“Il mio progetto per la soluzione del conflitto”

Il ministro degli esteri israeliano spiega cosa significa una vera soluzione “a due stati”.

Di Avigdor Lieberman

image_2875“La definizione di follia – disse una volta Albert Einstein – è fare e rifare sempre la stessa cosa sperando che cambi il risultato”. Sin dal 1993, successivi governi israeliani, sostenuti dalla comunità internazionale, hanno tentato di porre fine al conflitto israelo-palestinese utilizzando il fallimentare paradigma “terra in cambio di pace”. Ogni volta veniva tentata la stessa formula, ma ogni volta falliva a causa dell’ostinazione araba. La comunità internazionale ha iniziato a pretendere sempre di più il ritorno di Israele alle linee armistiziali pre-1967 come base per qualunque soluzione del conflitto. Ciò è avvenuto in gran parte perché esiste un malinteso di fondo secondo cui il contenzione fra arabi e israeliani sarebbe di natura territoriale, e per via di una certa confusione sul diritto internazionale e sui precedenti in materia. Ma soprattutto perché storicamente la leadership israeliana non ha saputo offrire alternative a questo paradigma.
Coloro che sostengono che Israele deve tornare alla cosiddetta Linea Verde dovrebbero studiare con più attenzione la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, la cornice giuridica creata dopo la guerra del ’67 quando i territori vennero conquistati. Intenzionalmente la risoluzione 242 non chiede un ritiro totale di Israele dalla Cisgiordania. Lord Caradon, il principale estensore della risoluzione, definì le linee pre-’67 “artificiali e non auspicabili”. Un altro suo autore, Eugene V. Rostow, nel 1967 sottosegretario di stato Usa per gli affari politici, dichiarò che Israele deve ritirarsi solo su “confini sicuri e riconosciuti, che non devono necessariamente coincidere con le linee di demarcazione armistiziale”.
In effetti, la Linea Verde nacque come la linea dove le forze armate israeliane e giordane avevano smesso di combattersi alla fine della guerra d’indipendenza d’Israele. L’Accordo Armistiziale israelo-giordano affermava esplicitamente: “Nessuna disposizione di questo accordo pregiudicherà in alcun modo i diritti, le rivendicazioni e le posizioni di entrambe le parti circa la composizione finale della questione palestinese, essendo le disposizioni di questo accordo dettate esclusivamente da considerazioni militari”. Quindi non esiste nulla che provi che la Linea Verde – quella demarcazione che una colomba come l’ex ministro degli esteri israeliano Abba Eban ebbe a definire “la linea di Auschwitz” – sia mai stata considerata un confine sotto qualunque punto di vista.
Sebbene tanti sostengano che il conflitto israelo-palestinese sia di natura territoriale, i fatti indicano che le cose stanno diversamente. Israele non aveva cittadini, né coloni né militari in Cisgiordania prima del 1967, eppure non godette di un solo momento di pace da parte di tutti i suoi vicini, e dei terroristi che quelli sopportavano. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) nacque prima della guerra del ’67: venne infatti fondata nel 1964, affermando esplicitamente nella sua Carta costitutiva originaria che non avanzava alcuna rivendicazione sulla Cisgiordania [allora rivendicata dalla Giordania].
Se il conflitto dovesse tornare sulle linee pre-’67, sarebbe destinato fatalmente a oltrepassare quei confini e a straripare dentro Israele. La maggior parte della popolazione araba d’Israele si definisce politicamente e culturalmente palestinese. Molti di loro si identificano apertamente con il movimento nazionale palestinese sino al punto di agire apertamente contro lo stato che garantisce loro pieni diritti civili. Nel 2006, la dirigenza araba d’Israele ha steso un documento, intitolato “La visione futura degli arabi palestinesi in Israele”, che risulta profondamente inquietante dato che mette in discussione la legittimità stessa e la ragion d’essere d’Israele in quanto espressione dell’autodeterminazione ebraica. Non basta. Alcuni leader arabi aiutano attivamente coloro che vogliono distruggere lo stato ebraico. L’ex parlamentare arabo-israeliano Azmi Bishara forniva indicazioni agli Hezbollah per dirigere i loro razzi contro Israele, mentre Ahmed Tibi è stato consigliere di Yasser Arafat e oggi dell’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sebbene sia un parlamentare della Knesset i cui stipendi sono pagati dai contribuenti israeliani. Nelle città arabe in tutto il paese si tengono regolarmente grandi manifestazioni di massa contro Israele, nelle quali non è infrequente udire slogan come “morte agli ebrei” e dove spesso vengono fieramente esibite le immagini di capi terroristi di Hamas e Hezbollah.
Tutti questi fenomeni costituiscono una chiara indicazione che alla base del contrasto vi è un conflitto fra due popoli. La soluzione non sta dunque nell’appagare le pretese territoriali massimaliste dei palestinesi, bensì nel creare davvero “due stati per due popoli”.
