Il disimpegno necessario

Il ritiro da Gaza del 2005 fu problematico, ma strategicamente era e rimane cruciale.

Di Ari Shavit

image_2925Circa sei mesi prima del ritiro di cinque anni fa dalla striscia di Gaza, ad alcune decine di opinionisti israeliani venne chiesto quali ripercussioni avrebbe avuto il disimpegno unilaterale. Benjamin Netanyahu disse che un ritiro unilaterale in cambio di niente avrebbe posto una minaccia esistenziale. Uzi Arad era dell’opinione che il disimpegno avrebbe causato una slavina sul piano diplomatico e della sicurezza. Moshe Ya’alon sostenne che il ritiro avrebbe dato nuovo impulso al terrorismo. Moshe Arens si disse convinto che il disimpegno avrebbe creato una nuova situazione strategica in cui il sud di Israele si sarebbe ritrovato sotto costante minaccia da parte dei palestinesi. Yaakov Amidror predisse che Gaza si sarebbe trasformata in un Hamastan, e che i razzi palestinesi sarebbero piovuti su Ashdod e Kiryat Gat. Natan Sharansky previde il rafforzarsi dell’estremismo palestinese e lo sviluppo di un processo che avrebbe potuto portare alla guerra. Ed Eli Moyal, l’allora sindaco di Sderot, delineò un brutale scenario futuro: “Una trentina di razzi cadono su Sderot, rimangono uccise una mezza dozzina di persone, una decina restano ferite. Cosa fa Israele? Rientra a Gaza. Ma questa volta entrare a Gaza non è facile: mine, bombe, incendio nel Libano meridionale. Alcuni soldati muoiono. Per via della morte dei soldati, le Forze di Difesa israeliane intensificano il fuoco, e rimangono uccisi dei civili palestinesi. Ed ecco il guaio internazionale”.
Non ci si può nascondere la verità: la destra aveva ragione. Su ogni singolo punto. Nel momento in cui la maggior parte di Israele era nell’euforia per il disimpegno da Gaza, la destra vedeva la realtà per quello che era. Nel momento in cui la maggioranza dei mass-media tesseva le lodi dello sgombero, la destra paralizzata capiva che cosa stava per succedere. Le profezie di sventura dei coloni, che cinque anni fa venivano considerate isteriche e deprecabili, si sono rivelate assolutamente esatte. La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi del 2006 e la sua violenta presa del potere a Gaza nel 2007 hanno dimostrato quanto i nazionalisti israeliani avessero ben visto nel futuro.
La destra aveva ragione, ma la destra aveva anche torto. Aveva capito i pericoli celati nel ritiro, ma mancò completamente di capirne la necessità. Anticipava con chiarezza il futuro prossimo, ma non sapeva vedere il futuro a lungo termine. Vedeva il problema militare nei minimi dettagli, ma era cieca rispetto alla minaccia strategica. La destra mancò di comprendere cinque anni fa esattamente ciò che si rifiuta di comprendere oggi: il virus dell’occupazione è diventato letale.
Il piano di disimpegno era pieno di difetti. Non creò a Gaza una situazione tale da marcare una chiara fine dell’occupazione riconosciuta dalle Nazioni Unite. Non fu accompagnato da un Piano Marshall internazionale che riabilitasse Gaza e vi rafforzasse le forze moderate. Non fu integrato con una energica politica deterrente tale da impedire che la striscia di Gaza diventasse una base di missili nemici capaci di minacciare Tel Aviv, non creò un accettabile equilibrio con la Cisgiordania e non assicurò a Israele vantaggi diplomatici a lungo termine.
Il piano di disimpegno ebbe tuttavia un punto di forza: fu un coraggioso tentativo, il primo del suo genere, di affrontare di petto il virus letale. La logica fondamentale che ne stava alla base era e rimane valida. Secondo la logica che stava dietro al disimpegno, Israele ha il dovere cruciale e morale di porre fine all’occupazione, ma Israele non ha un autentico e affidabile interlocutore palestinese con cui possa porre fine all’occupazione; dunque Israele deve prendere misure limitate e calcolate per muovere gradualmente verso la fine dell’occupazione. No, non c’è possibilità di una pace completa nel prevedibile futuro. Ma è anche vero che nella situazione attuale non c’è speranza né scopo. Perciò Israele deve prendere nelle sue mani il proprio destino e agire, con saggezza, per creare un confine fra se stesso e la “Palestina”. Solo così potrà garantire la propria identità e la propria legittimità come stato ebraico e democratico. Solo così potrà trasformare il conflitto israelo-palestinese in una tollerabile controversia, che finirà col dissolversi nella pace.
Cinque anni dopo aver lasciato Gaza, il quadro è chiaro. Il disimpegno del 2005 è stato problematico, ma strategicamente era e rimane cruciale. La lezione da trarre dal primo disimpegno è che il secondo disimpegno dovrà essere fatto in modo diverso: non dovremo ritirarci sulle ex linee armistiziali del 1967, non dovremo ritirarci senza appoggio internazionale, non dovremo ritirarci senza una tacita intesa coi palestinesi moderati, non dovremo ritirarci senza esserci assicurati una concreta risposta alla minaccia missilistica. Ma, alla fine, non vi sarà altra scelta: il disimpegno è pericoloso, ma è meno pericoloso di qualunque altra alternativa.

(Da: Ha’aretz, 29.07.10)

Nella foto in alto: Ari Shavit, autore di questo articolo

Si veda anche:

Alla ricerca della pace, unilateralmente

http://www.israele.net/sezione,,257.htm

La logica di Sharon

http://www.israele.net/sezione,,382.htm