Il coup de théâtre Netanyahu-Mofaz

Chi vince e chi perde, con l’accordo che dà vita alla più ampia coalizione di governo della storia d’Israele.

image_3427Colpo di scena. Nella notte fra lunedì e martedì, mentre la Knesset era riunita per discutere il proprio scioglimento e la convocazione a settembre delle elezioni anticipate, Benjamin Netanyahu, primo ministro e leader del Likud, e Shaul Mofaz, da poco eletto alla guida del partito di centro Kadima (sinora all’opposizione), hanno annunciato d’aver raggiunto un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale.
Il primo effetto della mossa a sorpresa è quello di annullare la convocazione delle elezioni anticipate. “L’unità ripristina la stabilità – ha detto martedì Netnayahu in una conversazione telefonica col presidente Shimon Peres, che si trova in visita in Canada – Un ampio governo di unità nazionale è un fatto positivo per la sicurezza, per l’economia e per il bene della popolazione d’Israele”. Peres si è congratulato con Netanyahu per la decisione, confermando di considerare il governo di unità nazionale un bene per il Paese alla luce delle sfide cruciali che lo attendono.
Martedì Binyamin Netanyahu e Shaul Mofaz hanno presentato in conferenza stampa il loro accordo per la formazione di una coalizione di governo che conta sul sostegno di 94 parlamentari (su 120), e che la Knesset dovrebbe approvare entro due giorni.

I commenti dei principali giornali israeliani si interrogano su chi guadagna e chi ci rimette con il rinvio delle elezioni alla loro scadenza naturale. Eccone una sintesi.

CHI CI GUADAGNA

Benjamin Netanyahu: rimarrà primo ministro fino alla scadenza naturale della legislatura (fra un anno e mezzo, nell’ottobre 2013) a capo della coalizione più ampia della storia del Paese. Ora ha la possibilità concreta di affrontare temi delicati che finora rischiavano di far cadere il governo. Uno dei temi più scottanti – previsto dall’accordo con Mofaz – è la riforma della Legge Tal (che permette agli studenti ultra-ortodossi di rinviare indefinitamente il servizio militare): la legge scade ad agosto e in molti ambienti è cresciuta la richiesta di riformarla in senso più egualitario, un’incombenza che metteva a rischio la precedente coalizione. Ora Netanyahu potrà accreditarsi il merito di questa riforma, così come quella di una riforma del sistema istituzionale di governo (anch’essa prevista dall’accordo con Kadima). Infatti, presentando martedì alla stampa il nuovo accordo di governo, Netanyahu ha indicato quattro priorità: “sostituire la Legge Tal con una storica soluzione giusta ed equa; formulare un bilancio responsabile per affrontare le questioni economiche, sociali e di sicurezza; modificare la struttura istituzionale in modo tale che un governo che duri tutto il mandato sia la regola e non l’eccezione; portare avanti in modo responsabile il processo di pace”.

Shaul Mofaz e il partito Kadima: si sono risparmiati un possibile decesso politico prematuro. I sondaggi più recenti dicevano che, votando il 4 settembre, Kadima avrebbe perso due terzi dei seggi. Il loro futuro rimane avvolto nella nebbia, ma ora leader e partito hanno il tempo necessario per costruire la propria immagine.

Ehud Barak: aveva programmato di concorrere alle elezioni con la sua nuova formazione Ha’atzmaut (Indipendenza), che però nei sondaggi arrivava a malapena al quorum minimo per entrare nella Knesset. Ora rimarrà ministro della difesa e può tirare un sospiro di sollievo.

Eli Yishai e il partito Shas: finché il partito è guidato dal rabbino Ovadia Yosef, Yishai ci guadagna perché non voleva davvero andare alle elezioni e per il momento l’ex leader Aryeh Deri è fuori dai giochi. Se poi dovesse lasciare il governo sulla questione della Legge Tal, potrà sempre dire ai suoi elettori d’essersi battuto contro di essa.

