Il nuovo baricentro della politica israeliana

Solo ora tende a ricomporsi la battaglia interna israeliana iniziata nel settimo giorno della guerra del 67, quella fra due opposte utopie: lintera Terra dIsraele vs. terra in cambio di pace.

M. Paganoni per Nes n. 10, anno 17 - dicembre 2005

image_1016Israele corre verso il centro, dicono gli osservatori. In effetti, come notò Caroline Glick dopo le scorse elezioni (Jerusalem Post, 29.1.03), “sin da quando avviò la sua campagna per scalzare l’allora primo ministro Ehud Barak, Sharon ha messo da parte l’eredità di Begin cercando piuttosto di seguire le orme del suo maestro Ben-Gurion, e si è adoperato per riallineare il Likud trasformandolo in un partito di centro”.
Un’operazione, tuttavia, che ha incontrato limiti insormontabili. “È stato il ritiro dalla striscia di Gaza che ha innescato l’attuale scossone politico – scrive Ha’artez (22.11.05) – Dopo lo sgombero degli insediamenti senza contropartite immediate, non era più possibile fingere che due esponenti come Uzi Landau e Tzipi Livni continuassero a stare insieme nello stesso partito. Si può valutare sin d’ora che la prevista affermazione elettorale dei moderati rifletterà meglio le aspirazioni dell’opinione pubblica”. “Adesso – aggiunge il Jerusalem Post (22.11.05) – vi saranno tre principali formazioni politiche, assai meglio definite ideologicamente di quanto non fossero i due precedenti partiti laburista e Likud. Grazie all’elezione del neo leader laburista Amir Peretz il partito laburista sarà chiaramente identificato con la sinistra, in economia ma anche in politica estera. Dall’altra parte, il Likud si installerà chiaramente a destra, con il proposito principale di bloccare altri ritiri unilaterali. Sharon, infine, correrà al centro, con il suo impegno per la Road Map, ma anche con i suoi precedenti da unilateralista, molto diversi sia dall’approccio negoziati-senza-condizioni della sinistra, sia dall’approccio neanche-un-centimetro-di-terra della destra”.
Correrà al centro rispetto a due ali che Barry Rubin (Jerusalem Post, 22.11.05) descrive come gli ottimisti e i pessimisti: “Gli ottimisti, a sinistra, sono convinti che fra arabi e palestinesi debba per forza emergere un soggetto disposto a fare la pace su basi ragionevoli. I pessimisti, a destra, ne dubitano assai. Per anni questa discussione è rimasta un’astrazione, un dibattito su ciò che sarebbe potuto succedere in un ipotetico futuro. Poi gli accordi di Oslo del 1993 hanno improvvisamente messo alla prova dei fatti le due opposte vedute. Dopo il 2000, quando il leader dell’Olp Yasser Arafat rifiutò la composizione politica lanciando invece una campagna terroristica di cinque anni, erano rimasti ben pochi ottimisti. Il successivo riallineamento politico ha dato vita a un nuovo consenso nazionale. Ora è generalmente accolta la tradizionale idea della sinistra che Israele debba ritirarsi da gran parte dei territori e accettare uno stato palestinese in cambio di una vera pace. Ma è anche accettata la tradizionale idea della destra che non vi sia dall’altra parte un interlocutore veramente affidabile”.
Come ha scritto Amotz Asa-El, executive editor del Jerusalem Post (23.06.05), forse solo ora tende a ricomporsi la lunga “battaglia interna” israeliana iniziata nel settimo giorno della guerra del ’67. La battaglia fra due opposte utopie: quella che fosse possibile conservare l’intera Terra d’Israele, e quella che bastasse cedere un po’ di terra per avere in cambio la pace. Da una parte, infatti, solo il nocciolo duro del Likud, circa 10-15% dell’elettorato, sembra restare fedele al vecchio sogno dell’integrità della Terra, prospettando – dice Shlomo Avineri (Jerusalem Post, 28.11.05) – un vero e proprio “ritorno al futuro”: a prima degli anni ’70, quando la destra erede di Jabotinsky “costituiva un fenomeno marginale nella vita politica del paese”.
Dall’altra, anche la formula “terra in cambio di pace” appare “obsoleta e fallimentare” a un consigliere politico di Sharon come Eyal Arad (Jerusalem Post, 23.11.05), giacché essa presupponeva erroneamente che la radice del conflitto fosse l’occupazione di territori, e che ponendo fine all’occupazione sarebbe scaturita la pace. Idea che si è dimostrata “concettualmente falsa e politicamente ingenua”, ha spiegato, quando il processo di Oslo, che era appunto basato su quel principio, è sfociato nella peggiore ondata terroristica che Israele abbia mai subito. Meglio, invece, la Road Map che propone la più realistica formula “indipendenza in cambio di sicurezza”. “Se le parti si atterranno alla Road Map – ha concluso Arad – alla fine i palestinesi avranno uno stato indipendente, e Israele una effettiva sicurezza”.

Nell’immagine in alto: Liste elettorali per le elezioni israeliane 2006