Il futuro confine di Israele? Lo ha già deciso l’Unione Europea

La nuova direttiva imporrebbe ad es. a Israele di rinunciare per iscritto a ogni diritto sul Muro Occidentale.

image_3786L’Unione Europea ha decretato che tutti i contratti tra i paesi europei e Israele devono includere una clausola che sposa la posizione dell’Unione Europea secondo cui i territori come Gerusalemme est e Cisgiordania che stanno oltre la Linea Verde (la linea armistiziale in vigore dal 1949 al 1967) non fanno parte dello Stato d’Israele e quindi non rientrano nel contratto. Il decreto, contenuto in una direttiva vincolante per i 28 Stati membri che entrerà in vigore venerdì, vieterà inoltre qualsiasi forma di finanziamento, borse di studio, cooperazione economica, sovvenzioni, premi per la ricerca, retribuzioni e finanziamenti a favore di qualunque individuo o ente israeliano che risieda al di là della Linea Verde.

David Kriss, portavoce dell’UE in Israele, ha confermato la notizia inizialmente diffusa da Ha’aretz, spiegando che “il 30 giugno scorso la Commissione Europea aveva adottato una Nota contenente le linee guida in materia di ammissibilità di enti israeliani nei territori occupati a borse di studio, premi e altri strumenti finanziati dall’Unione Europea dal 2014 in avanti. Queste linee guida erano state preparate a seguito delle conclusioni del Consiglio dei ministri degli esteri UE del 10 dicembre 2012, che aveva dichiarato che tutti gli accordi tra lo Stato di Israele e l’UE devono inequivocabilmente ed espressamente indicare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967”. “Le linee guida – ha aggiunto il portavoce dell’UE – sono importanti in vista delle nuove opportunità che verranno offerte a Israele come partner nella Politica Europea di Vicinato e altri strumenti di finanziamento nel periodo 2014-2020. L’Unione Europea – secondo il suo portavoce – desidera che Israele partecipi a pieno titolo a questi strumenti e dunque con questa nuova direttiva vuole garantire che la partecipazione di Israele non venga messa in discussione [per la questione dei territori]”.

“La richiesta non è nuova – ha detto martedì il vice ministro degli esteri israeliano Zeev Elkin in un’intervista a radio Galei Tzahal – e compariva già nelle trattative per accordi precedenti con l’Unione Europea. Ma gli accordi sono bilaterali ed è sempre una questione di negoziato. Penso che gli europei stiano facendo un errore preoccupante, soprattutto in questo momento, perché non fanno che rafforzare l’intransigenza dei palestinesi riducendo la loro motivazione a scendere a compromessi con Israele negli sforzi di pace. Anziché favorire un’atmosfera favorevole a colloqui di pace, si alimenta il rifiuto palestinese di tornare al tavolo dei negoziati”.

Silvan Shalom, ministro per l’energia e per lo sviluppo regionale, ha definito la direttiva “un altro bastone nelle ruote dei negoziati”, sottolineando come essa dimostri quanto l’Europa è “scollegata dalla realtà del Medio Oriente” mentre le sue politiche dimostrano come “non possa svolgere un ruolo efficace nel delicato processo diplomatico israelo-palestinese”. Rafforzando la sensazione dei palestinesi di poter ottenere concessioni ed esercitare pressioni su Israele rifiutandosi di negoziare, “la UE allontana i palestinesi dai negoziati”. Shalom ha ricordato che sono i palestinesi che si oppongono alla ripresa dei colloqui di pace e che l’Autorità Palestinese pone come pre-condizioni proprio la questione degli insediamenti, compresi alcuni quartieri ebraici di Gerusalemme, e quella dei confini, sui cui ora l’UE si è unilateralmente schierata. “Perché – si è chiesto – il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) dovrebbe accettare di negoziare se gli europei stanno facendo il lavoro per lui? Ma la verità è che le attività ebraiche negli insediamenti non impedirono a Begin di abbandonare il Sinai, a Sharon di abbandonare la striscia di Gaza Gaza, a Netanyahu di firmare gli accordi di Wye Plantation, a Olmert di offrire un accordo negoziale praticamente su tutto il territorio”.

