Il fucile scaricato da Diskin rischia di vanificare le sanzioni internazionali

Vivace dibattito in Israele, dopo le dichiarazioni anti-governative dell’ex capo dei servizi di sicurezza.

Alcuni commenti dalla stampa israeliana

image_3421Scrive MERAV MICHAELI, su Ha’aretz: «La prima reazione che si prova di fronte alle dichiarazioni di Yuval Diskin in cui dice di non avere fiducia in Benjamin Netanyahu e Ehud Barak è il brivido dello scandalo: Urca! che parole toste che ha usato l’ex capo dei servizi di sicurezza verso il primo ministro e il ministro della difesa! Se un ex capo dei servizi di sicurezza dice queste cose, la situazione deve essere davvero terribile! Poi, quando l’adrenalina torna a livelli normali, inizia il dibattito: tra sé e sé o con qualcun altro. Quello che sta facendo Diskin non è corretto. Non dovrebbe parlare in quel modo, non è leale, fa del male alla governance e lede la fiducia nel ruolo delle istituzioni democraticamente elette. Poi, però: Ma cosa preferiamo, se queste sono le cose che pensa? Che non dica nulla? Preferiremmo non sapere? Non è forse meglio, e importante, sapere? Diskin non ha forse il dovere di informare l’opinione pubblica, se i suoi leader la stanno mettendo in pericolo? Ma se Diskin pensa davvero queste cose, perché non le ha dette quando era in carica? In realtà, qualcosa aveva detto, ma certo non in modo così energico e colorito. Beh, dopo tutto il capo dei servizi si sicurezza non può parlare male del proprio governo. Ma allora perché non ha dato le dimissioni? Deve essersi detto che era meglio restare al suo posto, insieme all’allora capo del Mossad, Meir Dagan, e l’allora capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi: l’asse dei moderati che proprio per quelle idee non dovevano lasciare il proprio posto. E se le dichiarazioni di Diskin avessero una motivazione politica? Gli esperti dicono che c’è aria di elezioni anticipate, in Israele, e che Diskin ha detto quello che ha detto per danneggiare elettoralmente i due leader in carica. Diskin in realtà non ci dice quello che lui sa e noi no. Non ci dice quali sono le sue motivazioni. Intende entrare in politica? O forse vuole aiutare qualcuno che è già nell’arena politica? Ma l’idea che qualunque cosa abbia una motivazione “politica” sia per ciò stessa squalificata è un’idea che a sua volta va squalificata. Qualunque posizione circa un attacco al nucleare iraniano è anche “politica”, ed è giusto così. Perché mai un valoroso soldato ed ex capo dei servizi di sicurezza dovrebbe aver paura della politica? E così via, ogni israeliano va avanti e indietro nella propria testa, finché non le ha pensate proprio tutte, mentre nel frattempo i ministri attaccano Diskin, come è loro costume, in maniera decisamente esagerata. Ma intanto salta fuori che anche Diskin prova rancore personale verso il governo (per non essere stato nominato a capo del Mossad, come invece si aspettava). E così ci troviamo ancora una volta ad assistere a un misero scontro fra gladiatori. E adesso? Che cosa dovremmo fare? Diskin cosa esattamente si aspetta che facciamo, noi israeliani, con le informazioni che ci ha dato? Vuole che votiamo per il presidente di Kadima, Shaul Mofaz? O per la presidente dei laburisti Shelly Yacimovich? O per l’estrema sinistra sionista Meretz? O dovremmo lasciare il paese, finché siamo ancora in tempo? O vuole che facciamo una rivoluzione in stile Piazza Tahrir per rovesciare il governo e mettere al suo posto militari e tecnocrati della sicurezza? Si è forse coordinato con Dagan e Ashkenazi e magari anche con l’attuale capo di stato maggiore Benny Gantz? […] La triste verità è che ci sentiamo inermi, stretti come siamo fra Netanyahu che ci martella con la minaccia di un olocausto che potrebbe pioverci addosso per colpa dell’Iran, e Diskin e Dagan che ci martellano con la minaccia di un olocausto che potrebbe pioverci addosso per colpa di Netanyahu e Barak.»
(Da: Ha’aretz, 30.4.12)

Scrive YOAZ HENDEL, su Yediot Aharonot: «Non è certo finita qui, la discussione sul fatto se Diskin e Dagan stiano o non stiano dicendo la verità. Il fatto è che su questa questione non c’è una sola verità. Un raid militare comporta non pochi rischi e nessuno è in grado di misurare con esattezza le possibilità rispetto ai rischi. D’altro canto, un Iran nucleare sarebbe un disastro per l’intera regione, e sicuramente per Israele. […] Non esiste una soluzione univoca, come sanno bene tutte le persone coinvolte, incluso il duo Dagan-Diskin. Anche quando attacca il governo a proposito del processo di pace, Diskin non dovrebbe ripetere quelle banalità sulla “frustrazione” dei palestinesi come se fosse un qualunque mediocre commentatore anziché uno che conosce da dentro i vari aspetti della materia e tutte le loro implicazioni. […] Detto questo, non si può che prendere le distanze anche dalla reazione del primo ministro e del ministro della difesa: non può essere che chiunque li critichi e li attacchi lo faccia perché non ha ottenuto la proroga di incarico o il posto prestigioso a cui aspirava. Dopo aver accusato Dagan d’essere animato da rancore personale, fare lo stesso con Diskin suona come una scusa di routine.»
(Da: Yediot Aharonot, 30.4.12)

