani e dei palestinesi in Libano sono di gran lunga peggiori. Vediamo i fatti.
La Turchia era il paese più importante nella flottiglia diretta a Gaza alla fine dello scorso maggio. Dalla Turchia era salpata la nave Mavi Marmara con a bordo membri dell’IHH, un’organizzazione affiliata alla jihad globale. Anche il Libano è sembrato poi intenzionato a mandare una nave e persino l’Iran, questo bastione della giustizia umanitaria, si è unito alla comitiva. Dunque vale la pena dare un’occhiata a cosa accade in questi misericordiosi paesi che fanno mostra di tanto apprezzabile generosità nell’inviare aiuti umanitari a una popolazione “oppressa”.
La mortalità infantile è uno dei più importanti indicatori per valutare una situazione umanitaria. Stando ai dati, la Turchia è messa peggio della striscia di Gaza. Se la mortalità infantile a Gaza è del 17,1 per mille, in Turchia è del 24,84 per mille. La striscia di Gaza è in una situazione molto migliore anche rispetto alla media globale, che è di 44 bambini deceduti nel primo anno di vita su mille nati vivi. Ed è anche meglio messa rispetto alla maggior parte dei paesi arabi, a diversi stati sudamericani e certamente rispetto all’Africa.
Un altro importane indicatore è l’aspettativa di vita. E qui, il dato della Turchia è di 72,23 anni, mentre nella striscia di Gaza è 73,68 anni: assai più alta della media globale che è di 66,12. Per un confronto, l’aspettativa di vita nello Yemen è di 63,36 anni, è di 52,52 anni nel Sudan e di 50 anni in Somalia: tutti paesi che invocano maggiore attenzione internazionale o almeno una nave di aiuti umanitari. Che non arriva.
Circa la crescita della popolazione, la striscia di Gaza si posiziona sesta con un tasso di crescita del 3,29 per cento all’anno: che di per sé non è un indicatore di qualità della vita; ma un alto tasso di crescita collegato ad un’elevata aspettativa di vita e a una bassa mortalità infantile una cosa di sicuro la dimostra: che non c’è fame, che non c’è crisi umanitaria e che ci sono mille e uno racconti delle mille e una organizzazioni umanitarie. Anche in base ad altri indicatori, come l’uso di personal computer e il numero di accessi a internet, la situazione nella striscia di Gaza risulta molto migliore di quella di gran parte del resto del mondo.
Per completare il quadro si può ricordare che un paio di anni fa un politico britannico sostenne che l’aspettativa di vita nel distretto di Glasgow Est è assai più bassa che nella striscia di Gaza. L’affermazione suscitò un pandemonio. L’emittente britannica Channel 4 decise di condurre uno scrupoloso controllo e pubblicò il suo “verdetto”: in effetti l’aspettativa di vita a Glasgow è davvero inferiore a quella della striscia di Gaza.
Dunque appare un tantino strano che gli aiuti umanitari giungano da gente la cui situazione è parecchio peggiore degli aiutati. Probabilmente c’è davvero bisogno di altre navi, ma la loro rotta andrebbe invertita: è la Turchia che ha bisogno di aiuti, mentre la striscia di Gaza dovrebbe far parte della delegazione per portare aiuto ai poveri di Turchia.
Fra i beni messi sotto embargo da Israele vi sono i materiali da costruzione. L’esperienza ha infatti dimostrato che i materiali che arrivano nella striscia di Gaza non vengono usati dagli abitanti, bensì da Hamas e per scopi militari. In queste circostanze nessun paese sano di mente, e speriamo che Israele sia tale, garantirebbe a un’organizzazione nemica le forniture di materiali con cui costruire i bunker che gli verranno usati contro. Anche qui può essere utile rinfrescare un po’ la memoria. Vi sono centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nel vicino Libano. Vivono in campi profughi, sottoposti a una tale varietà di restrizioni che potrebbero riempire un intero capitolo della storia dell’apartheid arabo contro i palestinesi. Una delle restrizioni più severe è il divieto di costruire. Tale divieto viene fatto rispettare anche nel campo di Nahr al-Bared, quello che venne lungamente bombardato dall’esercito libanese nel 2007. Gli estesi danni causarono la fuga di 27.000 residenti del campo, sul totale di 30.000, i quali pagarono un pesante prezzo per il fatto che non più di 450 di loro erano affiliati al gruppo eversivo Fatah al-Islam. La battaglia contro l’estremismo islamista (di ispirazione qaedista), che aveva cercato di installarsi dentro il campo, venne usata a giustificazione delle vaste devastazioni inflitte. È interessante notare come in quell’estate il resto del mondo, lungi dal mobilitarsi e scandalizzarsi e condannare, abbia anzi incoraggiato il ricorso al pugno di ferro da parte delle autorità libanesi, laddove a Israele viene sempre chiesto di capitolare. Esistono già donazioni per la ricostruzione di Nahr al-Bared, e vi è anche l’accordo su singoli progetti per tale ricostruzione, ma il governo libanese fa un sacco di difficoltà.
