Il giusto scambio

Per la pace, Israele dovrebbe cedere terre: quelle abitate da arabi

Da un articolo di Gilad Sharon

image_1865Parecchi, in Israele, sostengono che si deve cedere alla popolazione della striscia di Gaza dei territori del Negev israeliano con essa confinanti. Come viene spiegata questa proposta? Dicendo che, siccome Gaza non è diventata quella sorta di Singapore mediterranea che si sperava e intanto la sua popolazione continua a moltiplicarsi a ritmo vertiginoso, dunque la soluzione magica sarebbe quella di trasferire ulteriore territorio dal Negev occidentale alla striscia di Gaza, espandendone in questo modo la superficie.
E cosa faremo fra qualche anno, quando la popolazione di Gaza sarà ulteriormente cresciuta? Trasferiremo altro territorio? In altri termini, ciò che viene proposto è che la popolazione di Gaza continui a dedicarsi unicamente alla propria riproduzione, mentre Israele dovrà cedere territorio senza fare troppe domande.
Vale la pena notare, a questo punto, che la popolazione di Singapore è più del triplo di quella della striscia di Gaza su un territorio che non è nemmeno il doppio, e che la popolazione di Hong Kong è cinque volte quella di Gaza su un territorio che è più o meno il triplo (il che, per inciso, smentisce la diffusa convinzione che la striscia di Gaza sia il territorio con la più alta densità di popolazione al mondo). Dunque, quello della popolazione di Gaza non è un problema di quantità, ma di contenuti.
Gli abitanti di Gaza, e i palestinesi in generale, hanno avuto innumerevoli opportunità per trasformare la loro area in un bel posto in cui vivere. Hanno avuto a disposizione aiuti e appoggi internazionali su vastissima scala, quando l’intera striscia è stata messa nelle loro mani. Chi ha impedito loro di produrre, svilupparsi, prosperare? Hanno invece preferito, come al solito, vivere una vita di sofferenze, privazioni e disperazione pur di continuare ad infliggere una dose di sofferenze alla popolazione israeliana.
Si tratta di una società che glorifica la morte invece della vita. Vi sono madri palestinesi che appaiono in televisione dopo che i loro figli sono morti compiendo stragi suicide, e dicono di essere felici e di sperare che altri loro figli seguano la stessa via. I programmi per bambini della televisione palestinese incoraggiano i giovanissimi a compiere attentati suicidi. Questi sono i modelli proposti, questo il tipo di cultura.
C’è chi dice che israeliani e palestinesi si assomigliano, ma è una sciocchezza. Gli israeliani santificano la vita, è un fatto radicato nella loro cultura. La società israeliana è protesa verso il miglioramento della vita e la prosperità. I palestinesi, in particolare quelli della striscia di Gaza, sono disposti a procurarsi continue sofferenze – e in effetti patiscono molto – pur di tradurre in atti di terrorismo il loro profondo odio verso di noi.
Quand’anche si arrivasse infine a un accordo di pace, il principio che dovrebbe guidare gli israeliani dovrebbe essere questo: non cedere terre libere ancora da sviluppare. Se bisogna arrivare a uno scambio di terre in Giudea e Samaria (Cisgiordania), che sia fatto tenendo presenti considerazioni di lungo periodo, e cioè secondo il principio della divisione delle due nazioni. Le terre da cedere devono essere quelle che confinano con l’Autorità Palestinese e che sono già abitate da arabi israeliani, o – come loro amano definirsi – palestinesi israeliani.
Qui non ha senso fare i puri. Checché ne dicesse John Lennon, il nazionalismo è vivo e vegeto: basta guardare all’Europa. Non è affatto un fenomeno del passato e non dà segni di voler scomparire. Chi si adopera per garantire un futuro di calma duratura, deve tenerne conto.
Così, coloro che sono prontissimi a revocare la cittadinanza israeliana agli arabi di Gerusalemme est nel quadro di un accordo (che preveda la divisione della città), non si capisce perché dovrebbero obiettare per ragioni etiche o giuridiche alla proposta di cedere altre terre abitate da arabi israeliani nel quadro di uno scambio basato sulla divisione delle due nazioni. Dopotutto che differenza c’è fra la cittadinanza israeliana persa da un abitate di Gerusalemme est e quella persa da un abitante delle città arabe israeliane di Kfar Qassem, Taibeh o Umm al-Fahm?
Solo una siffatta suddivisione su base nazionale contribuirebbe a prevenire spargimenti di sangue e a garantire la calma, come si è visto in molti altri casi in giro per il mondo.

(Da: YnetNews, 13.10.07)

Nella foto in alto: Gilad Sharon, autore di questo articolo

Vedi anche:
Curiosi e istruttivi paradossi attorno a un’ipotesi negoziale

http://www.israele.net/prec_website/nesarret/072aris.html

(ora in: M. Paganoni, “Ad rivum eundem: cronache da Israele”, Proedi, Milano, p. 280)