Il messaggio è chiaro: “Tutta la Palestina”

Solo gli ingenui credono che altri negoziati possono districare Israele dalla trappola Haniyeh-Abu Mazen

di Ari Shavit

image_2699Il segreto di Pulcinella è svelato: la Palestina, tutta la Palestina. Parlando davanti a centomila persone nel centro di Gaza, Ismail Haniyeh ha proclamato l’obiettivo del movimento Hamas. Il primo ministro“moderato” della fazione “moderata” del movimento islamista palestinese ha pubblicamente annunciato quella che è la “soluzione di pace” a cui punta il suo governo. La soluzione ultima non è la totale liberazione della striscia di Gaza né uno stato palestinese. È la liberazione di tutta la Palestina. Haniyeh non l’ha detto esattamente in questi termini, ma le sue parole sono chiarissime. Hamas vuole Ramle e Lod, Haifa e Jaffa, Abu Kabir e Sheikh Munis. Vuole la terra su cui questo articolo viene scritto e la terra su cui questo articolo viene stampato: la terra dove si trova la redazione di Ha’aretz e la terra dove si trova la tipografia di Ha’aretz. Vuole la terra, tutta la terra, la Grande Palestina.
Negli ultimi anni parecchi esperti ci avevano garantito che Hamas non lo dice sul serio. Hamas gioca solo a fare il duro, ma le sue intenzioni sarebbero nobili: cessate il fuoco, Linea Verde, coesistenza. Vivi e lascia vivere. Ma nessun messaggio trasmesso da un alto membro di Hamas a un diplomatico dietro porte chiuse può competere con lo status del messaggio lanciato da Haniyeh alle masse. Ciò che conta davvero sono i proclami, espliciti e diretti, fatti dal leader palestinese alla sua gente: Palestina, tutta la Palestina, ogni centimetro di terra israeliana su cui vive un cittadino israeliano, la sua casa, la nostra casa, la terra sotto i nostri piedi.
Apparentemente il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) rappresenta un’alternativa a Hamas. Due giorni fa, intervistato da Avi Issacharoff per Ha’aretz, ha detto che la pace si può fare in sei mesi. C’è solo un piccolo problema: la stessa cosa ce la siamo sentire dire quando venne elaborato l’accordo Beilin-Abu-Mazen nel 1995. E la stessa cosa ce la siamo sentire dire alla vigilia del summit di Camp David del luglio 2000. E la stessa cosa ci venne promessa alla firma dell’iniziativa di Ginevra nel 2003. E la stessa cosa ci venne promessa quando Israele andò ad Annapolis nel 2007. Ma ogni volta che un leader israeliano fa un significativo passo avanti verso Abu Mazen, Abu Mazen diventa evasivo. Ad oggi non ha ancora risposto positivamente all’offerta del 100% fattagli quindici mesi fa dall’allora primo ministro Ehud Olmert.
Possiamo anche capire come mai Abu Mazen sia diffidente rispetto al primo ministro Benjamin Netanyahu e al ministro degli esteri Avigdor Lieberman. Ma non si riesce a capire perché abbia ancora una volta si sfuggito anche a Olmert, al ministro della difesa Ehud Barak, all’ex presidente del Meretz Yossi Beilin, e perché il “leader della pace” palestinese non abbia mai firmato una bozza di accordo di pace né mai abbia offerto una sua proposta di compromesso.
Secondo il ministro Benny Begin il motivo è che, a suo modo, anche Fatah è per la Grande Palestina (per cui può firmare accordi provvisori, ma mai un accordo finale). Altri dicono che Abu Mazen, essendo un profugo da Safed, non cederà mai sul cosiddetto “diritto al ritorno”. Alcuni sostengono che Abu Mazen vorrebbe ma non può, altri che potrebbe ma non vuole. Come che sia, Abu Mazen sembra offrire solo un miraggio di pace. È da ventun anni che parla di due Stati senza mostrarsi mai stato disposto a pagare neanche il minimo prezzo che i palestinesi devono pagare se vogliono attuare la soluzione a due Stati.
La verità è dura. L’occupazione sta rovinando Israele, ne mina le fondamenta etiche, democratiche e diplomatiche. Ma sia Hamas che Fatah fanno di tutto per rendere difficilissima la fine dell’occupazione. Con Hamas – che controlla la striscia di Gaza e si arma fino ai denti, raccogliendo il plauso di un terzo dei palestinesi ed esercitando un diritto di veto su qualunque progresso diplomatico – e con Fatah – che non vuole riconoscere lo stato nazionale del popolo ebraico e respinge il concetto di uno stato palestine smilitarizzato – non ci sono chance di arrivare a un trattato di pace. Haniyeh e Abu Mazen stanno chiudendo Israele in una trappola, ciascuno a suo modo. Solo gli ingenui possono credere che ulteriori negoziati per un accordo sullo status finale possono districare Israele da questa trappola.
Ma l’alternativa a un accordo sullo status finale non è andare avanti con lo status quo. L’alternativa deve essere un’iniziativa di parte israeliana. Il piano di Shaul Mofaz è una i; un’altra è un secondo disimpegno. In ogni caso Israele deve affrontare per proprio conto la minaccia esistenziale posta dall’occupazione. Il tempo stringe e l’il messaggio è scritto sui muri: “la Palestina”; è scritto forte e chiaro: “tutta la Palestina”.

(Da: Ha’aretz, 17.12.09)

Nella foto in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese mostrano senza reticenze l’obiettivo finale: occupare totalmente Israele

Si veda anche:

Ecco lo stato rifiutato dai palestinesi

http://www.israele.net/articolo,2698.htm

Riflessioni intorno a un illuminante lapsus di Abu Mazen
(M. Paganoni, lug. 07)

http://www.israele.net/sezione,,1763.htm

Dopo Olmert, il piano Olmert
(M. Paganoni, sett. 08)

http://www.israele.net/sezione,,2256.htm