Non dimentichiamoci, poi, dell’Iran. Secondo ogni possibile indicatore, la situazione nel paese dei mullah è ancora peggiore. La mortalità infantile, ad esempio, è del 34,66 per mille. L’aspettativa di vita è di 71,43 anni, meno che nella striscia di Gaza e in Turchia.
Con l’imposizione, nella striscia di Gaza controllata da Hamas, come in Iran, della Shari’a (legge islamica), e quando la lapidazione delle donne sarà diventata la norma, si può presumere che la situazione degli abitanti del posto si deteriorerà fino a livelli iraniani. In Iran c’è una donna di 43 anni, Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata a morte in un vergognoso processo per adulterio, che rischia di subire la lapidazione. Ma nel frattempo è senz’altro preferibile mandare aiuti dall’Iran a Gaza, sperando che l’Egitto li lasci passare per il Canale di Suez.
Dunque la maggior parte degli abitanti di questo pianeta sta peggio degli abitanti della striscia di Gaza. Gli aiuti americani alla striscia di Gaza pro capite sono 7,5 volte più grandi degli aiuti pro capite per Haiti. In base ad ogni possibile indicatore, economico o sanitario, i residenti della striscia di Gaza sono incomparabilmente meglio messi di quelli di Haiti. E stanno anche meglio, in base a qualunque indicatore, rispetto ai palestinesi che vivono nei campi profughi in Libano. Eppure non si vedono manifestazioni di solidarietà per le sofferenze in Libano, né flottiglie di aiuti in rotta verso quel paese.
La verità è che è grazie a Israele se i palestinesi della striscia di Gaza stanno meglio della maggior parte dei loro fratelli nei paesi vicini. A causa della “spietata” occupazione, l’aspettativa di vita nella striscia di Gaza è passata dai 48 anni del 1967 (quando cessò i controllo egiziano e subentrò quello israeliano) ai 66 anni del 1993 (anno dei primi accordi di Oslo fra Israele eOlp). E come si è visto, non ha mai cessato di crescere.
Ma per carità, non si turbino con questi dati di fatto gli “attivisti per i diritti umani” a bordo delle flottiglie umanitarie. Loro non organizzano flottiglie di aiuti per l’Iran, il Libano o la Turchia e certamente non ne mandano nel Darfur, in Sudan. La crisi umanitaria non è ciò che li interessa. Ciò che li interessa è l’ossessione anti-Israele. Il che non vuol dire che non si possa sottoporre loro dei fatti. Quello che loro vogliono è mettere in difficoltà Israele. Il punto è che i fatti basilari rischiano di mettere in difficoltà loro.
Tutto quanto fin qui detto non vuol negare che esistano reali sofferenze a Gaza. Vi sono certamente, anche se, in base ai dati oggettivi, Turchia Iran e Libano sono messi peggio.
Israele è interessato a migliorare la situazione a Gaza. Se si è sganciato, nel 2005, fu proprio perché gli abitanti di Gaza potessero sviluppare la loro vita in modo indipendente. Ma la presa del potere da parte di Hamas (nel giugno 2007) ha creato una situazione in cui, anziché crescita e produzione, l’unico sviluppo che si registra è sul fronte dei razzi Qassam. Il regime di sanzioni è stato imposto alla striscia di Gaza perché il regime di Hamas si rifiuta di riconoscere gli accordi precedentemente firmati fra israeliani e palestinesi, si rifiuta di riconoscere Israele e di impegnarsi sulla strada della pace e della riconciliazione. Il regime a Gaza ha invece optato per l’Iran e la jihad globale.
Eppure, nonostante questo, tutto potrebbe cambiare di un solo giorno: se solo Hamas decidesse di accettare le presupposti indicati dal Quartetto Usa, Ue, Russia e Onu. La chiave della soluzione è nelle loro mani.
(Da: Jerusalem Post, 11.7.10)