Avigdor Lieberman: ha sempre detto che voleva che questo governo terminasse la legislatura. Voleva anche accreditarsi la riforma della Legge Tal. Ora diminuirà significativamente il suo peso all’interno del governo e la sua capacità di minacciarne la caduta. Sarà anche ridimensionato il suo contributo alla riforma delle Legge Tal, che non sarebbe mai passata senza i voti di Kadima. Ma nei confronti di Liberman è in corso un’inchiesta per presunta corruzione che potrebbe sfociare in una formale incriminazione: in questo caso sarebbe costretto a lasciare il posto di ministro, ma potrebbe concordare un periodo di time-out fino alle prossime elezioni. Se invece l’incriminazione fosse giunta alla vigilia delle elezioni anticipate, sarebbe probabilmente rimasto escluso dalla politica per quattro anni.

Naturalmente, ci guadagnano anche alcune decine di deputati che stavano già preparando i bagagli.

CHI CI RIMETTE

Shelly Yachimovich e il partito laburista: i sondaggi davano i laburisti vicini ai 20 seggi. Yachimovich stava cavalcando l’onda della protesta sociale per il caro-vita emersa la scorsa estate, e con le elezioni anticipate contava di ritrovarsi a capo del secondo gruppo parlamentare. Ora è destinata a restare per un lungo periodo nel ruolo di capo dell’opposizione con soltanto otto parlamentari alla Knesset, cercando di mantenere in vita lo slancio politico-mediatico di cui ha goduto al momento in cui ha vinto le primarie.

Yair Lapid: un vero colpo basso per l’ex anchorman della televisione israeliana che aveva annunciato la nascita della sua nuova formazione Yesh Atid (C’è un futuro) proprio scommettendo sulla prossimità della scadenza elettorale. Ora rischia di perdere l’effetto mediatico della sua discesa in campo e di logorarsi in un ruolo marginale senza la possibilità di misurare le sue forze nelle urne. Se poi la nuova coalizione di governo approverà la riforma della Legge Tal, verrà meno uno dei suoi cavalli di battaglia.

Tzipi Livni: quando ha lasciato Kadima, dopo aver perso le primarie del mese scorso contro Mofaz, sembrava rappresentare un bacino di voti appetibile. Ora rischia di restare fuori dal gioco. Se fosse rimasta, avrebbe potuto tornare nel governo. D’altra parte, può attendere l’occasione buona per tentare un rientro in proprio.

Meretz: un altro partito che sarebbe andato volentieri alle elezioni anticipate perché i sondaggi gli attribuivano un raddoppio dei suoi tre attuali deputati. Il Meretz tuttavia ha sempre detto che non intende entrare in un governo guidato da Netanyahu, e dunque sembrava destinato in ogni caso a restare all’opposizione.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, Jerusalem Post, 8.5.12)

Nella foto in alto: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il leader di Kadima, Shaul Mofaz, durante la conferenza stampa di martedì

A proposito delle ultime elezioni politiche in Israele (10 febbraio 2009), si veda:

Le elezioni del consenso nazionale. La visione condivisa dal grande centro israeliano apre la strada a un governo di unità nazionale

http://www.israele.net/articolo,2405.htm

I messaggi dell’elettorato. Ecco come si presenta la nostra casa a quindici anni dall’avvio del processo di pace di Oslo

http://www.israele.net/articolo,2406.htm

Il perché di una “virata a destra”. Il “mondo” continua a demonizzare il paese col quale dovrebbe piuttosto scusarsi

http://www.israele.net/articolo,2408.htm

Sicuri che abbia vinto la destra israeliana? Il “Blocco di destra” non è un blocco e non è nemmeno di destra, in senso tradizionale

http://www.israele.net/articolo,2412.htm

Gli israeliani vorrebbero un governo di unità nazionale. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio ”War and Peace Index”

http://www.israele.net/articolo,2417.htm

Il buono e il cattivo del sistema elettorale israeliano. Il sistema deve essere messo a punto, ma senza gettare il bambino con l’acqua sporca

http://www.israele.net/articolo,2425.htm

Il 32esimo governo d’Israele. L’elenco completo dei ministri e dei rispettivi incarichi

http://www.israele.net/articolo,2457.htm

Ed ora, al lavoro. Adesso Israele ha una sorta di governo di “unità nazionale”, con alcuni ottimi nomi

http://www.israele.net/articolo,2460.htm