La decisione dell’UE è “sbagliata e deplorevole – ha detto il vice ministro Ofir Akunis – Misure come questa, adottate ancor prima che i palestinesi annuncino d’essere disposti a tornare al tavolo delle trattative, non fanno che allontanare i negoziati di pace”. Secondo Akunis, l’Europa dovrebbe capire che la Cisgiordania non è un territorio “occupato”, bensì un territorio conteso su cui anche Israele vanta legittime rivendicazioni, e che dunque deve essere oggetto di negoziati diretti fra le parti.

“Questa direttiva è semplicemente un errore, una mossa stupida che non aiuta ad arrivare a un accordo”, ha affermato il parlamentare laburista Hilik Bar, uno dei fondatori del comitato parlamentare a sostegno della soluzione a due Stati nonché autore di un disegno di legge volto a vietare qualunque annessione di territori di Cisgiordania da parte israeliana se non nel quadro di un accordo con i palestinesi. “Questa direttiva – ha spiegato – non fa che rafforzare la sensazione degli israeliani di essere sotto assedio, e servirà solo a tenere lontano Abu Mazen dal tavolo dei negoziati”.

Il ministro delle finanze Yair Lapid ha definito “spregevole” la decisione dell’UE e ha spiegato: “Purtroppo il tempo non è a nostro favore e ogni giorno che passa senza negoziati la nostra posizione internazionale peggiora. Ma questa direttiva capita nel momento più sbagliato e sabota gli sforzi del segretario di stato Usa John Kerry tesi a riportare le parti al tavolo dei negoziati”. Secondo Lapid, la nuova direttiva fa credere ai palestinesi di poter imporre pre-condizioni senza pagare pegno, e li illude che Israele possa essere costretto a capitolare con le pressioni economiche e diplomatiche. Lapid ha aggiunto che intende rivolgersi ad amici di Israele nell’UE e spiegare loro che la direttiva “danneggia gli obiettivi che volevano raggiungere, e allontana la pace”.

Naftali Bennett, ministro dell’economia e del commercio ha definito le nuove direttive UE “un attacco economico contro le possibilità di pace”.

“Si tratta di un classico caso di doppio standard – ha affermato Yuval Steinitz, ministro per intelligence, relazioni internazionali e affari strategici – Come mai l’Unione Europea non adotta misure analoghe per la parte turca di Cipro? Eppure l’UE è contraria al fatto che un terzo dell’isola di Cipro sia controllata dalla Turchia. È chiaro che, ancora una volta, si tratta Israele in modo diverso dagli altri”.

La leader del partito laburista Shelly Yachimovich, dopo aver criticato il governo israeliano per “il crescente isolamento diplomatico che sta causando danni al paese e al mercato e che rappresenta una minaccia strategica non meno delle armi puntate contro di noi”, ha aggiunto: “Tuttavia è una vera disgrazia che l’Unione Europea si concentri su sanzioni e divieti anziché sostenere e aiutare gli sforzi americani per la ripresa de negoziato”.

Ha commentato martedì sera il ministro della giustizia e capo negoziatore israeliano Tzipi Livni: “Mi rattrista che si sia arrivati a questo punto, ma spero che questo possa aprire gli occhi a tutti coloro che pensano che possiamo convivere con la situazione di stallo attuale. Ogni iniziativa israeliana è preferibile a iniziative internazionali unilaterali. Una volta avviati i negoziati, gli europei vedranno che Israele desidera stabilire confini definitivi, ma solo attraverso negoziati”.