Le attuali richieste da parte di alcuni della comunità internazionale vanno nel senso di creare uno stato palestinese perfettamente omogeneo (arabo) e uno stato bi-nazionale (arabo-ebraico) in Israele. Il che significherebbe non una soluzione con due stati, ma con uno stato e mezzo da una parte e mezzo stato dall’altra. Affinché la pace e la sicurezza possano durare davvero è necessario creare un’autentica spartizione politica fra arabi ed ebrei, in modo che entrambi esercitino il diritto all’autodeterminazione. Pertanto, per avere una soluzione giusta e duratura, deve esserci uno scambio di territori abitati, con lo scopo di creare due stati in gran parte demograficamente omogenei: uno ebraico-israeliano e l’altro arabo-plestinese. Naturalmente questo non preclude che alcune minoranze possano restare in ciascuno dei due stati, dove dovranno godere di pieni diritti civili.
Non vi sarà il cosiddetto “diritto al ritorno” dei palestinesi: Così come i profughi ebrei dai paesi arabi hanno trovato una sistemazione in Israele, allo stesso modo i profughi palestinesi verranno assorbiti soltanto nello stato palestinese. Questo stato dovrà essere smilitarizzato e Israele dovrà poter mantenere una presenza ai suoi confini per garantire che non vi sia traffico di armamenti. A mio parere, questi devono essere i nostri punti irrinunciabili.
Abbiamo visto che la storia si allontana dai tentativi di far stare in un singolo stato aspirazioni nazionali rivali. L’ex Yugoslavia è stata suddivisa in tanti stati separati. La Cecoslovacchia si è divisa in due, e persino in Belgio vi levano forte voci che vorrebbero separare i territori fiamminghi e valloni del paese. Il precedente di creare nuovi stati sulla base di confini etnici, nazionali e persino religiosi è ben consolidato nella comunità internazionale e sta diventando una tendenza. Pur con tutte le difficoltà che la cosa comporta, questa è l’unica soluzione che può garantire stabilità a lungo termine nella nostra regione.
Nella maggior parte dei casi, non si tratta di spostare fisicamente delle popolazioni né di demolire delle case, ma solo di creare dei confini là dove ancora non esistono, in accordo con la demografia. Arabi che erano in Israele riceverebbero così la cittadinanza palestinese. Vi è chi sostiene che sarebbe illegale cambiare la cittadinanza a singoli individui. Ma la risoluzione 55/153 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unire, redatta nel 2001, afferma esplicitamente: “Quando parte del territorio di uno stato viene trasferita da quello stato a un altro stato, lo stato subentrante attribuirà la sua cittadinanza alle persone interessate che hanno la loro residenza abituale nel territorio trasferito, e lo stato precedente ritirerà la sua cittadinanza da quelle stesse persone”.
C’è anche chi sostiene che gli arabi israeliani che dovrebbero diventare parte del futuro stato palestinese rifiuteranno tale prospettiva. Innanzitutto, bisognerebbe porsi la domanda: perché mai degli arabi che sostengono di identificarsi con le aspirazioni nazionali palestinesi rifiutano questo progetto? Ad ogni modo, penso che si potrebbe sottoporre il progetto ad un referendum di tutti i cittadini israeliani e lasciare che siano loro a decidere. Non ho dubbi che essi, a prescindere da etnia o religione, dimostreranno la maturità politica per assicurare una pace duratura, che è il primo interesse per tutti.
Anche se tanti sono sempre più impazienti di trovare una soluzione, fissare limiti di tempo artificiali o esercitare pressioni non sarà di nessun aiuto. Indipendentemente da quanto tempo ci voglia, la soluzione per questo conflitto può essere raggiunta solo attraverso mezzi non violenti. Attualmente vi sono più di cento dispute territoriali e nazionali, in giro per il mondo, nelle quali le persone coinvolte non fanno ricorso alla violenza. Tuttavia, per costruire fiducia e creare un clima positivo fra le parti, i palestinesi non possono continuare ad aizzare contro Israele, a glorificare l’assassinio, a condannare e ostracizzare Israele in ogni consesso internazionale, a boicottare le merci israeliane e a montare offensive legali contro funzionari e rappresentanti israeliani. Anche se vi saranno molti alti e bassi durante questo arduo processo, la soluzione potrà venire soltanto attraverso negoziati diretti.
Questo è il progetto per una soluzione definitiva del nostro conflitto e, come disse Theodor Herzl¸ “se lo vorrete, non sarà un sogno”.

(Da: Jerusalem Post, 23.6.10)

Nella foto in alto: Avigdor Lieberman, autore di questo articolo, ministro degli esteri e vice primo ministro israeliano

Si veda anche:

Il minimo comune denominatore per la pace (con testo e spiegazione della Risoluzione 242)

http://www.israele.net/articolo,1914.htm

Un negoziato onesto e coraggioso. Nel 1997 Germania e Repubblica Ceca hanno firmato una dichiarazione di riconciliazione che affronta di petto la questione dei profughi tedeschi dai Sudeti

http://www.israele.net/sezione,,197.htm