Nella foto in alto: Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

GIORNALISA EGIZIANO:” DOVREMMO PREGARE ALLAH DI SUBIRE LO STESSO ASSEDIO DI GAZA”

Ha scritto l’editorialista Muhammad Hamadi sul quotidiano egiziano Rooz Al-Yousuf il 29 giugno scorso: «Dopo che Hamas ha abbandonato la vera resistenza per darsi alla resistenza on-line e sui mass-media, uno dei tanti siti web di Hamas ha pubblicato un importante rapporto in cui vengono messi a confronto i prezzi di beni e prodotti in Egitto e a Gaza. Il rapporto dice che un chilo di anguria a Gaza costa meno di una lira egiziana mentre in Egitto costa più di 2 lire; un kg di pomodori a Gaza costa meno di mezza lira mentre in Egitto costa 1,5 lire; un kg di patate a Gaza costa mezza lira mentre in Egitto costa 2 lire; un kg di cipolle a Gaza vale 1 lira mentre in Egitto un kg di cipolle vale 1,5 lire; un kg di aglio a Gaza vale 10 lire mentre in Egitto vale 15 lire. E ancora: un kg di pollo in Egitto costa 20 lire egiziane e a Gaza viene via per sole 10 lire egiziane. Il prezzo medio di un kg di carne di bovino in Egitto costa 60 lire, mentre nella Gaza assediata viene 5 lire. Per un vassoio di uova in Egitto ti chiedono 19 lire, a Gaza te ne chiedono solo 10. Questo confronto dei prezzi – continua il giornalista egiziano – fra l’Egitto e la striscia di Gaza che è, dicono, sotto assedio da tre anni dimostra che la vita sotto assedio è più economica, più conveniente e più semplice. Dunque, di che razza di assedio stiamo parlando? Un assedio che fa scendere i prezzi? E come fanno le merci ad affluire a Gaza se c’è un assedio? Non solleviamo queste domande nella speranza di avere una risposta da Hamas. Le rivolgiamo piuttosto a tutti i sostenitori che ha Hamas in Egitto e che non trovano nulla di male nell’accusare il loro paese di tradire la causa palestinese e di affamare l’indifeso popolo palestinese con l’ opprimente assedio su Gaza. Se è così che va la vita nella striscia di Gaza sotto assedio, allora il popolo egiziano, consumato dal fiammata dei prezzi e privato di una parte dei suoi redditi per correre in soccorso degli abitanti di Gaza assediati, dovrebbe pregare Allah di subire lo stesso assedio, visto che l’assedio porta all’abbassamento dei prezzi permettendo ad ogni cittadino di mettere in tavola uova, pollo e carne: come gli abitanti di Gaza».
(Da: MEMRI, 2.7.10)

Si veda anche:

Dov’è la voce del mondo civile? Troppo presi dalle flottiglie filo-Hamas per occuparsi della donna iraniana condannata alla lapidazione.

http://www.israele.net/articolo,2881.htm

Donne oppresse a Gaza, e donne che sostengono i loro oppressori

http://www.israele.net/articolo,2879.htm

Quella nave, simbolo del fallimento della libertà in Libano

http://www.israele.net/articolo,2876.htm

Utilità pubblica del confitto israelo-palestinese

http://www.israele.net/articolo,2864.htm

Come porre fine al blocco di Gaza: il modo migliore è porre fine al regime di Hamas.

http://www.israele.net/articolo,2848.htm

La flotta pro-Hamas del turco Erdogan

http://www.israele.net/articolo,2847.htm

Quei “pacifisti” che corrono in soccorso dei terroristi Hamas

http://www.israele.net/articolo,2838.htm

La crociera degli amici di Hamas

http://www.israele.net/articolo,2835.htm