Il nuovo fronte: la jihad giudiziaria

I propagatori di calunnie contro Israele devono sapere che possono essere chiamati a renderne conto

di Shimon Samuels

image_2700Il 6 dicembre 2001, tre mesi dopo quel festival dell’odio che fu la conferenza internazionale di Durban, partecipai a Ginevra all’ultimo incontro della sua ONG “Forum International Steering Committee”. Sebbene sia stato eletto e poi rapidamente espulso, ero ormai venuto a conoscenza di un piano in otto punti inteso ad attaccare Israele tacciato come l’ultimo bastione dell’apartheid. Il piano comprendeva campagne in campo educativo, economico, culturale, diplomatico e giuridico volte a demonizzare, boicottare, emarginare e isolare lo stato ebraico.
Le misure sul piano legale persero le mosse con tentativi sporadici e, finora, senza successo di far arrestare ufficiali riservisti delle Forze di Difesa israeliane in paesi che contemplano la cosiddetta giurisdizione universale.
Nel 2005 venni accusato di diffamazione criminosa da un ente di beneficienza franco-palestinese classificato dalle autorità statunitensi come un’organizzazione terroristica. Venni condannato a pagare la simbolica somma di un euro, una cifra che era politicamente troppo salata. Ho vinto in appello, per essere poi portato davanti alla Corte Suprema di Francia dove, lo scorso luglio, sono stato definitivamente assolto.
Questa lunga, penosa e costosa esperienza è emblematica dell’epidemia di analoghe querele volte a intimidire e ridurre al silenzio le attività in difesa di ebrei e sionismo. Le accuse contro di me vennero replicate contro tutta una serie di altri soggetti: giornalisti, scrittori e siti web cristiani. Parallelamente vi fu la sequenza di querele e controquerele sul caso Muhammad al-Dura, il ragazzino palestinese presentato dalla televisione francese come vittima delle Forze di Difesa israeliane in termini che ricordava le accuse di omicidio rituale.
Alcuni definiscono questo fenomeno come “guerra legale”; forse sarebbe più appropriato parlare di “jihad giudiziaria”, visto l’evidente contesto islamista da cui scaturisce la maggior parte dei querelanti.
Recenti insinuazioni contro le Forze di Difesa israeliane che si darebbero al furto di organi ha elevato la posta della diffamazione al linguaggio delle calunnie medioevali, oggi incrementate dall’effetto moltiplicatore di internet: un punto di riferimento indistruttibile nel ciberspazio per infinti rigurgiti globali. In effetti, anch’io venni citato in giudizio per un resoconto apparso su un sito web.
Dopo che il rapporto Goldstone ha spalancato le porte alla “jihad politico-giudiziaria” nei tribunali, nelle agenzie Onu e forse alla Corte penale internazionale, è tempo di predisporre una strategia di contro-impegno legale. I propagatori di deliberate calunnie contro Israele e, per associazione, contro il mondo ebraico devono sapere che potrebbero essere chiamati a renderne conto. Il semplice annuncio di una causa da parte di un gruppo di ufficiali delle Forze di Difesa israeliane contro il settimanale di sinistra francese “Le Nouvel Observateur”, nel 2001, produsse delle precipitose scuse per aver definito le forze israeliane “un esercito di stupratori”.
Le cause legali costano. Personalmente ho avuto la fortuna di avere sostenitori fedeli che hanno raccolto un “prestito di guerra”. Gli avvocati della controparte operano spesso gratis per pura ideologia. Bisognerebbe raccogliere un consorzio dei migliori cervelli a difesa di Israele per giudicare le diramazioni e le più appropriate sfere giuridiche da usare nei tribunali in cause per diffamazione personale, oltraggio di gruppo ed anche casi di terrorismo antisemita.
Nel 1997 pare che gli Stati Uniti avessero suggerito che la legislazione israeliana sul processo per crimini di guerra nazisti venisse dotata di un’appropriata clausola di giurisdizione universale per perseguire il genocida cambogiano Pol Pot, allora appena arrestato. A quanto pare Gerusalemme declinò.
Tuttavia proprio questi strumenti legali portarono il Simon Wiesenthal Center a proporre che Israele dicesse all’Argentina di valutare se perseguire i sei iraniani incriminati per l’attentato al centro ebraico di Buenos Aires, soprattutto alla luce dell’accordo Interpol del mese scorso per cui questi latitanti potrebbero essere processati in tribunali di nazioni terze.
Teorie cospirative su radio e tv britanniche, calunnie di traffici d’organi sulla stampa svedese e ucraina e tutta una serie di altre diffamazioni da altre parti devono essere contrastare, non come un trucco d’astuzia, ma in modo selettivo e con giudizio. Perseguire giustizia è uno strumento importante per respingere la “jihad giudiziaria”.

(Da: Jerusalem Post, 14.12.09)

Nella foto in alto: Shimon Samuels

Si veda anche:

Mohammed al-Durra: il mito del martire bambino

http://www.israele.net/articolo,539.htm