Scrive ARI SHAVIT, su Ha’aretz: «Venerdì scorso l’ex capo dei servizi segreti israeliani Yuval Diskin ha commesso tre atti gravi: ha consapevolmente danneggiato la strategia israeliana sull’Iran; ha rilasciato dichiarazioni semplicistiche, incomplete e fuorvianti circa la minaccia nucleare; ha violato le norme di qualunque democrazia occidentale sulla lealtà degli alti funzionari verso il governo. Evidentemente vi sono in Israele dei comandanti delle forze di sicurezza che pensano di essere più degni dei leader eletti, per cui non esitano a gettargli fra le gambe delle vere bombe mediatiche: anche se l’acume politico dei nostri tecnocrati della sicurezza non si è sempre dimostrato del massimo livello, alcuni di loro si comportano come se fossero investiti dalla Divina Provvidenza del compito di salvare il paese dal governo democraticamente eletto. […] Col suo discorso di venerdì scorso a Kfar Sava, Diskin ha cercato di svuotare delle munizioni il caricatore del fucile israeliano puntato sul nucleare iraniano. Ma è proprio quel fucile carico e puntato ciò che ha spinto la comunità internazionale a imporre un assedio diplomatico ed economico all’Iran (che iniziava a dare i suoi frutti). Per cui cercando di disinnescare l’opzione militare, Diskin in realtà non ha fatto che aumentare il rischio che quell’opzione diventi davvero necessaria e che il grilletto di quel fucile prima o poi venga premuto. Anziché rendere più remota la prospettiva di un raid contro il nucleare iraniano, ha fatto esattamente il contrario. […] D’altra parte, Netanyahu e Barak non fanno che pagare i loro errori. Chiunque, infatti, avesse compreso davvero la minaccia posta dall’Iran avrebbe dovuto fare tre passi fondamentali, negli ultimi tre anni: varare un governo di unità nazionale; lanciare un’offensiva diplomatica che desse a Israele legittimazione diplomatica sul piano internazionale e coesione nazionale sul piano interno; preparare il fronte interno e l’opinione pubblica allo storico momento della verità. Netanyahu e Barak non l’hanno fatto, e così Israele si avvicina alla decisione fatidica confuso, frammentato e isolato.»
(Da: Ha’artez, 30.4.12)

Scrive DAN MARGALIT, su Yisrael Hayom: «Netanyahu e Barak meritano molte critiche, sia presi insieme che individualmente. Ma accusarli di eccessivo spirito “messianico”, come ha fatto l’ex capo dei servizi di sicurezza Yuval Diskin, è superficiale e infondato, e indica una scarsa capacità di capire e giudicare le persone per cui si è lavorato così a lungo. Fra i politici israeliani nessuno è meno “messianico” o ingenuamente utopista di Netanyahu e Barak. A volte direi che sono fin troppo disincantati e lucidi. Ma ci sono ben altre pecche in quel che ha dichiarato Diskin. […] Ormai è chiaro che Diskin, così come l’ex capo del Mossad Meir Dagan prima di lui, ha ottenuto il bel risultato di indebolire lo sforzo israeliano volto a mobilitare la comunità internazionale dietro a sanzioni più severe contro il nucleare iraniano: sanzioni che saranno applicate con efficacia solo finché il mondo è convinto che un attacco d’Israele contro il programma nucleare degli ayatollah è una possibilità concreta. Dagan e Diskin si sono presi il lusso di indebolire Israele. O, per parafrasare Moshe Dayan, ci hanno fatto perdere una pedina importante sulla scacchiera della politica internazionale. Un vero e proprio autogol.»
(Da: Yisrael Hayom, 30.4.12)

Si veda anche:

Dibattito in pubblico sull’Iran: un esercizio inutile (e dannoso). Talvolta una democrazia deve avere il coraggio di delegare la decisione a chi ne ha la responsabilità

http://www.israele.net/articolo,3279.htm

Netanyahu: “La guerra con l’Iran non è inevitabile”. Purché le sanzioni siano accompagnate da una credibile minaccia militare

http://www.israele.net/articolo,3380.htm

Atomica iraniana: dibattito (e polemiche) in Israele. Un intero paese si interroga alla luce del sole sul che fare, di fronte alla minaccia nucleare iraniana

http://israele.net/articolo,3277.htm

I tentacoli dell’Iran. La condotta rozza e violenta di Tehran e complici deve preoccupare non solo Israele, ma tutto l’occidente

http://www.israele.net/articolo,3362.htm

«L’Iran deve attaccare Israele e può distruggerlo in meno di nove minuti». Il consigliere strategico di Khamenei teorizza sul web l’annientamento dello stato ebraico

http://www.israele.net/articolo,3360.htm

Fidarsi del mondo? «Cosa farete se ci fidiamo e poi le cose vanno male? Direte: ohibò, ci siamo sbagliati?»

http://www.israele.net/articolo,3359.htm

Peres: «Quello che occorre è un attacco morale all’Iran». «Israele non intende risolvere da solo il problema dell’atomica di Tehran”, dice il presidente israeliano

http://www.israele.net/articolo,3287.htm

E ora che si fa, dopo il rapporto AIEA sull’atomica iraniana? Da più di quindici anni Israele avvertiva del pericolo. Inascoltato

http://www.israele.net/articolo,3283.htm