“La nostra posizione è chiara e ben nota – ha affermato Eliyahu Shviro, sindaco di Ariel, cittadina israeliana di 16.000 abitanti che si trova in Samaria (Cisgiordania settentrionale) – Siamo contro ogni tipo di boicottaggio. Il boicottaggio non raggiungere mai l’obiettivo dichiarato e serve solo a fomentare discordie. E forse è proprio questa l’intenzione che sta dietro all’iniziativa dell’UE. Chi vuole creare ponti per superare le differenze e favorire la fratellanza umana non ricorre a questi metodi. Gli abitanti palestinesi di Samaria sono impiegati a migliaia nell’industria israeliana e non viene in mente a nessuno di bandirli per via della religione, della nazionalità o del luogo in cui abitano. Ora il boicottaggio dell’UE potrebbe compromettere anche questo”.

La nuova direttiva UE, scrive Haviv Rettig Gur su “Times of Israel”, ha suscitato vivaci reazioni negative in Israele non perché qualcuno fosse sorpreso della posizione che esprime, che era ben nota, ma per la ottusa puntigliosità con cui ora l’UE ingiunge che venga applicata. “Hanno passato il segno – ha spiegato martedì un alto rappresentante israeliano – Che l’UE non avrebbe mai firmato, ad esempio, un accordo con l’Università di Ariel non è un segreto. Ma ora cosa vogliono? Che l’Università di Gerusalemme garantisca che nessun accademico e scienziato che opera su un programma di cooperazione UE abiti al di là della Linea Verde, magari negli appartamenti che sorgono lungo la strada che porta al campus universitario del Monte Scopus [che dal ’48 al ’67 fu una enclave israeliana circondata dalla Legione Araba giordana, per cui l’unica strada che lo collega a Gerusalemme ovest si trova tecnicamente al di là della Linea Verde]? O che non abiti nel quartiere ebraico della Città Vecchia, che era ebraico giusto qualche secolo prima che esistesse l’Unione Europea [e dal quale la popolazione ebraica venne bandita nel periodo ’49-‘67]? Siamo davvero all’assurdo”. Come ha sottolineato un altro funzionario, la nuova politica dell’Unione Europea di fatto pretende che Israele rinunci, per iscritto, a ogni diritto sul Muro Occidentale (del pianto), il luogo più sacro del giudaismo, come condizione preliminare alla firma di qualunque accordo UE. Anche il Muro Occidentale, infatti, era rimasto al di là della Linea Verde, precluso agli ebrei di tutto il mondo nel periodo dell’occupazione giordana di Gerusalemme est dal 1948 al ‘67. Aderendo ciecamente alla Linea Verde (che in tutta la storia di questa terra è esistita solo per 19 anni, e che non esiste più da 46 anni), l’Unione Europea di fatto prende posizione nel conflitto in un modo che la allontana nettamente dalla posizione della maggioranza degli israeliani favorevoli al negoziato e alla soluzione a due Stati purché il futuro confine venga negoziato, come previsto da tutti gli accordi finora firmati. Ecco perché la mossa dell’UE suscita sdegno anche fra molti esponenti della sinistra israeliana, che pure solitamente considerano l’Europa un’alleata nella ricerca della pace.

“Non accetteremo nessun diktat esterno riguardo ai nostri confini: queste sono questioni che vanno risolte solo attraverso negoziati diretti”. Lo ha dichiarato martedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dopo essersi consultato nel suo ufficio con il ministro della Giustizia Tzipi Livni, il ministro dell’economia e del commercio Neftali Bennett, e il vice ministro degli esteri Ze’ev Elkin. “Mi aspetterei – ha aggiunto Netanyahu – che coloro che desiderano realmente vedere pace e stabilità in questa regione si preoccupino di questa questione solo dopo aver affrontato una serie di questioni regionali un po’ più pressanti, come ad esempio la guerra civile siriana e la corsa iraniana alle armi nucleari”.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, Times of Israel, Israel HaYom, Haaretz, 16.7.13)

Nella foto in alto: un tratto della Linea Verde (il “confine” sancito dalla direttiva UE) ai tempi in cui Gerusalemme era divisa dall’occupazione giordana della parte est.

Si veda anche:

Se l’Unione Europea etichetta i prodotti in base alla «linea verde». Un’iniziativa arrogante, controproducente e arretrata

http://www.israele.net/articolo,3741.htm